2019-01-26
«Sovranisti e populisti non sono una malattia. Il Novecento è una pagina che va chiusa»
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«Permesso di soggiorno e cittadinanza sono un atto di fiducia degli italiani nei confronti di chi arriva. Chi commette reati deve poter perdere questa fiducia: permesso di soggiorno a punti come la patente, per chi delinque via i documenti e si ricomincia da capo».
Lo ha dichiarato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, a margine di una cena elettorale a Macerata a sostegno del sindaco uscente Sandro Parcaroli, commentando i fatti avvenuti a Modena, dove un giovane di origine marocchina ha investito diverse persone causando vari feriti, alcuni in gravi condizioni. «L’integrazione per molte seconde generazioni è un fallimento», ha aggiunto il leader della Lega.
Quattordici milioni di fondi devoluti come donazioni alla Regione Emilia-Romagna, dopo l’alluvione di maggio 2023, stanziati in un bando (a ottobre 2024) per aiutare i cittadini colpiti dal maltempo ad acquistare dispositivi di protezione passiva. Tre anni dopo, sono stati erogati solo 2,4 milioni, appena il 17% del denaro a disposizione. Interamente coperto, come detto, grazie alle generose donazioni di privati cittadini. Già questo, prima ancora di scendere nel dettaglio, sarebbe sufficiente a certificare l’ennesimo fallimento di una Regione che non perde occasione di lamentarsi con il governo per l’insufficienza dei finanziamenti concessi.
Dopo la pesante ondata di maltempo di maggio 2023, le immagini delle abitazioni allagate e dei campi devastati suscitano un’ondata di solidarietà nazionale. La Regione Emilia-Romagna raccoglie circa 50 milioni di «erogazioni liberali», che poi destina a vari progetti. Tra questi, un bando - promulgato solo a ottobre 2024 - che stanzia un contributo all’acquisto di dispositivi di protezione passiva contro le alluvioni. Guarda caso, un mese prima delle elezioni. Ma ci può stare, dopotutto: molti di noi sono consapevoli (al contrario loro) dei danni procurati in Italia dal «Fate presto». Diciamo, allora, che non fu una mancetta elettorale coi soldi donati dai cittadini, ma che sicuramente si presero il tempo necessario a fare le cose fatte bene.
Per intenderci, il sito dell’Emilia-Romagna specifica la tipologia di interventi finanziati: barriere frangi-acque, paratie antiallagamento, valvole antiriflusso, sistemi antiallagamento con pozzetti di raccolta e pompe, generatori elettrici, sacchi di sabbia e altri. Inizialmente vengono destinati alla misura circa 10 milioni, a cui poi ne vengono aggiunti altri 4. Il bando funziona così: entro gennaio 2025 (scadenza poi prorogata ad agosto 2025, oltre due anni dopo gli eventi calamitosi) i cittadini residenti nelle aree colpite che rispettano i prerequisiti devono presentare la richiesta, dopodiché gli uffici della Regione stileranno un elenco delle domande ammesse e di quelle non ammesse. A quel punto, chi si sarà visto accogliere la richiesta dovrà realizzare a sue spese gli interventi entro dieci mesi, mandare la rendicontazione e, una volta approvata, si vedrà erogato il contributo (del 100% della spesa fino a un massimo di 3.000 euro).
Nulla di complicato. Tant’è che vengono presentate 6.902 domande, di cui 4.986 risultano ammesse (il 71%). Molti cittadini, però, dopo la rendicontazione delle spese, si sono visti nelle ultime settimane negare il rimborso. Il motivo addotto dagli uffici dell’Emilia-Romagna è che le paratie, invece che essere applicate alle porte d’ingresso delle abitazioni, sono state fissate a pertinenze come le cantine o i garage, che spesso sono adiacenti alle porte d’ingresso e costituiscono un accesso secondario alle case. E che, non di rado, sono stati all’origine dell’allagamento delle abitazioni. La Regione ritiene che nel bando le indicazioni fossero chiare, ma si tratta di questioni di lana caprina. E un ulteriore controsenso lo dimostra: chi ha usato il contributo pubblico per comprare, ad esempio, pompe idrovore o sacchi di sabbia, può spostare questi strumenti dove gli pare. È evidente che nessuno controllerà mai dove viene ubicata una pompa, se nel box o in casa.
