2025-02-10
VOTAntonio | Ursula sfoglia la margherita: green deal o non green deal?
content.jwplatform.com
A sette mesi dalla sua elezione, Von der Leyen predica vagamente continuità nonostante il disastro annunciato.
A sette mesi dalla sua elezione, Von der Leyen predica vagamente continuità nonostante il disastro annunciato.
Ma quanto guadagna in media un lavoratore che a causa di un fermo aziendale o di una lunga fase di ristrutturazione è costretto a subire la mannaia degli ammortizzatori sociali? Il quesito non è banale per almeno due motivi. Da un lato, sono migliaia gli addetti che nonostante la crescita dell’occupazione stabile sono in cassa integrazione o «subiscono» un contratto di solidarietà per mesi e mesi.
Dall’altro, perché in un Paese che da anni è alle prese con un fenomeno di perdita di potere d’acquisto e bassi salari, anche il gap tra remunerazione della cig e del lavoro è un tema socialmente molto sentito. E che periodicamente torna a far discutere. Nelle scorse ore l’Inps ha dato nuovi elementi al dibattito ufficializzando, tramite solita circolare, gli aggiornamenti sui massimali che per la cassa integrazione sia ordinaria che straordinaria raggiungono quota 1.340,56 euro netti (1.423 lordi), e ai quali bisogna aggiungere i contributi figurativi (che possono arrivare fino a quota 777 euro). Massimali che sono validi per tutti i settori, tranne uno. Anzi due. Perché se la passano meglio gli addetti di edile e lapideo (chi in buona sostanza lavora la pietra) che superano di qualche euro i 1.600 euro netti.
Attenzione. Stiamo parlando del valore massimo della cassa che ovviamente non vale per tutti. Anzi, diciamo pure che vale per pochi (non pochissimi) eletti. La cassa infatti copre l’80% della retribuzione, ma se parliamo di buste paga che si avvicinano o superano i 2.000 euro netti, non potranno andare oltre determinati tetti, quelli evidenziati appunto dall’Inps.
Il vero punto di riferimento va cercato nell’assegno medio che riceve un lavoratore che è costretto a subire il peso della rinuncia al lavoro. Dati ufficiali non esistono, ma da elaborazioni dei numeri forniti dal nostro istituto di previdenza sociale è possibile fissare la soglia intorno ai 1.200 euro lordi al mese che al netto garantiscono circa 1.050-1.100 euro (i contributi sono differenti a seconda del settore di riferimento). A questi, poi vanno aggiunti i contributi figurativi.
Pochi o molti? L’obiettivo non è rispondere a questa domanda, ma evidenziare come in un Paese che ha una certa predisposizione al nero e che, a essere molto ottimisti, garantisce salari medi non superiori ai 1.500-1.600 euro netti al mese, avere un gap così sottile (400 euro) tra la retribuzione del lavoro e quella dell’ammortizzatore può rappresentare un disincentivo alla ricerca di un nuovo impiego.
Insomma, la questione non è puntare su un ridimensionamento economico degli ammortizzatori sociali. Ci mancherebbe. Il punto è mettere in campo tutti gli strumenti per gonfiare le buste paga, e, ovvietà, puntare sui controlli. Perché se ai 1.100 euro di una potenziale cassa integrazione se ne aggiungono altrettanti per un probabile lavoro il nero, diventa difficile trovare gli stimoli per rimettersi in gioco.
Più o meno l’effetto distorsivo del reddito di cittadinanza e della sua disastrosa applicazione.
E del resto, anche gli ultimi numeri dell’Inps dimostrano che nonostante gli ottimi dati sul lavoro (dal 2022 circa 1 milione di posti in più, con una crescita soprattutto dei contratti a tempo indeterminato) e qualche miglioramento sul lato degli ammortizzatori sociali, una sacca di lavoratori in cassa integrazione o solidarietà è fisiologica.
