Pure Pichetto Fratin cade sulle rinnovabili: «Sono la salvezza». I numeri dicono altro
Gilberto Pichetto Fratin (Imagoeconomica)
Il ministro: «Raddoppieremo l’energia da fonti alternative» Così verrebbero a mancare due terzi del fabbisogno di gas.

Che da Bruxelles si continui, a dispetto dei dati e di un pezzo già evidente di realtà, a raccontare la favola delle rinnovabili come unica salvezza per i destini dell’umanità lo diamo ormai per scontato. Sorprende però che dietro a questa narrazione si metta in fila anche il nostro ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Gilberto Pichetto Fratin intervistato al Festival di Green&Blue ha lanciato un messaggio inequivocabile, come sono di solito le direttive iper-dirigiste dell’Ue: «Oggi la produzione di energia viene per due terzi dal fossile e un terzo dalle rinnovabili», ha ricordato, «entro il 2030 dobbiamo ribaltare questo schema ed arrivare a un terzo di fossile e due terzi di rinnovabili. Il gas ci servirà per accompagnare questo cambiamento».

Belle parole che però si scontrano contro due muri. Il primo è quello della fattibilità delle intenzioni di Bruxelles e dello stesso ministro di Forza Italia. Il secondo riguarda gli effetti. Se pure dovessimo raggiungere il risultato auspicato a cosa servirebbe?

Vediamo. «Non voglio assolutamente entrare in una polemica politica», evidenzia alla Verità il presidente e fondatore Nomisma Energia Davide Tabarelli, «ma se lei mi chiede quanto sia possibile, in buona sostanza raddoppiare, la nostra produzione energetica da fonti rinnovabili, è doveroso ricordare che abbiamo impiegato 30 anni per arrivare a una capacità di fotovoltaico ed eolico pari a 40 gigawatt, che adesso si riesca ad aggiungerne altri 80 nei prossimi 7 anni a me sembra francamente utopistico». E i motivi sono sotto gli occhi di tutti. «Ci scontriamo», continua Tabarelli, «con i ben conosciuti “stop” rispetto ai permessi e alle autorizzazioni necessarie per portare avanti i lavori. L’Italia poi non è la Spagna in quanto a disponibilità di superfici libere e non densamente abitate dove poter costruire gli impianti. Insomma, la storia ci ha raccontato questo, poi se dovesse esserci un’inversione di tendenza con Comuni e comunità locali che attirano rinnovabili a tutto spiano bene venga, ma non mi sembra tiri quest’aria».

Supponiamo però che la situazione cambi per davvero. E che dovessimo riuscire a realizzare i desiderata dell’Europa e di Pichetto Fratin, quali risultati che raggiungeremmo?

Vediamo ancora. Gli 80 gigawatt di cui sopra corrispondono a circa 30 miliardi di metri cubi di gas, ma nel 2022 l’Italia ne ha consumato 68,5 miliardi, in calo del 10% rispetto al 2021, quando il totale di gas consumato era arrivato a quota 76 miliardi di metri cubi. Insomma, a spanne, considerando appunto un’ipotesi molto ottimistica, arriveremmo al 2030 con una mancanza di una quarantina di miliardi di metri cubi di metano. Dove li prenderemmo? La risposta non è complessa. O di nuovo dal gas, o dal carbone (come sta facendo la Germania) oppure dall’atomo. «Il nucleare», continua Tabarelli, «sarebbe la soluzione ideale perché è privo di CO2 è programmabile ed ha una grande densità energetica. Ci sono però un po’ di problemi da risolvere. Innanzitutto bisognerebbe creare il consenso politico e poi è necessario prestare attenzione alla tempistica. Oggi il Paese più veloce nel costruire una centrale nucleare è la Corea che impiega 7 anni, in media però in Europa di anni ce ne vogliono 15. C’è poi da fare i conti con la questione francese. Oltralpe le centrali sono ormai vecchie ed è difficile fare l’indispensabile manutenzione. E noi siamo dipendenti dal nucleare francese». Siamo, quindi, di fronte a un obiettivo difficile da centrare. «In realtà», conclude il presidente di Nomisma Energia, «io sono convinto che se la questione climatica passasse dalla fase teorica a quella pratica, cioè se davvero ci trovassimo di fronte a situazioni di pericolo imminente, anche tutto l’approccio scettico per non dire ostile nei confronti del nucleare, cambierebbe».

Del resto oggi abbiamo il vantaggio di discutere a bocce quasi ferme con l’emergenza del prezzo del gas che sembra superata. Ma l’esperienza del 2022 dovrebbe farci ricordare che con un conflitto (ovviamente quello in Ucraina) ancora in atto, qualsiasi tensione geopolitica rischia di essere fatale. Ieri, per esempio, i future Ttf, il punto di riferimento del metano in Europa, hanno segnato un rialzo massimo del 20,3% a 28,5 euro al megawattora, per poi ripiegare a 28,09 (+18,6%). Motivo?

La fiammata del gas è dovuta ai rischi di una competizione con l’Asia sui cargo statunitensi di gas liquefatto che, secondo Bloomberg, è al momento più remunerativo vendere in Oriente. Un rischio che si innesta in un contesto ancora fragile, dove la disponibilità di gas in Europa risente del taglio delle forniture russe. Le quotazioni nel 2023 si sono inabissate grazie a un inverno mite, a consumi ridotti e a stoccaggi che si stanno ricostituendo rapidamente, ma basta un spiffero di vento in direzione sfavorevole per riappiccare l’incendio.

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