La vicenda ha scatenato, naturalmente, le proteste dei cittadini. Stefano Bertozzi, ex consigliere comunale di Faenza, ha lanciato una raccolta firme che sta raccogliendo molte adesioni, considerato il contesto locale. Sono almeno 800 i firmatari della petizione, tanto che in Consiglio regionale, oltre a quelle dell’opposizione, è arrivata anche un’interrogazione del Pd, a firma di Niccolò Bosi, il quale evidentemente si è accorto dell’irrazionalità a monte. È chiaro, infatti, al di là della definizione catastale di abitazione in senso stretto, che pertinenze adiacenti e connesse con l’abitazione principale, specialmente se al suo interno vi sono impianti essenziali come le caldaie, necessitino di essere protette tanto quanto le porte principali.
La sottosegretaria alla presidenza della Giunta, Manuela Rontini, ha risposto che «delle 4.986 domande ammesse e finanziabili, meno del 50% ha rendicontato le spese sostenute, motivo per cui si è anche resa necessaria una proroga dei termini previsti, da 10 a 16 mesi, per andare incontro alle esigenze espresse dai cittadini». Al 4 maggio, continua, risultano pervenute 2.415 rendicontazioni, di cui liquidate 1.062 per un totale di poco meno di 2,5 milioni di euro. Il «manuale di rendicontazione» è stato pubblicato a giugno 2025: se, dopo un anno, le rendicontazioni sono inferiori al 50%, è più probabile che qualcosa non abbia funzionato in alto piuttosto che in basso, visto che i cittadini hanno tutto l’interesse a ricevere i soldi, no? Inoltre, per una giunta che lamenta di non ricevere abbastanza fondi e, in nome dell’emergenza climatica, invoca l’accelerazione della transizione green, ci si aspetterebbe maggiore celerità nell’erogare gli aiuti.
I 50 milioni sono arrivati, sotto forma di donazione, tre anni fa. I 14 milioni destinati al bando Paratie sono stati stanziati, con calma, un anno e sette mesi fa. Ad oggi, erogati, risultano 2 milioni e mezzo. Almeno della generosità dei loro concittadini, sarebbe bello se la gente potesse vedere i frutti in tempi umani.
Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.
Il fattaccio è accaduto durante la Marcia delle Bandiere, che celebra la riunificazione della città sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
Durante la manifestazione, numerosi gruppi di ebrei nazionalisti religiosi hanno sfilato nella Città vecchia - riferisce il Servizio d’informazione religiosa Sir - passando anche per il quartiere musulmano, non risparmiato da atti di vandalismo e aggressioni. Osservando le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza, si vedono almeno due persone vilipendere il simulacro della Vergine, protetto da una teca.
Nel denunciare l’accaduto, Abunassar ha chiesto «responsabilità e un urgente lavoro di rieducazione», anche perché gli episodi si susseguono: pochi giorni fa, un militare delle forze israeliane operative nel Sud del Libano ha dissacrato una statua della Vergine Maria mettendole una sigaretta in bocca. La reazione delle autorità, va detto, è stata immediata: al soldato responsabile dell’oltraggio sono stati comminati 21 giorni di prigione, a quello che lo ha fotografato, 14.
Sempre in Libano, a Debl, un altro militare israeliano è stato filmato mentre distruggeva un crocifisso a martellate. L’episodio è stato immediatamente condannato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. I soldati responsabili sono stati estromessi dai reparti di combattimento e condannati a un mese di reclusione. L’esercito israeliano ha sostituito l’icona distrutta con una più piccola, ma sono stati i militari italiani della missione Unifil a donare alla comunità un crocifisso pressoché identico a quello originale.