Hanno un peso determinante alcuni crisi ataviche, come quella dell’ex Ilva, che lo scorso anno ha incrementato il numero di lavoratori in cig da 4.550 a oltre 5.700 unità e adesso è pronta a sfondare quota 6.000. Così come sta assumendo un ruolo sempre più negativo l’automotive. Che in Italia vuol dire Stellantis certo, ma anche una miriade di piccole e medie imprese che lavorano, in alcuni caso come mono-committenti, per quel che resta dei marchi del colosso italo-francese, trascinati nel baratro dalle follie del Green deal.
A fine 2025 la cassa integrazione ha mostrato segnali di rallentamento. A dicembre le ore autorizzate sono scese a quota 35,98 milioni, in calo del 10% rispetto a novembre e del 13% sullo stesso mese del 2024.
Segnali positivi, che però non fanno tendenza. Perché siamo abituati ai sali e scendi determinati dai picchi di produzione e ai fermi per scarsità di domanda.
L’Inps indica tra i fattori di maggiore criticità, le difficoltà del metalmeccanico e l’aumento delle ore di solidarietà nelle telecomunicazioni, soprattutto nel mese di ottobre. Senza contare che sul mondo del lavoro si sta abbattendo un ciclone che ha le iniziali, Ia, dell’intelligenza artificiale.
Tutto questo per dire che di ammortizzatori sono un elemento naturale del mondo del lavoro. Quindi è un bene che vengano monitorati e rafforzati. Se però ai periodi di magra si arrivasse con un po’ di grasso in più in corpo, avremmo tutti un po’ meno freddo.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 gennaio 2025. Il leader di Sud chiama Nord Cateno De Luca attacca Schifani sulla frana di Niscemi: «Lo vado a prendere!».
Auspico che papa Leone XIV voglia «commuovere» il mondo con un Magistero spirituale per questi tempi, forse prioritario rispetto al «sinodalismo». Ma non è suggerimento, è un mio sogno. Confesso che ho da tempo cominciato ad aver paura. Paura di ciò che succederà se non torniamo presto a riconoscere essere essenziali le raccomandazioni della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo moderno Gaudium et spes (Concilio Vaticano II), che insegna che allontanarsi dalla vita di fede «diminuisce l’uomo», impedendogli di conseguire la propria pienezza.
Non ce ne siamo accorti? Dopo le esperienze vissute dal mondo intero negli ultimi 50 anni e i risultati conseguiti, questa è, secondo me, la riflessione chiave da fare in un Magistero. Magari accompagnandola da qualche raccomandazione che ridimensioni la convinzione che «siamo già tutti salvi» per i meriti del Signore, e non anche i nostri. Questa convinzione, insieme alla scoperta che fare il male rende più che fare bene e visto che siam già tutti salvi, può rafforzare la domanda: perché mai dovremmo fare il bene? Ma c’è di più. Il rischio di degrado comportamentale, oggi, al punto di «indifferenza morale» cui siamo arrivati, preoccupa anche il potere globale. Non dovremmo pertanto meravigliarci nel vederci imposta una soluzione di «Morale-Intelligenza artificiale», o «fede-tecnologica», come viene già chiamata, quale soluzione al bisogno evidente di comportamento «morale». Un altro reset infine, stavolta definitivo? È necessario pertanto fare Magistero.
Ogni epoca ha bisogno un Magistero specifico. In ogni epoca storica si è sempre atteso da parte della autorità morale un insegnamento di Magistero, che fosse «nel tempo», cioè non astratto, ma che fosse anche «fuori dal tempo» , cioè riferito a verità eterne. Se essere nel tempo però significa per taluni riferirsi al «reale» è bene riflettano che «il reale» è fatto dall’uomo, diciamo, con i suoi «limiti e debolezze», non volendo citare il «peccato», ohibò… Come può pertanto il reale diventare riferimento per la pastorale?
