Serve Virgilio – di agricoltura se ne intendeva: ha scritto le Georgiche – per capire l’ipocrisia dell’Ue sul vino. Pigliando dalla sua Eneide con Laocoonte risponderebbe: timeo danaos et dona ferentes. I nostri produttori – dall’Uiv alla Federvini fino alla Confcooperative – come anche le organizzazioni europee di settore di fronte al pacchetto vino presentato due giorni fa dal commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen paiono i troiani davanti al cavallo di Ulisse. Perché l’inganno in questo pacchetto che arriva dopo tre mesi dalle consultazioni degli Stati generali del vino c’è. Se n’è accorto Luigi Scordamaglia – amministratore delegato di Filiera Italia – che nota: «È di vitale importanza evitare scelte schizofreniche: la volontà della Commissione di sostenere il comparto vitivinicolo, in un momento complesso per la minaccia dei dazi americani, non sia smentita da iniziative come le etichette allarmistiche».
A Ursula von der Leyen l’agricoltura non piace, tanto che per fare la guerra vuole accorpare i fondi agricoli con quelli di coesione tagliandoli anche un po’. E ora proverà a finanziarsi attingendo alle botti. Avendo però i produttori – anche per loro macroscopici errori – il vino alla gola (in Italia ci sono 46 milioni di ettolitri stoccati, i francesi hanno piantato ovunque e ora hanno sovrapproduzione) pur di superare l’emergenza si bevono tutto. Magari pigliando l’uovo oggi e rischiando di restare senza gallina domani. A Bruxelles si mormora che dopo l’idea di chiedere l’oro per la patria – la patrimoniale europea per finanziare il Rearm – anche un po’ di Brunello per la nobile causa della guerra non farebbe male. Non per rinfrancare le truppe al fronte – lo hanno fatto dalle Termopili in avanti – ma per investire le accise che saranno vertiginosamente aumentate in armamenti.
Basta leggere il Be.ca il documento anti cancro che la Von der Leyen si è fatta dettare dall’Oms per saperlo. C’è scritto nel testo presentato a metà febbraio: «Sono in corso i lavori di revisione della direttiva sulle aliquote minime di accisa da applicare alle bevande alcoliche; tassare gli alcolici, vino compreso, resta per l’Ue uno strumento strategico di prevenzione». Si ribadisce inoltre la necessità di abolire ogni sostegno alla promozione degli alcolici e di introdurre le cosiddette etichette allarmistiche. La Commissione ha già autorizzato l’Irlanda – in violazione dei trattati sul commercio – a bollare i vini con le etichette «Non lo bevete, uccide».
Sul punto la Lega, prima firmataria Anna Maria Cisint, a Strasburgo ha presentato un’interrogazione urgente: «Bloccate questo documento che nasconde un attacco al settore vitivinicolo». L’eurodeputata del Pd Alessandra Moretti – autosospesa per il Qatargate come la collega di partito Elisabetta Gualmini – al contrario dice: «Difendiamo pure il vino, ma il piano per la lotta al cancro va attuato».
L’aumento delle accise dovrebbe finanziare la sanità, ma sotto la voce sicurezza a Bruxelles ora si legge: prepariamoci alla guerra. Il commissario all’Agricoltura però a parole ha accontentato tutti. Via libera ai vini dealcolati (è ciò che interessa i grandi imbottigliatori e piace tanto all’Europa che mette l’alcol al bando a cominciare proprio dal vino) con la possibilità di fare bevande aromatizzate (si coltivano le vigne per produrre bibite!); ha detto sì al Qr code che condensa le diciture obbligatorie in etichetta (in palese contraddizione col piano anti cancro); ha approvato gli aiuti nazionali per gli espianti (interessa i francesi, ma un po’ anche l’area del Prosecco e il Centro Sud) senza intaccare i fondi Ocm (sono quelli per sostenere la promozione all’estero che il Be.ca vieta). La Federvini con Micaela Pallini dice grazie per i dealcolati aromatizzati, Paolo Castelletti di Unionvini apprezza la rapidità di intervento «in un momento così delicato», per Luca Rigotti di Confcooperative è addirittura un «intervento lungimirante». Molto più cauto Ettore Prandini di Coldiretti: «Ok al Qr code».
La storia però è un po’ più complessa. C’è, è vero, un calo attorno al 6% di consumo mondiale – indotto anche dalle campagne anti alcol, scientificamente ingiustificate se applicate al vino – ma anche la produzione è scesa a 231 milioni di ettolitri, quasi in linea con la domanda che assicura comunque 353 miliardi di dollari di fatturato. Il vino ha sempre vissuto crisi cicliche, ma stavolta c’è il parossismo – per quel che riguarda l’Italia in particolare -indotto dalla minaccia dei dazi americani. Perciò l’Ue può fare il doppio gioco prendendosi anche gli applausi. Qui conviene ragionare: è vero che gli Usa rappresentano con 1,9 miliardi il nostro primo mercato estero (complessivamente esportiamo per qualcosa meno di 8 miliardi), ma la minaccia di dazi al 200% fatta da Donald Trump, peraltro poco credibile, è la risposta a Ursula von der Leyen che ha minacciato, per prima, un dazio del 50% sul bourbon americano. La baronessa poteva escludere l’agroalimentare dai dazi, ma si è ben guardata dal «proteggere» una produzione meno importante per la sua Germania e soprattutto doveva studiare bene il mercato. Le esportazioni in Europa di distillato americano di malto valgono 630 milioni di euro. Il prezzo medio di una bottiglia è di 34 euro. Gli Usa importano dall’Europa vino per 4,9 miliardi di euro: il prezzo medio dei 150 vini italiani più comprati in Usa a scaffale è di circa 135 euro. Chi si fa più male nella guerra dei dazi sugli alcolici? Agli entusiasti vignaioli l’ardua sentenza.
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