2025-02-10
VOTAntonio | Ursula sfoglia la margherita: green deal o non green deal?
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A sette mesi dalla sua elezione, Von der Leyen predica vagamente continuità nonostante il disastro annunciato.
A sette mesi dalla sua elezione, Von der Leyen predica vagamente continuità nonostante il disastro annunciato.
Maxi multa dell’istituto di statistica alla società che deve raccogliere le informazioni: una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari. Così è passato il concetto che il «patriarcato» sia un costume italiano.
«Se torturi i dati abbastanza a lungo confesseranno ogni cosa». La citazione di Ronald Coase, vecchio premio Nobel per l’Economia, rimane un baluardo contro la pretesa infallibilità del «data journalism», totem fideistico già messo a dura prova da certi deliri durante la pandemia, determinati da committenti interessati (case farmaceutiche), forzature sociologiche, condizionamento delle masse. Ma non avremmo mai immaginato di doverla aggiornare aggiungendo un quarto elemento di diffidenza: la falsificazione dei dati.
È ciò che è accaduto all’Istat, che ha inflitto una maxi multa alla società Csa research perché una o più ricercatrici avrebbero inventato le risposte ai questionari sui femminicidi in Italia.
La faccenda sarebbe grottesca se non fosse seria: le irregolarità sono state verificate e hanno indotto l’Istituto nazionale di statistica a sanzionare una delle agenzie che hanno in appalto le rilevazioni. Per la cronaca, Csa ha presentato controdeduzioni che non hanno convinto l’Istat e la multa è stata confermata. Lo ha rivelato Fanpage, che ha sottolineato come a fine 2025 sono stati pubblicati solo dati parziali, riguardanti la violenza di genere sulle donne italiane, risultato di questionari telefonici. Mancavano quelli relativi alle straniere, per lo più immigrate. Un approfondimento obiettivamente più complicato perché necessitava di interviste in presenza, con appuntamenti e riscontri. «Parte di queste interviste sarebbero state inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe finto di recarsi a casa di quelle donne, compilando lei stessa le risposte alle domande». Si tratta di più questionari, con il rischio di falsare il campione.
Tutto ciò non cancella il problema ma ne definisce il perimetro e l’attendibilità, gettando un’ombra anche sul prestigio dell’Istat, che ogni anno (esattamente da un secolo, fu fondato nel 1926) fotografa lo stato di salute del nostro Paese attraverso un reticolo di informazioni dettagliate sulla società italiana per cogliere e interpretare i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia, negli orizzonti sociali dentro un mondo in continua evoluzione. Spesso il monitoraggio è stato utile per pianificare investimenti, per orientare scelte politiche. E anche per condizionare decisioni strategiche mai del tutto metabolizzate, come la negazione dell’inflazione galoppante quando uscimmo dalla lira per entrare nell’euro. Era un convincimento granitico della galassia prodiana, confermato dall’Istat ma smentito dalla percezione del cittadino medio mentre si toccava il portafoglio.
Le interviste dell’Istat sono sempre state considerate una Bibbia di numeri, hanno occupato le prime pagine dei giornali, hanno dato il là ad articolesse sociologiche, hanno determinato la benedizione di buoni e cattivi. «Ce lo dice l’Istat» nei decenni è stato soppiantato solo dal «Ce lo chiede l’Europa». Falso. Risposte inventate da ricercatori pigri. Parliamoci chiaro, fare di tutto un’erba un fascio è sbagliatissimo e non è questo il caso. Anche perché l’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli si è difeso con due capisaldi: «l’organizzazione del lavoro è responsabilità dell’appaltatore» e una volta scoperto l’inganno Istat ha fermato tutto decidendo la multa.
Lo scivolone attribuito a Csa research (centro con sede a Firenze, specializzato in ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi socioeconomiche) non può essere ignorato. E nelle pieghe del problema se ne evidenziano altri. Il primo riguarda la residenza delle donne straniere, che a detta delle ricercatrici spesso non coincidevano con quelle indicate negli elenchi perché alcune anagrafi comunali non erano aggiornate. Con ricerche da intelligence per trovarle. Il secondo problema è relativo all’argomento: la violenza di genere. In alcuni casi le addette entravano in abitazioni dove gli uomini si rifiutavano di allontanarsi durante le intervista, di fatto condizionando le risposte di mogli, figlie e sorelle. Testimonianza comune: «Le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità». Una rilevatrice ha commentato a Fanpage: «In varie occasioni mi sono trovata in situazioni che mi hanno provocato non solo forte disagio, ma mi hanno fatto sentire in pericolo».