Stiamo vivendo i risultati del fallimento delle promesse mai mantenute di quel «nuovo ordine» umano prodotto dal malgestito processo di globalizzazione. Ma stiamo anche vivendo i risultati di un Magistero centrato sugli «effetti» da risolvere e non sulle loro «cause» da conoscersi (aristotelicamente e tomisticamente). Infatti gli effetti sono stati deludenti e le cause si sono aggravate. Abbiamo sentito, e sentiamo ancora, proposte di soluzione riferite al cambio degli strumenti e delle strutture, anziché al cambio del «cuore dell’uomo», come insegnava Benedetto XVI. Inascoltato anche in questo.
Merita fare un cenno a Chiesa ed economia, per spiegarci meglio. Fino a circa una ventina di anni fa la Chiesa non doveva occuparsi e parlare di economia, ma solo piuttosto di morale, personale naturalmente. Poi una dozzina di anni fa, la Chiesa è apparsa mettersi (curiosamente) a occuparsi quasi solo di economia e in modo confondente di morale. Sembrando persino di non voler intervenire per correggere, bensì quasi a supportare, le decisioni di soluzione delle crisi economiche centrate sugli effetti anziché sulle cause. Arrivando però, secondo la mia personale impressione, anche a ottenere una indifferenza generale sul tema morale. E l’indifferenza può essere persino peggiore dell’ateismo.
Le sfide che papa Leone deve affrontare sono pertanto grandi, cruciali per la nostra intera civiltà che aspetta indicazioni. Recentemente un grande potente del mondo ha riconosciuto che non si può governare senza valori di riferimento. Ma ancor prima Benedetto XVI, in Caritas in veritate, aveva già spiegato l’impatto del nichilismo sul comportamento umano, nella sua logica e nelle conseguenze. L’uomo senza riferimenti in valori perde il controllo degli strumenti sofisticati a sua disposizione, che prendono pertanto autonomia morale. Possono farlo?
Io sogno che papa Leone ci commuoverà presto con un Suo Magistero, di questi valori di riferimento, quelli non negoziabili, cominciando magari dalla sacralità della vita umana (un po’ più sacra della Terra…), spiegando anche le conseguenze pratiche-reali della «indifferenza» a questo. Oggi sembrerebbe essere accettato un solo dogma: l’impossibilità di intendere la Verità. Per questo ora è il momento, per l’autorità morale, di spiegare agli uomini che «gli ideali umani si conseguono solo perseguendo ideali divini». Che altro potrebbe fare l’autorità morale oggi verso un mondo vuoto di valori e ideali, deluso, sfiduciato, senza senso della vita, se non spiegare l’indispensabilità di riunire fede e opere?
I cosiddetti tempi dell’attuale pontificato sono totalmente differenti da quelli precedenti, inseriti nella conclusione del fallimento del processo di globalizzazione e cambio di leadership mondiale e crollo del senso morale. Questi tempi vogliono un Magistero nuovo, «commovente», che solo un Santo Papa può dare. Santità, ci commuova con un Magistero che ci ridia speranza di vita eterna. Così «anche i vecchi torneranno a sognare». Come nella profezia di Gioele (Atti 2,17).
I grandi banchieri e gli oracoli della finanza internazionale si perdono negli algoritmi di Wall Street. Jeff Bezos, per alimentare i suoi data center scava l'Arizona a caccia di rame come un cercatore di pepite del Klondike. Per noi italiani, invece il vero tesoro non sta nei forzieri di della Banca d’Italia e nemmeno nei portafogli digitali criptati.
No, il vero giacimento aurifero nazionale è sepolto in quel luogo sacro che risponde al nome di «cassetto della biancheria». Perché oggi tutto è cambiato. L’oro ogni giorno segna un nuovo record: è arrivato a 5.384 dollari l’oncia equivalenti a 28 grammi. L’argento non è da meno scalando le vette del rialzo: ieri 116 dollari.
