• Sinistra scatenata contro il piccolo britannico: ironie e paragoni insensati con la cittadinanza agli immigrati la fanno da padrone. Dopo giornalisti e politici, persino il presidente della Croce rossa prende spunto dalle cronache per fare uno spot all’accoglienza.
  • Il papà durissimo, poi l’incontro con i dottori e la svolta: «Chiediamo rispetto e silenzio, ora costruiamo un rapporto».
  • Il vescovo di Liverpool ha più fede nei medici e nei giudici che nel Papa.
  • E le forze dell’ordine avvertono: «Controlliamo tutte le comunicazioni malevole in Rete, si rischiano azioni legali».

Lo speciale contiene quattro articoli.

Il caso Alfie ha scoperchiato il disordine morale dell’ideologia globalista. Chi predica il verbo dell’accoglienza, che poi equivale alla deportazione dei popoli e al depauperamento del continente africano, non si scompone se al piccolo Evans, cittadino italiano, le corti britanniche hanno vietato l’espatrio come a un criminale. I cantori dell’immigrazione selvaggia, per i quali la soppressione di Alfie è diventata una questione di principio, si stanno servendo dell’ondata di indignazione che ha sollevato la tragedia del neonato per confezionare un vergognoso spot in favore dello ius soli.

È il caso di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa, che commentando la proposta di Angelino Alfano e Marco Minniti di concedere la cittadinanza italiana ad Alfie, ha partorito una grottesca tirata sulle sofferenze dei bambini nel mondo: «Se la vita è correttamente un diritto», ha argomentato Rocca, «dobbiamo ricordarci anche che le vite sono tutte uguali. E allora ci piacerebbe vedere tutti quelli che hanno seguito questi casi di attualità o quelli che hanno incensato il governo per la decisione sulla cittadinanza, fare lo stesso per ogni bambino che vediamo morire o soffrire atrocemente. Invece, molte volte, gli stessi tanto interessati ai temi della cosiddetta bioetica sono quelli che poi voltano le spalle a chi muore in mare, a chi viene bombardato in Yemen on in Siria, a chi viene torturato in Libia, a chi viene trucidato in una delle tante guerre dimenticate nel continente africano». Un ragionamento, a volerlo definire tale, completamente sgangherato. Classico sintomo della patologia dell’universalismo etico, che vorrebbe abbracciare il mondo in un unico afflato, ma ignora l’uomo agonizzante che incontra lungo il cammino.

La tesi strampalata, in sostanza, sembra essere che se non salviamo tutti, soccorrere uno è illegittimo. Tanto più poiché quell’uno patisce le pene, per usare una perifrasi mutuata dall’eugenetica nazista, di una «vita indegna di essere vissuta». È la teoria di Zita Dazzi, giornalista del quotidiano La Repubblica, cui l’intervento dei nostri ministri di Esteri e Interni non è andato proprio giù: «Non converrebbe dare la cittadinanza», ha twittato, «invece che al piccolo Alfie che è praticamente morto, alle migliaia di bambini africani vivi che rischiano di morire mentre attraversano il canale di Sicilia?». Lasciate che i morti stacchino il respiratore ai loro morti. Noi dobbiamo preoccuparci di alimentare il traffico di esseri umani, promuovendo le migrazioni che strappano dalla loro terra intere comunità, assicurano ai mercati globali l’esercito industriale di riserva e provocano conseguenze culturalmente e socialmente devastanti nei Paesi di arrivo. I progressisti amano tanto i bimbi africani, da accanirsi su Alfie, che ha la colpa di aver attirato la nostra compassione.

Era stato proprio il giornale diretto da Mario Calabresi a lanciare l’invereconda strumentalizzazione del piccolo Evans. Michela Marzano, in un articolo che ha scatenato lo sdegno di molti lettori, aveva invocato «l’attribuzione della nazionalità italiana anche a tutti quei ragazzi e quelle ragazze nati in Italia e che, ancora oggi, sono considerati stranieri». Alfie trasformato in uno slogan che manderebbe in visibilio Cécile Kyenge.

Un neonato sofferente, i cui genitori chiedono soltanto il diritto di tentare un’ultima cura ed eventualmente di accompagnarlo con amorevolezza alla sua fine naturale, trattato come un rifiuto che, prima di essere eliminato, merita di diventare bersaglio del livore dei fan dello ius soli. Si può andare a morire nelle cliniche in Svizzera, ma non al Bambino Gesù.

C’è pure chi fa dell’ironia, come Alessandro Capriccioli, consigliere regionale eletto nel Lazio per la lista della rinomata abortista Emma Bonino. Su Facebook, il segretario dei Radicali romani si fa beffe del bimbo che versa «in stato neurovegetativo», chiedendo, se non «la concessione della cittadinanza, molto più modestamente il rilascio di un permesso di soggiorno» ai migranti.

I caritatevoli paladini dell’umanitarismo non reggevano il pensiero che l’Italia offrisse aiuto ad Alfie, ma non si sobbarcasse l’onere di risolvere tutti i mali del pianeta. Tra l’altro, questi predicatori ricolmi di nobili sentimenti dovrebbero spiegarci quante persone il nostro Paese avrebbe lasciato annegare nel Mediterraneo: da sette anni gli italiani sono impegnati in operazioni di pattugliamento e soccorso e, nel nome della solidarietà, hanno lasciato che il canale di Sicilia diventasse zona franca per i traffici delle Ong.

I mondialisti amano l’umanità in astratto, ma sono incapaci di amare l’uomo in concreto. Lo aveva capito Gilbert Keith Chesterton, il quale, notando che umanisti e umanitaristi si professavano atei, qualificò il loro operato con amara ironia: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa».

Alessandro Rico

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