Tutto questo con un ulteriore deficit, quello economico: ogni intervista viene pagata 28 euro lordi, con spostamenti fino a 50 chilometri di distanza e la necessità di tornare più volte dal potenziale intervistato per trovarlo a casa. Alla fine qualcuno ha deciso di prendere la scorciatoia e di compilare i questionari a chilometro zero buttando giù una serie di X e di risposte inventate. Sulla base delle quali sono stati dipinti scenari immaginifici e lanciati allarmi circostanziati sul «patriarcato tossico», guarda un po’ tutto italiano.
È un ligure atipico: al mare preferisce la montagna. Ma è anche un politico anomalo: alle vacanze in località mondane, dove fare pierre, predilige le spedizioni alpinistiche. Per esempio, qualche anno fa, ha scalato il Manaslu, uno dei quattordici 8.000 dell’Himalaya e l’ottava cima più alta del Pianeta. Qui, a 4.800 metri, al campo base, ha organizzato una degustazione di prodotti tipici, apprezzati da iraniani e statunitensi insieme, e, a 6.800, si è messo a cucinare testaroli al pesto. «Purtroppo un salame di Sant’Olcese è rimasto sotto una valanga» si rammarica, con un sorriso, Edoardo Rixi, viceministro alle Infrastrutture, nonché segretario della Lega in Liguria e deputato.
Oggi prenderà parte alla manifestazione organizzata dal Carroccio a Milano e intitolata «Senza paura. In Europa padroni a casa nostra». Molti la considerano un evento sulla cosiddetta remigrazione…
«Il tema centrale è un altro: è l’economia che, in questo periodo storico, la miopia dell’Europa e delle sue regole rischia di affossare. La nostra priorità è quella di difendere le industrie italiane e il potere di acquisto delle famiglie. Chiaramente la sicurezza è un fattore che influisce in modo determinante sulla qualità della vita, ma la nostra piattaforma è molto più vasta: vogliamo mettere in discussione le politiche di Bruxelles che minano la tenuta dell’economia italiana ed europea».
Parliamone…
«In questo momento l’Europa mantiene aperti più fronti di guerra e non ne chiude nessuno. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente ci hanno escluso l’accesso al 40% del mercato mondiale degli idrocarburi. Purtroppo, anche di fronte a una simile emergenza, l’Unione ci obbliga a rispettare il patto di Stabilità. Ci consentirà di sforarlo solo quando saremo in una crisi dichiarata, ma allora sarà troppo tardi. Bisogna agire subito per evitare una recessione europea paragonabile a quella del 2008. Il problema è che a guidare l’Europa sono gli Stati cosiddetti frugali, come Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, economie con esigenze del tutto diverse da quelle di Italia, Francia e Spagna. Per esempio la Norvegia, che si vanta di essere “green”, vive di esportazione di idrocarburi. Ma non è questa la concorrenza più deleteria».
E qual è?
«Quella che arriva da Oriente. La Cina e alcune nazioni del Sud-Est asiatico pagano il petrolio 50 dollari in più al barile e attirano così la maggior parte dei venditori. Quelle nazioni, non avendo la Bce e il debito pubblico vincolato, possono stampare moneta e attuare una politica espansiva che in futuro potrebbero pagare in termini di inflazione, ma che intanto gli impedisce di essere travolti dalla crisi energetica. E i vantaggi dei nostri competitor non sono finiti. Per esempio, possono approvvigionarsi alle materie prime russe».
C’è una via di uscita?
«L’Europa è un pachiderma incrostato di ideologia che deve diventare più flessibile e reattivo. La crisi energetica è iniziata nel 2022 con la guerra in Ucraina e si è aggravata quasi tre anni fa con il conflitto israelo-palestinese, quando gli Houthi hanno iniziato a chiudere a singhiozzo il canale di Suez…».
Dunque l’attuale scenario era prevedibile e si potevano prendere contromisure?
«Non bisogna essere fini analisti di geopolitica per sapere che l’Iran aveva iniziato a destabilizzare l’area dopo che i Patti di Abramo, tra Israele e i Paesi del Golfo, lo avevano di fatto isolato a livello commerciale. L’Europa è rimasta ferma, mentre Stati Uniti, Russia e Cina si sono mossi».
Qual è la principale colpa di Bruxelles?
«L’indecisione: in Ucraina non sospende le ostilità, né si impegna in un intervento diretto. Rimanda e a una crisi se ne somma un’altra».
