Per i vertici della Cei la Ue deve ispirarsi ai nemici della Chiesa
Ernesto Rossi e Altiero Spinelli (Ansa)
Monsignor Savino vuole lo spirito di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi che avversavano la fede e chiedevano di abolire il Concordato.

«Mi auguro che l’Europa torni ad essere coerente con lo spirito di Ventotene». Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei per l’Italia meridionale, ha espresso questo auspicio alla vigilia delle elezioni in una lunga intervista a Repubblica. In essa il prelato, ai vertici della Chiesa italiana, ha ribadito il kerygma della pastorale dei vescovi: la preoccupazione per le riforme volute dall’attuale esecutivo. Sono crucci che il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari si perita di raccogliere, in impercettibile deroga a una consolidata tradizione di lotta alle ingerenze della Chiesa.

Del resto, se la democrazia è in pericolo non si va per il sottile. Anche perché le perplessità su premierato e riformismo, temi su cui il Magistero da sempre allerta le anime, salgono come un grido dall’assemblea dei fedeli: «Noi vescovi», assicura Savino, «sentiamo la responsabilità di curare il nostro popolo, che spesso, dialogando con noi, esprime perplessità circa questa legge sul premierato». Le inquietudini proseguono copiose ma il martellamento della Cei è talmente costante che il messaggio è chiaro: alla rappresentanza dei vescovi premierato e federalismo non piacciono. Nella risposta alla domanda se, come ipotizzato dal Foglio, tale malessere vada collegato alla nuova «casellina» che il governo ha messo nell’8 per mille (lotta alla droga), e che potrebbe diminuire gli introiti per la Cei medesima, il prelato è cristallino: «L’inserimento del recupero delle dipendenze è una scelta fatta da questo governo, che si assume le sue responsabilità, come altri governi inserirono altre voci». Frase che ha tutta l’aria di significare: «In effetti, sì». Ma è poco più sotto che arriva il passaggio chiave: «Mi auguro che l’Europa torni ad essere coerente con lo spirito di Ventotene». A meno che il monsignore non intendesse altro, è legittimo pensare si riferisca alle intenzioni ideali contenute nell’omonimo manifesto, sbandierato dagli europeisti di ogni latitudine e vergato sull’isola dove il fascismo confinava i dissidenti. Fu infatti in questo gioiello dell’arcipelago delle Ponziane che, nel 1941, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi misero a punto un testo (leggibile qui nella traduzione ufficiale del Senato: t.ly/owxgu) cui si appellano a distanza di decenni capi di Stato e di governo italiani e non, che identificano in esso il primo barlume di unità europea postbellica.

In quelle pagine non si parla di premierato, ma di democrazia sì: «La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria». E anche di Chiesa: a pagina 71 dell’edizione digitale ospitata dal sito di Palazzo Madama si legge: «Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee […]: sui rapporti dello Stato con la Chiesa e sul carattere della rappresentanza politica: a) Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito per affermare il carattere puramente laico dello Stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello Stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere egualmente rispettate, ma lo Stato non dovrà più avere un bilancio dei culti». Non v’è dubbio che monsignor Savino sia determinato a essere conseguente con tale spirito.

Di non minore interesse è una superficiale analisi del pensiero degli autori, Spinelli (1907-1986) e Rossi (1897-1967), sempre a caccia dello «spirito» evocato dal numero due dei vescovi. Altiero, scrivendo all’amico di una vita il 5 settembre 1962 (lettera pubblicata sulla rivista Eurostudium3w del 2007), ebbe a dire: «La campagna per la moralizzazione della vita pubblica, per la riforma dell’amministrazione, contro le baronie economiche, contro le ingerenze clericali mi trovano del tutto consenziente […]». Poche righe oltre, aggiungeva: «Mi sento da sempre lontano dal cattolicesimo, ma dal cristianesimo in generale […] Se proprio dovessi scegliere una religione, preferirei non una delle tre religioni semitiche, ma il buddismo […] È bene sapere che nel pensiero cattolico c’è un nocciolo centrale che poco bene si concilia con la democrazia, e che perciò in caso di crisi di questa non c’è da far troppo conto sulla chiesa cattolica».

Tra i due suscitatori dello spirito di Ventotene, Spinelli era quello rispettoso dei cattolici. Sulle idee dell’altro, azionista e radicale della prima ora, ci si può abbeverare alle sue Pagine anticlericali o all’eloquente Il manganello e l’aspersorio (ripubblicato da Kaos edizioni), nella cui prefazione emerge questo concetto: «Pochi italiani conoscono quale centro di coordinamento e di guida delle forze più reazionarie è il Vaticano, e quale fattore di corruzione esso costituisce nella nostra vita pubblica, con la sua morale gesuitica (sic, ndr), con la continua pratica del doppio gioco, con l’insegnamento della cieca obbedienza ai governanti, comunque delinquenti e in qualsiasi modo arrivati al potere, purché prestino l’ossequio dovuto al Santo Padre». Per concludere: «Se intendiamo difendere le nostre libertà […] dobbiamo lottare contro la politica del Vaticano con la stessa decisione e la medesima spregiudicatezza con la quale i patrioti del Risorgimento, anche se ferventi cattolici, lottarono per costruire l’unità italiana».

Che un vescovo auspichi la coerenza con lo «spirito di Ventotene» è così significativo da far tornare alla mente una frase, attribuita a Santa Teresa d’Avila, che piaceva molto a Truman Capote: «Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte».

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