Non si evitano le alluvioni con le follie green
Ansa
  • I danni da maltempo in Emilia Romagna e Toscana sono stati arginati grazie alla manutenzione dei fiumi e alle opere idrauliche. Come lo scolmatore di Pontedera, lungo 28 km, che ha permesso di ridurre la piena dell’Arno salvando le città dagli allagamenti.
  • Vigili del fuoco bloccati in garage dai diktat verdi. La denuncia del comitato locale.

Lo speciale contiene due articoli.

Opere di difesa idraulica, pulizia degli argini e della vegetazione in alveo dovrebbero far parte della strategia comune per prevenire i disastri da intense precipitazioni. Se la scorsa settimana il maltempo non ha provocato i temuti danni in Emilia-Romagna e in Toscana, molto è dovuto a interventi fatti dall’uomo. Magari insufficienti e tardivi (la delocalizzazione delle abitazioni nelle zone più a rischio alluvioni rimane tra le priorità), però pur sempre qualche azione sensata è stata fatta. «All’indomani dell’ennesima notte insonne e piena di ansia per tutti i cittadini di Traversara ma non solo, il Lamone ha dato agli amministratori di questo territorio una bellissima lezione: senza ombra di dubbio la pulizia dagli alberi, seppur parziale, ha scongiurato un ennesimo disastro», scrive Gianluca Sardelli, presidente dell’Associazione Progetto futuro sicuro, su Ravennanotizie. Sottolinea poi che «i punti critici si sono verificati ancora una volta nei tratti che, ad oggi, non erano ancora stati puliti, primo fra tutti il ponte di Mezzano e la golena di Glorie che è un ammasso sconfinato di legname intrappolato e trattenuto dagli alberi ancora presenti nell’alveo». Come ricordava due anni fa il geologo emiliano Giulio Torri, «l’unica pulizia fluviale che ha senso è la rimozione del legname secco, in quanto quello viene subito preso in carico dalle piene e potrebbe creare sbarramenti in sezioni critiche».

Intervenire è indispensabile, perché gli alberi travolti dalle piene ostruendo provocano inondazioni, e gravi danni si hanno con le barriere di tronchi e rami incastrati tra i piloni dei ponti. Inoltre, la vegetazione «favorisce l’insediamento di animali […] e rende problematica l’ispezione visiva degli argini e, quindi, la tempestiva individuazione di punti deboli», evidenziava quasi 20 anni fa Giuseppe Sansoni, tra i fondatori del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (Cirf).

Sempre il geologo Torri ricordava le caratteristiche dei fiumi di pianura «notoriamente detti pensili, in quanto l’alveo del fiume è in quota più alto delle campagne circostanti. L’uomo per difendersi ha iniziato a costruire argini, iniziando una lotta infinita, ovvero si alza il fiume e io alzo l’argine. Gli argini sono manufatti vecchi che soffrono per tanti fattori: qualità ed epoca costruttiva, lunghi periodi siccitosi, manutenzione, tane di animali… Quasi mai però leggo, o sento, qualcuno che si soffermi sul parametro più importante: la sezione idraulica. I fiumi/torrenti che vanno dal Savena al Lamone, per intenderci, sono ridotti a canali sopraelevati in pianura estremamente stretti, e questa è un’eredità pesantissima che ci portiamo dal passato».

Occorre almeno effettuare la pulizia sistematica della vegetazione lungo i corsi d’acqua. Ecco perché Sardelli ha lanciato l’allarme e rivolto un appello: «Secondo le regole di Natura 2000, per i prossimi 4 mesi si dovrebbero sospendere i lavori sul fiume per la nidificazione degli uccellini. Ci auguriamo invece che il presidente della Regione, Michele de Pascale, ascolti ciò che il Lamone ci ha dimostrato con i fatti, e faccia continuare senza sosta i lavori di pulizia del fiume fino alla foce».

Manutenzione, ricordavamo, e canali diversivi in grado di diminuire la portata di piena di un fiume o di un torrente. Servono casse di espansione, ricominciando dai fossi che vanno scavati «non solo a bordo strada ma anche negli appezzamenti agricoli», avvertiva lo scorso settembre il presidente dell’Ordine geologi dell’Emilia Romagna, Paride Antolini. «La capacità che hanno tutti i fossi, tutte le scoline di accumulare acqua è pari a quella di una cassa di espansione».

E servono opere di difesa idraulica come lo scolmatore di Pontedera, che ha permesso di ridurre il pericolo Arno e di salvare diverse città della Toscana. I lavori di questo canale che si snoda per 28 chilometri fino a Calambrone, dove sfocia nel mar Tirreno, presero il via nel 1953. Era ancora in costruzione, quando a Firenze si verificò la terribile alluvione del 1966, divenne funzionante nel 1972 e dopo i lavori completati nel 2018 la sua capacità massima è stata incrementata a 900 mc/s.

Il pomeriggio del 14 marzo è stato aperto per alleggerire l’ondata di piena: nel suo picco l’Arno aveva toccato i 4,76 metri e in poche ore sono passati circa 30 milioni metri cubi di acqua. Non veniva attivato dal 2022: se le paratie non fossero state abbassate, «l’acqua sarebbe tracimata in centro città come avveniva in passato», ha dichiarato il sindaco di Pisa, Michele Conti, sottolineando l’importanza dell’opera e invitando la Regione intervenire perché lo «scolmatore funziona ma ha bisogno di essere ammodernato in alcune parti».

Costato 64 miliardi di vecchie lire, permette di far defluire il corso di parte dell’Arno e di diversi altri torrenti. Lo stesso governatore della Toscana, Eugenio Giani, ha affermato che grazie allo scolmatore, alle casse di espansione di Roffia e all’intervento tempestivo «il colmo di piena dell’Arno ha attraversato la regione, da Firenze a Pisa, senza provocare criticità», e si deve continuare a investire in queste infrastrutture per garantire la sicurezza del territorio.

Ripetere che è colpa dei cambiamenti climatici non aiuta a risolvere il dissesto idrogeologico di tante regioni, dove si è costruito in zone franose, alluvionabili, nelle golene dei fiumi, sugli argini senza una sistematica manutenzione di argini, canali, fiumi e senza reti di drenaggio delle acque. Così come accade in Emilia-Romagna, sfiorata ancora una volta dall’emergenza maltempo.

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