Fuori dalle pale. Viaggio nell’Italia che rifiuta l’eolico
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  • Dalla Toscana alla Sardegna, dal Friuli alla Calabria, si moltiplicano le proteste contro le installazioni. Che allontanano i turisti e confiscano terre coltivabili agli agricoltori.
  • Oltre a devastare il paesaggio, i «mulini a vento del terzo millennio» sono costruiti con materiali molto resistenti. Nel 2050 le discariche ospiteranno 43 milioni di tonnellate quasi impossibili da smaltire.

Lo speciale contiene due articoli

Sono il pilastro della transizione ecologica ma paradossalmente fanno male all’ambiente e all’economia, contaminando con la loro presenza il paesaggio e compromettendo il turismo. Non solo. Sono costose, non aiutano le imprese italiane (la Cina ne detiene il monopolio) e non possono essere riciclate. Sottraggono spazio alla coltivazione e all’allevamento, come sottolineano le associazioni degli agricoltori. Inoltre, come denunciano alcuni movimenti di protesta, farebbero male alla salute in quanto contribuiscono all’inquinamento acustico. Non c’è da stupirsi se le pale eoliche, continuano a provocare ostilità e ribellione nei territori dove sono state inserite. La produzione di energia eolica in Italia è concentrata in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna e Calabria. Secondo i dati del Global energy monitor (ad aprile scorso), ci sono 347 infrastrutture quasi esclusivamente onshore, nel senso che l’unica eccezione è rappresentata dal parco Beleolico, inaugurato nel 2022 nel golfo di Taranto. Per il resto, gli impianti eolici offshore in Italia restano annunciati, 18 progetti per più di 16 gigawatt di capacità, oppure sono fermi alla fase di autorizzazione, 31 progetti per oltre 28 GW di capacità. Più in generale, i progetti legati alla posa di pale eoliche nei mari italiani rappresentano il 79,6% di tutti gli impianti in fase di realizzazione nel nostro Paese, siano essi soltanto annunci, già in fase di autorizzazione o di costruzione. In attesa di autorizzazione ci sono 39 progetti.

Le proteste delle comunità locali vanno dai sabotaggi, alle mobilitazioni e perfino all’uso delle performance artistiche. Ad agosto scorso un gruppo di volontari si è denudato nell’area archeologica di Su Nuraxi a Barumini, patrimonio Unesco, in una performance di Nicola Mette per protestare contro l’assalto indiscriminato degli impianti di energia rinnovabile in Sardegna. Nella serata del 4 luglio si è svolta una nuova manifestazione in provincia di Oristano organizzata dal Presidio permanente del popolo sardo. Evento che si è ripetuto nel porto di Oristano il 9 luglio, in una sorta di «revival» delle accese proteste di luglio 2024 nella stessa zona contro lo sbarco di alcune pale per un parco eolico a Villacidro. Tutto l’anno scorso è stato caratterizzato da accese proteste nelle aree dell’isola interessate dai progetti dell’eolico con episodi anche gravi come il sabotaggio di una turbina in provincia di Nuoro. Un dipendente della Energreen, durante un controllo, ha scoperto che i dadi alla base di una torre da 60 kW erano stati svitati e sparsi nei dintorni.

In Calabria le proteste vanno avanti da circa 15 anni sul progetto di installare 14 pale eoliche alte oltre 100 metri nel territorio di San Vito sullo Ionio, nell’entroterra catanzarese. A ottobre 2024 la Regione Calabria ha decretato la decadenza dell’autorizzazione alla costruzione dell’impianto ma la società proponente ha impugnato il provvedimento al Tar, i giudici amministrativi a dicembre scorso hanno respinto l’istanza cautelare avanzata. L’azienda ha proposto appello contro tale ordinanza. Un altro fronte caldissimo è quello delle pale eoliche nel mare del Golfo di Squillace, un mega parco off shore – denominato Enotria – da 37 aerogeneratori alti circa 300 metri davanti alla costa calabrese.

Nel cosentino è esplosa la protesta attorno al progetto dei 23 aerogeneratori alti oltre 200 metri per una potenza complessiva di 103,5 MW, con opere di connessione che interessano pure i territori di San Demetrio Corone, Terranova Da Sibari, Corigliano Rossano e Casali Del Manco.

Dalla Calabria al confine tra la Toscana e l’Emilia Romagna. A luglio scorso un sabotaggio ha interessato i cantieri per la realizzazione delle opere preliminari alla costruzione di un parco eolico nel Mugello. Le incursioni sarebbero opera del gruppo «Siamo montagna», che dal 2 al 6 luglio scorso ha organizzato un «campeggio di lotta» (una forma di mobilitazione) contro l’eolico nel Mugello nella località Pian dei Laghi, poco distante dall’area di cantiere. Avevano detto di voler fare «un’opposizione collettiva» al taglio del bosco per realizzare il progetto. Monia Monni, assessore all’Ambiente della Regione Toscana, ha definito le azioni «atti terroristici». Secondo la questura le persone avevano il volto coperto, e hanno portato via tre motoseghe e danneggiato alcuni macchinari. Il progetto del parco eolico era stato proposto nel 2019. Sarà costruito sul monte Giogo, alto mille metri, nel territorio dei comuni di Vicchio, Dicomano e San Godenzo, in provincia di Firenze. Prevede il posizionamento di sette turbine alte 168 metri su una superficie di 5,4 ettari, a una certa distanza dai paesi: 2,7 chilometri da Villore, una frazione del comune di Vicchio, e 4,5 chilometri da Corella, frazione di Dicomano. Molte persone, movimenti e associazioni si erano opposte al progetto promuovendo raccolte firme, organizzando incontri e manifestazioni, presentando ricorsi al Tribunale amministrativo regionale (Tar): non sono andati a buon fine. Ci sono stati poi diversi esposti alla procura di Firenze in cui si denunciavano i danni ambientali causati dall’impianto e si chiedevano controlli per verificare che tutte le procedure fossero state seguite nel rispetto dell’ambiente. Nel frattempo, però, il Consiglio di Stato ha deciso che il parco si farà.

Proteste anche in Liguria. La scorsa settimana i Comuni di Altare, Mallare e Cairo si sono mobilitati contro il parco eolico Bric Surite e hanno deciso di presentare ricorso al Tar per bloccare la procedura di Via (la valutazione di impatto ambientale). Il parco prevede l’installazione di sei turbine. Secondo il comitato, l’impatto sul territorio di Altare sarebbe «letale, devastante e irreversibile».

Sul piede di guerra, le comunità di montagna, gli allevatori, le associazioni ambientaliste, che hanno raccolto centinaia di firme contro il parco eolico sul monte Craguenza, nel cuore delle Valli del Natisone, in Friuli. Il piano prevede impianti alti 200 metri. La protesta ha coinvolto cinque piccoli borghi con i rispettivi sindaci: Pulfero, Cividale del Friuli, Moimacco, San Pietro al Natisone e Torreano. Le pale, dei veri ecomostri, minacciano un territorio che aveva puntato sul turismo slow, con escursioni a piedi, in canoa, castelli e buon cibo tra prati e boschi di castagni. Il silenzio, vero patrimonio di quelle terre, andrebbe a farsi benedire, dice la popolazione locale. La protesta è arrivata fino all’arcivescovo di Udine al quale la gente del posto si è appellata perché protegga il percorso delle chiese votive del Natisone. Tra la transizione ecologica e la tutela del paesaggio che è anche una risorsa economica, la popolazione costretta a trovarsi dietro casa i giganti del vento, non ha avuto dubbi: ha già scelto la seconda.

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