Non sembra convinto delle capacità di risolvere i problemi di Ursula von der Leyen…
«L’attuale Commissione non è in grado di affrontare questi problemi. È fortemente ideologizzata, ha indebolito il sistema industriale con il Green deal e non ha mostrato lungimiranza politica sull’immigrazione, né sull’energia».
L’Italia è vulnerabile in questa fase, essendo la seconda industria manifatturiera del Continente…
«La Germania, che è la prima, può contare su un avanzo di bilancio e fare degli scostamenti che sono vietati a noi. Ma la produzione per entrambi i Paesi ha costi elevatissimi».
Gli Stati Ocse producono più benzina di quella che serve e l’Italia anche più gasolio…
«Noi, avendo conservato più raffinerie, produciamo 16,4 milioni di tonnellate di “super” a fronte di una domanda interna di 9,2 e 28,5 milioni di gasolio contro i 27,9 di fabbisogno locale. L’Europa è, invece, in deficit. Se fossimo in una bolla avremmo prezzi molto più bassi rispetto a molti altri Paesi dell’Unione, anche senza gli sconti accise. Destinati, comunque, a perdere efficacia. Avere un mercato unico ci penalizza: infatti esportiamo 5,8 milioni di benzina e 5,4 di gasolio, una scelta che ci costringe a importarne 4,8 di quest’ultimo. Ma non è la sola stortura…».
A che cosa si riferisce?
«Le politiche europee “ecologiste” hanno spinto i produttori a delocalizzare gli impianti di raffinazione fuori dal Continente, rendendoci più dipendenti da aree oggi geopoliticamente instabili e da chi governa gli stretti marittimi».
Altri errori di Bruxelles?
«L’Italia è stata penalizzata anche nella produzione dei biocarburanti in cui primeggiamo, come il Saf per gli aerei (estratto dai vegetali, ndr) e l’Hvo (il diesel ecologico proveniente dall’immondizia, ndr) che non hanno avuto sufficienti incentivi per far espandere volumi che potrebbero ridurre l’import dall’estero, soprattutto in momenti di crisi».
Il Saf in Europa può rappresentare solo il 2% della miscela…
«Mentre dal 2029 potrà arrivare al 6. Perché non sbloccare subito questa norma? Ci consentirebbe di far salire la domanda da 100.000 tonnellate a 300, quantitativo che l’Italia garantirebbe da sola».
L’Hvo potrebbe alimentare già ora buona parte del parco automobilistico a diesel…
«Inquinando meno delle macchine elettriche che sono più energivore e meno green di quanto si pensi».
In che senso?
«Per caricarle servono colonnine la cui energia è prodotta ancora dalle centrali a gas e per realizzare i loro motori sono necessarie terre rare la cui produzione è la cosa meno ecologica che ci sia».
Ma allora perché l’Europa punta sull’elettrico?
«Non lo so, anche perché i mezzi pesanti, quelli che trasportano oltre l’80% delle merci su strada, non potranno mai essere convertiti all’elettrico. Almeno non nei prossimi trent’anni».
Non va meglio con le gabelle che affliggono i trasporti…
«Il primo passo deve essere la sospensione dell’Ets, le tasse sulle emissioni che colpiscono per un miliardo di euro le flotte marittime europee, ma anche le aziende energivore, le compagnie aeree e tutto ciò che utilizza i carburanti fossili. In una situazione normale questa regola sarebbe dovuta servire a diminuire le emissioni di CO2, ma oggi è un costo che si somma agli altri. È l’esempio di come un’economia, quella europea, abbia deciso di suicidarsi, essendo l’unico Continente che le impone. È significativo che l’Organizzazione marittima internazionale, dopo un’accesa discussione, abbia deciso di non imporre nessuna tassa sui carburanti, lasciando all’Europa questa triste esclusiva che disincentiva i traffici commerciali e favorisce l’aumento dei prezzi dei beni di consumo».
Quali sono i settori più colpiti dalla crisi?
«Oltre ai trasporti, le manutenzioni stradali e le opere pubbliche. Gli impianti di produzione del bitume, derivato del petrolio, sono fermi e il prezzo dell’asfalto è salito anche del 60-70%. La conseguenza è la crescita fuori controllo del costo dei lavori. Già adesso abbiamo dovuto bloccare numerosi cantieri. Non prendere contromisure per affrontare una crisi energetica che sta diventando strutturale e che rischia di prolungarsi sino al 2027 può rivelarsi letale».
Quali soluzioni suggerisce?