Tutto questo per dire che bisogna fare più attenzione nell’aprire i cassetti. Sì, perché tra un calzino spaiato e una vecchia ricevuta dimenticata, giacciono loro: le reliquie del benessere di un tempo. Parliamo di quelle catenine sottili come capelli, di quei braccialetti a maglia «Milano» e di quelle spilline con le nostre iniziali che zii e madrine ci hanno rifilato per decenni in occasione di battesimi, comunioni e cresime. Oggetti che fin dall’adolescenza abbiamo guardato con la sufficienza di chi punta alla modernità, considerandoli «roba da vecchi», nostalgie da confinare in scatole di velluto logorato dal tempo.
Ebbene, oggi quegli oggetti trascurati brillano di una luce meravigliosa. Chi avrebbe mai detto che la spilla a forma di foglia regalata dalla vecchia zia dai capelli candidi e dalle gonne impeccabili sarebbe diventata un asset finanziario più performante delle azioni di Nvidia? Dieci anni fa l’oro viaggiava intorno ai 30-32 euro al grammo. Oggi, dopo una corsa forsennata, il valore è più che quadruplicato, attestandosi intorno ai 144 euro al grammo per l’oro puro. Quello che era un rito stucchevole nelle cerimonie di famiglia accompagnato da sorrisi di circostanza, perché altrimenti il nonno si offende, si è trasformato, a nostra insaputa, nel miglior piano di accumulo che potessimo immaginare.
Ma il vero colpo da maestro dei risparmiatori inconsapevoli non sono solo i gioielli di dubbia estetica. C’è tutto il mondo della numismatica che oggi vale una fortuna. Prendete la Sterlina d’oro (o Gold Sovereign): quel dischetto con l’effige di Sua Maestà britannica (per ottant’anni Elisabetta II) che i nonni compravano «per sicurezza». All’epoca sembrava un vezzo da collezionisti malinconici. Oggi, una singola sterlina d’oro ha un valore di mercato che oscilla intorno ai 1.010-1.094 euro in base alle fluttuazioni del mercato e alla voglia di possedere 7,32 grammi d’oro. Venderne una significa pagarsi una crociera o, visti i tempi, un bel po’ di bollette del gas.
E che dire del Marengo? Quella moneta da venti franchi che profuma di storia napoleonica, sia nella versione italiana, francese o svizzera, e che oggi garantisce un guadagno notevole. Il suo valore di acquisto si aggira sugli 815 euro a moneta.
E non dimentichiamoci dell’argento, il parente povero che però ha deciso di darsi delle arie. Chi ha conservato le 500 lire con le Caravelle? Sì, proprio quelle col vento che soffiava nelle vele delle tre navi di Cristoforo Colombo. Se si tratta di monete in circolazione (dal 1958 in poi) hanno un valore dettato quasi interamente dal peso dell’argento (835/1000). Un collezionista può pagarle anche 40-50 euro.
Ma il vero colpo da maestro è per chi possiede il conio con le bandiere «controvento»: la rarissima versione di prova del 1957, mai entrata in circolazione, che in condizioni perfette può raggiungere quotazioni tra i 3.000 e i 12.000 euro. Sono l’equivalente del «Gronchi Rosa» del 1961: il francobollo celebrativo del viaggio del Presidente della Repubblica in Sudamerica. Fu subito ritirato perché il Perù era stato stampato nel posto sbagliato. A Lima non apprezzarono. Nelle 500 lire d’argento le bandiere sventolano controvento. Quindi nella direzione sbagliata perché opposta rispetto alla prua della caravella
La morale della favola? Mentre i geni della Silicon Valley cercano di convincerci che il futuro è fatto di bit e realtà aumentata, la realtà antica dei nostri cassetti ci ricorda che all’oro e all’argento non serve la connessione Wi-Fi per creare valore. Il vero miracolo economico italiano non lo farà il Pnrr, ma la riscoperta del braccialetto di battesimo che pesava tre grammi e oggi può servire a pagare un week end fuori programma.
Una nuova conferma che l’oro non tradisce mai. Al massimo, si limita a prendere polvere in attesa che il prezzo torni a sfidare le stelle.