Oltre ai simboli sacri, gli attacchi hanno preso di mira anche le persone. Il 28 aprile, vicino al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme, hanno fatto il giro del mondo le immagini di una suora francese di 48 anni aggredita in pieno giorno. Un colono l’ha spinta alle spalle facendola rovinare sui gradini, dove ha battuto la testa. Non contento, l’assalitore è tornato indietro per infierire sulla vittima, prendendola a calci mentre era a terra. L’indiziato è il trentaseienne israeliano Yona Simcha Schreiber, proveniente dall’insediamento di Peduel, in Cisgiordania. Fermato il giorno dopo, la Procura ha chiesto per lui la carcerazione preventiva con l’accusa di aggressione mossa da ostilità religiosa.
Di fatto, l’ordinamento d’Israele assicura precise garanzie legali alle minoranze religiose. La libertà di culto non è protetta da una vera e propria carta costituzionale, ma trova il suo pilastro nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che promette «piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, credo o genere» e «piena libertà di coscienza, di culto, di educazione e di cultura», salvaguardando «la santità e l’inviolabilità dei santuari e dei luoghi sacri di tutte le religioni», «fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Un impegno blindato negli anni dalle sentenze della Corte Suprema, che ha formalizzato la protezione legale delle libertà civili e religiose.
Tra i principi formali e la realtà quotidiana c’è però un divario profondo. Nel 2018, i vertici delle diverse anime della Chiesa cattolica in Terra Santa (latina, melkita, maronita, armena, siro-cattolica e caldea) sono entrati in polemica contro la Knesset (il Parlamento dello Stato d’Israele) contestando la nuova legge che proclamava Israele «Stato nazione del popolo ebraico», che escludeva di fatto le minoranze dal diritto di autodeterminazione. Una misura giudicata discriminatoria dai vescovi, ma blindata dalla Corte Suprema nel luglio 2021. La laicità delle istituzioni israeliane deve fare i conti anche con barriere legali e sociali: le conversioni dei minori di 18 anni sono vietate se non concordi con la fede dei genitori e chi sceglie di abiurare l’ebraismo va incontro a pesanti molestie e isolamento sociale.
L’ultimo bilancio della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre fotografa un peggioramento della situazione in Israele nel 2025. Nel report si parla di luoghi di culto cristiani e islamici presi di mira in un clima di «impunità, nonostante le condanne». Ovviamente, gli attentati del 7 ottobre e la guerra ad Hamas ed Hezbollah hanno contribuito ad acuire le tensioni. L’intolleranza emerge anche da diversi casi di ultra ortodossi che sputano contro sacerdoti, monaci o processioni nella Città vecchia. Per questo, la mappa globale di Acs inserisce oggi Israele tra gli Stati caratterizzati da discriminazione religiosa.
Le tensioni hanno toccato anche i vertici istituzionali, come dimostra il clamoroso incidente avvenuto la Domenica delle Palme, quando la polizia ha sbarrato le porte del Santo Sepolcro al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode francescano, padre Francesco Ielpo. Sebbene il blocco sia stato ufficialmente motivato dal rischio di attacchi missilistici dall’Iran, dopo l’intervento di Netanyahu, le proteste delle istituzioni internazionali (tra cui quelle del governo italiano e dell’ambasciatore Usa, Mike Huckabee) hanno spinto il presidente Isaac Herzog a rimediare alla forzatura.
Se la Santa Sede e il patriarca hanno scelto di smorzare la polemica, permane però la preoccupazione che gli estremisti religiosi interpretino la crisi geopolitica come un’opportunità per ridimensionare la presenza delle altre fedi. Una provocazione che le autorità di Tel Aviv dovrebbero arginare con fermezza.