«Riaprire subito l’approvvigionamento di gas e petrolio russi e non cancellare i 20 milioni di metri cubi che ancora si importano da Mosca, come previsto per il 2027: significherebbe fare aumentare in modo insostenibile i prezzi degli idrocarburi. E poi incrementare gli incentivi per i biocarburanti; consentire il riciclo del 100% degli asfalti; chiedere a chi raffina in Italia di non esportare in questo momento e offrire incentivi anche a quel settore; aiutare gli autotrasportatori ad affrontare gli extracosti, un tema su cui occorrerebbe avviare un tavolo di crisi a Palazzo Chigi».
Per proporre che cosa?
«Di aprire a misure speciali che vadano oltre al vincolo europeo che impedisce di dare soldi alle aziende. Per esempio, una società di trasporto che ha un Euro5 o un Euro6 fino a pochi mesi fa prendeva in media 268 euro di contributo statale per ogni pieno. Visto lo sconto accise, l’Europa, avendolo considerato un aiuto di Stato, consente di dare solo 68 euro. Questo vuol dire che l’aumento del costo del gasolio resta a carico delle aziende italiane, e ne mette a rischio i bilanci».
Non conviene cercare altri mercati dove approvvigionarsi?
«Lo stiamo facendo, ma bisogna tener presente che i gasdotti ci collegano solo ad alcuni Paesi. In futuro ci riforniremo con gasiere e petroliere provenienti da Centro e Sud-America, ma a costi molto più alti. Stesso discorso per buona parte dell’Africa, mercato che inizia a essere molto affollato, soprattutto per il gas».
Con una riapertura rapida dello stretto di Hormuz, l’emergenza rientrerebbe?
«Temo che il prezzo dell’energia resterà elevato per lungo tempo. I costi dei noleggi e delle assicurazioni marittime, per i passaggi negli stretti, rimarranno alti e tutto si scaricherà sul costo del carburante».
Gli aerei, invece, quando inizieranno a restare a terra?
«Se l’Europa si sveglia, mai. Altrimenti la possibilità per gli scali europei di rimanere “corti” sulle riserve di jet-fuel potrebbe diventare concreta. Oggi la domanda continentale è circa di 75 milioni di tonnellate e la produzione di 54. Se dovesse aumentare il fabbisogno globale o i Paesi del Sud est asiatico continuassero a fare incetta di jet-fuel, ci potrebbe essere un problema serio di rifornimento. Per questo ritengo che il Saf, anche se ha costi superiori, dovrebbe essere considerato dall’Europa come una riserva strategica».
La crisi può impattare sui cantieri del Pnrr?
«Credo che l’Ue dovrebbe dare una deroga da sei mesi a un anno perché in questo momento i costi dei derivati del petrolio stanno lievitando rapidamente e noi non possiamo far lavorare le nostre aziende in perdita. Senza misure urgenti l’alternativa è ugualmente terribile: o si bloccano i cantieri o saltano le ditte».
Torniamo a uno dei temi della manifestazione di oggi: la remigrazione. Cos’è e come si può realizzare?
«È un concetto che se non viene riempito di contenuti concreti rischia di rimanere un termine vuoto e propagandistico a uso di qualche estremista. Noi siamo un movimento né di destra, né di sinistra e non abbiamo nostalgia delle ideologie del Novecento. Ma ci tengo a ribadire con altrettanta chiarezza che chi delinque in Europa e in Italia e non ha diritto di stare sul Continente deve poter essere allontanato in tempi rapidi. Per questo occorre incrementare gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine degli immigrati che commettono reati, in particolare con quelli nordafricani, e convincere la magistratura italiana ed europea che le leggi vanno applicate e non interpretate. Questo anche a tutela delle tante comunità straniere che oggi si sono integrate e che sono le prime discriminate, a causa di fenomeni delinquenziali e di persone che approfittano del nostro Welfare».
Chiudiamo con una notizia che riguarda la sua città: la sindaca di Genova Silvia Salis ha spiegato a Bloomberg di essere disponibile, se dovessero chiederglielo, a fare la federatrice del Campo largo …
«Senza ironia, secondo me sarebbe un ottimo candidato per il centro-sinistra, ma non so se quest’ultimo sia così maturo per comprenderlo…».
Endorsement sorprendente...
«È chiaro che non ho le stesse idee della Salis, ma questo non mi impedisce di riconoscerle grandi capacità, sicuramente superiori a quelle di Elly Schlein, che senza di lei non avrebbe ripreso Genova».
Antonio Mercurio, primo contrabbasso dell’orchestra Toscanini di Parma, presenta il progetto Wikibass. Il primo database che crea una rete globale per riscoprire i compositori che hanno valorizzato lo strumento, ma che sono stati dimenticati.
