L’Europa crea il panico ma nasconde la mano
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Dopo il tweet della rappresentanza della Commissione in Spagna sui 60 gradi nel Paese, Bruxelles risponde piccata a un avvocato in cerca di chiarimenti: «Avevamo scritto che era solo la temperatura di superficie». Il post però era costruito per seminare paura.

Se i cittadini non possono più fidarsi neanche delle previsioni del tempo è perché quella del 2023 sarà ricordata come l’estate delle ecoballe, quelle somministrate in dosi massicce dai media e, ahinoi, anche da alcune istituzioni che terrorizzano la popolazione per censurarne i comportamenti. Le prime balle sul clima sono arrivate a maggio dopo l’alluvione in Romagna, che alcuni avvelenatori di pozzi hanno immediatamente attribuito al «cambiamento climatico». A nulla sono servite le precisazioni di numerosi enti di ricerca, che hanno correlato l’evento alla inadeguata gestione del territorio da parte della Regione. «L’alluvione non può essere attribuita al cambiamento climatico antropogenico, la comprensione dell’entità dei danni registrati non può prescindere dalle opere di gestione delle acque piovane», ha chiarito il professor Gianluca Alimonti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare; con buona pace del presidente della Regione, Stefano Bonaccini, che fino all’anno scorso rivendicava con orgoglio il rinnovo del Patto per il lavoro e per il clima, sottoscritto già otto anni fa, e l’apertura della Università dell’Onu al Tecnopolo di Bologna. Iniziative che avrebbero dovuto tenere la Regione al riparo, secondo lui, ma se gli amministratori locali non fanno il loro lavoro – dragare i fiumi, abilitare le casse di svuotamento – non c’è (inutile) Università del clima che tenga.

Dati e numeri, del resto, sono ormai diffusi come capita: per Bonaccini sono caduti «4 miliardi di metri cubi d’acqua in poche ore», per la Protezione civile in realtà ne sono caduti 350 milioni. Vaglielo a spiegare, ai soloni del climaticamente corretto, che parlare a vanvera di «surriscaldamento del pianeta» dopo l’alluvione di maggio e un giugno piovoso è stato quantomeno incauto: è bastata la solita settimana di afa a luglio per scatenare nuovamente i catastrofisti. In quei pochi giorni, l’usuale calura estiva è diventata una notizia, occupando spesso intere edizioni di telegiornali: 30 minuti su 30 dedicati al caldo.

L’isteria collettiva è iniziata quando i media hanno citato acriticamente un rapporto dell’Agenzia spaziale europea (Esa) che il 13 luglio ha annunciato un’ondata di gran caldo in Italia, Spagna, Francia, Germania e Polonia, con temperature «dell’aria» che in alcune località – ad esempio Sicilia e Sardegna – avrebbero raggiunto i 48 gradi. Soltanto più avanti (ma come noto i giornalisti spesso non leggono i documenti ufficiali) era specificato che le rilevazioni erano fatte misurando la temperatura «al suolo», che è ben diversa dalle temperature standard usualmente rilevate due metri sopra il livello del suolo. La differenza, cruciale, è passata inosservata a media e giornalisti, che hanno diffuso le nuove temperature record scatenando una tempesta di fuoco mediatico. Ci sono voluti cinque giorni prima che l’Esa diramasse una nota in cui precisava la differenza.

Negli stessi giorni, anche la rappresentanza permanente della Commissione europea in Spagna ha twittato dati fantozzianamente esagerati: «Temperature record in diversi Paesi, tra cui la Spagna. Il satellite Sentinel 3 ha misurato l’11 luglio oltre 60°C nella superficie terrestre della regione dell’Extremadura». L’avvocato italiano Giulio Marini si è preso la briga di scrivere per chiedere delucidazioni. La replica è stata disarmante: «Nell’immagine è chiaramente indicato che parliamo di temperatura della superficie terrestre». Chiaramente per chi? Non per i media di tutto il mondo, che si sono scordati di precisare che i parametri Esa non sono gli stessi di chi fa le previsioni del tempo.

«Non me ne fregava niente dell’epidemiologia e mi avete fatto scoprire un mondo di virologi cialtroni e di numeri sparati a caso. Adesso mi avete fatto guardare la climatologia, di cui mi fregava meno di zero, e sto rivalutando i virologi», ha scritto qualche giorno fa su Twitter il senatore leghista Claudio Borghi ironizzando, ma neanche tanto, sulla disinformazione istituzionale che imperversa. Borghi si è preso la briga di verificare dove sono posizionate le centraline delle stazioni meteo per la rilevazione delle temperature e ha scoperto che spesso sono collocate negli aeroporti, sotto gli scarichi degli aerei, alterando inevitabilmente le misurazioni.

Se siamo arrivati a questo punto – un senatore della Repubblica costretto a fare l’ispettore delle temperature farlocche – c’è davvero qualcosa che non va. Gran parte della responsabilità è di quei media che per surriscaldare (anche) gli animi pubblicano il Decalogo contro l’ecoansia, ospitano ex premier che paragonano l’emergenza clima al terrorismo, lasciano intendere che gli incendi in Sicilia dipendano dal climate change e non, come ha chiarito il ministro degli Interni, dai piromani, offrono tribuna a qualsiasi mariotozzi insulti il professor Franco Prodi dicendo che «fa tristezza». Dopo aver parlato a sproposito di «surriscaldamento» terrestre (un corpo celeste non può surriscaldarsi), chissà come ne usciranno quando arriverà il ciclone Circe, che trasformerà l’estate in autunno: in Veneto rischia di essere un agosto molto piovoso e sarà complicato, per gli ignoranti del clima, continuare a parlare a vanvera.

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