Ci sono i primi sintomi di carestia: mancano gli agrumi, l’olio, l’influenza aviaria distrugge gli allevamenti di pollo e l’Italia comincia a mangiare meno e molto peggio con una contrazione dei consumi rilevante: meno 4% nell’alimentare dove l’inflazione è all’11,5%. I coltivatori però non ce la fanno più: i costi sono diventati insostenibili. L’ultimo allarme arriva dalla Sicilia: gli agrumicoltori sono decisi a lasciare marcire sulle piante arance, mandarini e limoni. Manca la manodopera per la raccolta, ma soprattutto non ci sono i margini economici. L’Italia che deteneva il primato in Europa è scivolata ormai al terzo posto di produzione mondiale sorpassata dalla Spagna con 7 milioni di tonnellate, dall’Egitto con 4,3 e incalzata dal Marocco che quest’anno ha fatto un più 40% di export. Da noi diminuiscono gli ettari «a giardino» e aumentano le importazioni con la Spagna che è il nostro primo fornitore.
La stessa cosa vale per l’olio extravergine di oliva. Un tempo eravamo i leader mondiali oggi la Spagna fa almeno cinque volte la nostra produzione e ci invade con i suoi prodotti, ma anche la Tunisia – peraltro esporta senza dazio grazie a un accordo con l’Unione europea – e la Turchia sono nostri fornitori e grandi competitor con la Grecia che è in ripresa. I frutti dell’autunno quest’anno daranno amarissime soprese. Ammesso che vengano raccolti, per gli agrumi si prevede una produzione complessiva al di sotto dei 2 milioni di tonnellate con un calo produttivo di oltre 26 punti dovuto in larga parte alla siccità estiva, ma anche alla riduzione degli ettari coltivati. Va peggio per l’olio extravergine di oliva. Perderemo almeno il 30% della produzione rispetto alle 330.000 tonnellate dello scorso anno. La stima è che si arriverà a 240.000 perché le tre principali regioni produttive (da sole coprono oltre il 60%) hanno cali stimati del 70% per la Puglia e alla metà per Calabria e Sicilia dove la contrazione produttiva di olio si accompagna al disastro dell’agrumicoltura. Fruitimprese Sicilia ha fatto una ricognizione tra i produttori e il presidente Placido Manganaro sintetizza così la situazione: «I costi fuori controllo, le bollette pazze di gas e luce, i trasporti con costi proibitivi impediscono alle aziende qualunque programmazione in vista dell’avvio della campagna agrumicola che parte in questa prima settima di ottobre con limoni e arance Navelina per poi passare all’arancia rossa Tarocco, ai mandarini. Gli operatori», aggiunge Manganaro, «si trovano in gravissime difficoltà a causa di costi colturali quasi raddoppiati per gli aumenti dell’acqua, dell’energia, dei concimi, dei fertilizzanti, e anche per l’aumento del costo della manodopera peraltro difficile da trovare che a oggi si attesta dagli 80 ai 100 euro al giorno per lavoratore. Non sappiamo quanto ci costerà tenere attivi gli impianti e le celle frigorifere, di conseguenza il rischio che gli agrumi restino sugli alberi è altamente concreto, con tutte le conseguenze del caso sul piano sociale e dell’occupazione».
La situazione è molto preoccupante anche per l’industria di trasformazione. Molti impianti hanno chiuso a causa dei costi e del fatto che la grande distribuzione non riconosce i rincari a listino. Per quanto riguarda la Sicilia si aggiunge poi un ulteriore aggravio che è dato dal costo di trasporto. I coltivatori in assenza di trasformazione non possono dunque neppure pensare di ricavare una marginalità dalla frutta di seconda e di terza scelta che di solito viene avviata all’estrazione di succhi o al confezionamento di marmellate. In questa situazione arance, mandarini e limoni resteranno sugli alberi con un contraccolpo pesante sul mercato sol che si pensi che nell’isola si concentra il 57% delle produzioni nazionali di agrumi, circa 70.000 ettari nella sola Sicilia orientale, che dà lavoro a 18.000 persone.
Ma se per gli agrumicoltori si presentano settimane difficilissime, non va meglio per chi deve produrre olio extravergine di oliva. Come detto si prevede una contrazione di circa il 30 % della produzione, ma i costi sono triplicati. Un frantoio prendeva circa 18 euro al quintale di olive da spremere, quest’anno causa bollette pazze non si pagheranno meno di 40 euro al quintale. Va considerato che da cento chili di olive si estraggono all’incirca 15 litri d’olio se si produce extravergine il che significa che si è passati da un costo medio di spremitura di 1,2 euro al litro d’olio a 2,6 euro. Le confezioni in vetro o in lattina hanno subito rincari tra il 170 e il 300%: un contenitore oscilla tra 1,2 e 2 euro compreso il tappo. La grande distribuzione non è disposta a mettere a scaffale olio italiano al di sopra di un prezzo medio di 6,50 euro per bottiglia da 0,75 cc il che significa che detratti i costi fissi l’olio non dovrebbe avere un prezzo superiore ai 2,50 euro al litro che tradotto in olive fa 37,5 euro al quintale; a oggi considerando gli aumenti di costo di coltivazione che superano il 70% un quintale d’olive non può essere venduto al di sotto di 90 euro, il che significa produrre extravergine a non meno di 6 euro a cui vano aggiunti i costi di estrazione confezionamento e trasporto. Consumeremo perciò oli di scarsa qualità considerando anche che gli oli di semi hanno avuto un rincaro del 400 per cento e oggi non si acquistano a meno di 3,5 euro al litro.
A dare l’ultimo colpo all’agroalimentare ora ci pensa l’influenza aviaria. Una pandemia che si ripresenta regolarmente negli allevamenti, ma che quest’autunno fa davvero paura. In Europa si ha il più vasto attacco mai registrato con quasi 2.500 focolai e 47,5 milioni di capi abbattuti negli allevamenti. L’Italia è il secondo paese più colpito: sono 317 gli allevamenti infettati. I rischi di trasmissione sono molto bassi da animale a uomo e non c’è nessun rischio nel consumo di uova, ma tanto è bastato a generare una nuova crisi nel settore avicolo – vale poco meno di 6 miliardi di euro di cui circa 4,9 per le carni e 1,1 per le uova – già duramente provato. Sono i sintomi della carestia.
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