Mentre la riapertura del canale di Hormuz potrebbe davvero rappresentare una svolta nel conflitto in Iran, con il rientro del pericolo di uno choc energetico prolungato, Bruxelles, invece, scommette sul prolungamento dell’emergenza, al punto che ha stilato un decalogo da Stato di crisi con tanto di ritorno dello smart working, case fredde o senza condizionamento, auto a passo d’uomo, giornate a piedi e incentivi all’uso delle biciclette. Pessimismo o mancanza di sincronia con gli eventi, Bruxelles dimostra ancora una volta di non riuscire a stare sul pezzo.
Ecco quindi che sforna un mix di raccomandazioni agli Stati membri per indurre i cittadini a non mettere il naso fuori casa. Una via di mezzo tra l’austerity anni Settanta con le storiche domeniche a piedi e il lockdown del Covid. È il piano Save energy Eu, che la Commissione presenterà il 22 aprile come parte delle misure contro il caro energia ma di cui ieri sono emersi ampi stralci. Tra le misure suggerite, c’è l’aumento del telelavoro, con almeno un giorno a settimana di smart working e l’obbligo nel settore pubblico, ove possibile; per le auto e i veicoli commerciali, limiti di velocità più bassi; poi la promozione del trasporto pubblico e dei treni (con riduzione o azzeramento dei prezzi per categorie vulnerabili e incentivi per i biglietti ferroviari) e altre alternative all’auto (dagli incentivi all’acquisto delle biciclette al bike sharing gratuito). C’è da chiedersi: torneranno anche i monopattini, messi fuori legge da tante città europee perché considerati pericolosi per la viabilità?
Non poteva mancare il suggerimento di limitare l’utilizzo dell’auto in città, con zone o giornate a piedi, parcheggi e pedaggi ridotti per il car sharing. Giro di vite sui viaggi di lavoro in aereo. La Commissione vorrebbe anche che fosse ridotto l’uso di caldaie per il riscaldamento e dei condizionatori, evitando consumi in stanze inutilizzate o mantenendo la temperatura degli impianti a condensazione sotto i 60 gradi. Andrebbe regolata la temperatura e l’illuminazione negli edifici e negli spazi pubblici (suggerito il passaggio al Led e ai sistemi intelligenti).
Per evitare interruzioni della fornitura si propone un divieto temporaneo di distacco. Sono inoltre previsti incentivi per sostituire motori elettrici inefficienti e sistemi basati su combustibili fossili con soluzioni rinnovabili.
Per far digerire l’austerità, la Commissione lancerà una campagna informativa su larga scala, simile a «Playing my part» del 2022.
Il piano di Bruxelles prevede anche voucher energetici, schemi di leasing sociale e finanziamenti agevolati per tecnologie pulite destinati a famiglie disagiate, fermo restando che «le regolazioni dei prezzi dovrebbero essere temporanee per evitare costi elevati per le finanze pubbliche», si legge nel documento della Commissione. Inoltre, gli Stati possono «introdurre o estendere tariffe regolamentate temporanee (tariffe sociali); premiare chi partecipa alla flessibilità sulla domanda; e ridurre (parzialmente o totalmente) le accise sull’elettricità per i più vulnerabili».
Le risorse per fare tutto questo? La Ue suggerisce di attingere ai fondi di coesione mentre una task force specifica, la Eu save energy now task force, servirà a coordinare l’attuazione del piano. Non compare nessuna tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere ed energetiche che era stata chiesta da Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo.
«In pratica ci vogliono mettere in casa al freddo», è stato il commento immediato del senatore della Lega, Claudio Borghi.
Intanto si rincorrono le stime sul rischio di carenze di carburanti nel trasporto aereo. Mentre il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), Fatih Birol, rilancia l’allarme sulle scorte di cherosene che sarebbero sufficienti solo per circa sei settimane, con la conseguenza di disagi fino alla cancellazione di voli, il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikōotas, contesta questo catastrofismo. «Negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione», ha detto. Riconosce comunque che «i prezzi del jet fuel sono raddoppiati nelle ultime settimane. Questo comporterà un aumento del prezzo dei biglietti e ridurrà l’interesse dei passeggeri a volare».
L’allarme dell’Aie è condiviso dalla Iata: «La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo», ha dichiarato il direttore generale Willie Walsh. Si moltiplicano le compagnie che decidono di ridimensionare i voli. Lufthansa chiude con effetto immediato Lufthansa CityLine, la controllata regionale che operava su nove aeroporti tedeschi. Da oggi tutti e 27 aerei resteranno a terra.

