• Dopo che gli hanno staccato la spina, il piccolo ha respirato da sé. L’udienza bis è una beffa: può andare a casa, non al Bambino Gesù.
  • Oltre al Vaticano, anche la politica italiana sostiene la famiglia. Giorgia Meloni e la Lega: «Il governo intervenga».
  • L’Inghilterra è la culla del pensiero eugenetico dagli inizi del Novecento. L’utopia? Rafforzare la razza selezionando i migliori.

I medici non se lo sarebbero mai aspettato. Quando lunedì alle 9.17 inglesi (le 22.17 in Italia) hanno staccato il respiratore ad Alfie Evans, erano convinti che in un lampo avrebbe smesso di vivere. Invece il bimbo di 23 mesi, che soffre di una malattia neurologica ed è finito al centro di una battaglia legale e anche etica, li ha smentiti senza riserve. Ha compiuto una specie di miracolo, piccolo come le manine dei bambini della sua età, grande come il cuore dei genitori che da mesi combattono per lui. Dopo lo spegnimento del ventilatore, Alfie Evans ha continuato a respirare, mentre fuori dall’Alder hey hospital di Liverpool circa duecento dei suoi sostenitori manifestavano. All’inizio hanno cercato di far breccia nel centro di cura, anche perché sapevano che all’interno c’erano una trentina di poliziotti a controllare che lo spegnimento delle macchine non venisse interrotto e l’idea di vedere trattata una famiglia come una gang criminale li aveva fatti davvero arrabbiare. Più tardi si sono limitati a rimanere fuori dall’edificio, con le candele accese, in una veglia di riflessione e preghiera. Che a qualcosa è servita, dato che Alfie non ha mollato. Anche per questo tanti parlano di un miracolo.

Quando ieri mattina presto suo padre Tom Evans, che ha 21 anni, ma ha ormai la saggezza dell’uomo vissuto, si è presentato davanti ai microfoni della televisione e ha raccontato che il bimbo aveva passato la notte, per i soldati dell’Alfie’s army è stato un successo. La battaglia di mamma e papà non si è mai interrotta. Per tutta la notte si sono alternati a fare la respirazione bocca a bocca al loro primogenito malato, rovesciando su di lui decine di baci insieme all’ossigeno. Dopo sei ore senza respiratore, però, il bimbo ha avuto una crisi. I medici si sono rifiutati di dargli ossigeno e acqua, come prevedeva il protocollo concordato con i giudici. Così il padre di Alfie ha reagito. Si è messo a sedere con i dottori e gli ha detto che stavano commettendo un crimine: affamare un bimbo, privandolo di cibo e idratazione, togliergli l’ossigeno. «Abbiamo avuto un incontro di circa quaranta minuti», ha raccontato Tom Evans, «e alla fine mi hanno detto che avevo ragione e avevo sempre avuto ragione». Per Tom e Kate, Alfie non ha mai dato segni di sofferenza. Di fronte alla loro determinazione, i medici hanno accettato di fornirgli acqua e un po’ di ossigeno. Nelle ore di una notte di tensione e speranza, Alfie ha combattuto e poi si è addormentato in braccio alla sua mamma, accoccolato su di lei, come è normale che accada per i figli di questa età. Una scena immortalata in una foto e diffusa sui social media, che deve essere risultata incredibile per i medici che considerano il piccolo malato alla stregua di un vegetale, sul quale non conviene insistere con le cure, perchè sarebbero inutili. «Alfie ha fatto il suo dovere e continua a farlo, mettendocela tutta», ha spiegato ai giornalisti Tom Evans ieri mattina. È stata dura e lo sarà ancora, ora dopo ora, ha bisogno di supporto. Quando i medici si sono convinti a dargli acqua e la mascherina di ossigeno per me è stata una benedizione. Non si tratta di una macchina che lo fa respirare, ma di una forma di ossigenazione per il suo corpo».

L’inattesa reazione del piccolo allo spegnimento delle macchine e la perseveranza dei suoi genitori, comunque, hanno avuto un effetto importante. Il giudice d’appello dell’alta corte britannica Anthony Hayden, lo stesso che lunedì aveva dato il permesso di scollegare il respiratore, ha deciso di convocare d’urgenza una nuova udienza per discutere il caso, invitando a Manchester tutte le parti coinvolte. Nel corso di tre ore di dibattito intense, sono state ripercorse le fasi di questa lunga vicenda, analizzate nel dettaglio le prospettive, le convenienze, i rischi. I genitori di Alfie hanno chiesto, come fanno da settimane, di portare il piccolo in Italia, all’ospedale Bambino Gesù di Roma, che si è offerto di assisterlo e ha dato nuove speranze alla famiglia. I dottori dell’Alder hey hospital non hanno cambiato il loro parere, nonostante la diagnosi sulla malattia del piccolo manchi. Alla fine il giudice Anthony Hayden non ha accettato l’idea di concedere alla famiglia di partire subito per l’Italia. Per ora ha chiesto ai medici dell’Alder hey hospital se Alfie Evans potrebbe lasciare l’ospedale e tornare a casa da mamma e papà. Risposta: non prima di cinque giorni. Una richiesta che si può leggere in due modi. Da un lato si può supporre che, senza cure mediche, il piccolo sia destinato a spegnersi. D’altro canto questa proposta offre anche una chance. Perché una volta dimesso dall’ospedale, il potere dei medici e dei giudici sul futuro del bambino potrebbe venire meno e allora potrebbero essere i genitori a decidere del suo futuro. E un’aeroambulanza per l’Italia sarebbe già pronta a decollare. Ipotesi, finché l’ospedale non fornirà la sua risposta. Di nuovo per Alfie si tratta di attendere. E, ancora di più questa volta, di tenere duro.


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