I vescovi hanno sorpassato a sinistra le Ong
Luca Casarini (Ansa)
Luca Casarini è diventato il nuovo punto di riferimento ideologico della Chiesa: prima l’invito dal Papa, poi la celebrazione sulle pagine dell’«Avvenire». Ma il tifo per l’immigrazione incontrollata crea un cortocircuito che danneggia soltanto l’Italia.

Figurarsi se il problema può essere Luca Casarini. Anzi, la sua storia è affascinante: l’ex capo no global che riscopre la fede a 56 anni e viene addirittura invitato al sinodo dal Papa in persona riempie di gioia sincera. Tuttavia viene da domandarsi, in questo bel racconto, chi sia pastore e chi pecora. E cioè se sia stata davvero la forza pastorale di Francesco ad aver attratto l’ex anticlericale. O se non sia piuttosto che i pastori sono diventati a loro volta parte del gregge e lo seguono con entusiasmo, anche seva gettandosi nel dirupo.

L’interrogativo sorge perché di questi tempi i vescovi italiani appaiono più politicamente schierati di Casarini medesimo, e così il loro giornale, Avvenire. Certo, anche visti i precedenti e conoscendo quali interessi siano in ballo nel meccanismo migratorio (compresi alcuni affari con l’accoglienza che sfiorano i prelati), non ci aspettavamo mica che la Cei tifasse per il blocco navale. E di sicuro la Chiesa fa la Chiesa, e invita a esercitare la carità cristiana, ad aiutare il prossimo, a dissetare gli assetati e via angelincando.

Tuttavia non si può non essere consapevoli del fatto che invitare al sinodo un rappresentante delle Ong e celebrarlo sul giornale dei vescovi sia un messaggio politicamente pesantissimo. E, per giunta, non un messaggio politico in senso lato o elevato, ma drammaticamente concreto e calato nell’attualità del dibattito.

Qui abbiamo un governo che sta fronteggiando una crisi potenzialmente peggiore di quella esplosa nel 2016, abbiamo giudici che si oppongono alla stretta sugli ingressi e i rimpatri, abbiamo vicini di casa europei che ci mettono i bastoni fra le ruote e istituzioni sovranazionali che continuano a muovere le masse. E i prelati che fanno? Si schierano apertamente dalla parte delle forze immigrazioniste (e di conseguenza contro il governo). Non invitano semplicemente a soccorrere chi è in difficoltà: benedicono le Ong e il sistema che esse rappresentano. Un sistema che, a ben veder, è anche e soprattutto un pensiero.

Le Ong sono pericolose non tanto perché recuperano qualche disperato dalle acque – cosa che per altro fa regolarmente anche la Guardia costiera italiana – ma perché sono la più tangibile espressione di una ideologia che propugna la distruzione della sovranità a ogni latitudine. La migrazione di massa è prima di tutto questo: violazione costante e poi eliminazione dei confini. Il fatto è che distruggere la sovranità non significa diventare cittadini del mondo, volersi bene e cantare insieme Kumbaya. Significa al contrario togliere potere e radicamento ai popoli, svuotare le nazioni e impoverirle, demolire i legami comunitari e rendere gli individui deboli e servi.

Rileggere a tale proposito gli scritti di Giovanni Paolo II sulla patria e le radici potrebbe risultare per molti vescovi illuminante. Il grande nodo sta tutto qui. Nel disinteresse e nella superficialità con cui molti, troppi pensatori cristiani oggi affrontano i temi cosiddetti mainstream. Essi si adeguano al discorso dominante, anzi lo sostengono, sembrano non intuirne gli inganni e le manipolazioni. Non vale solo per l’immigrazione ma anche per i temi ambientali e per il Covid, sostanzialmente per tutte le grandi narrazioni mistificatorie a cui parte della Chiesa pare aderire con leggerezza.

Come se fosse inconsapevole del fatto che «salvare il pianeta» vuol dire in realtà costruire una nuova fase del capitalismo e «proteggere la salute» equivale a imporre il controllo sociale. Tale appiattimento sulle posizioni prevalenti non è dannoso perché favorisce partiti «di sinistra» invece che «di destra». È pericoloso poiché priva i fedeli e tutta la popolazione di uno scudo, di una guida morale capace di opporsi all’autoritarismo in nome di valori superiori. Se pure la Chiesa arretra e abdica alla ricerca di verità, appropriandosi del linguaggio artificioso prodotti dagli attuali padroni del pensiero, quali barriere difensive potranno mai alzare i singoli abbandonati alla corrente ideologica? Come potranno orientarsi e mantenere un pensiero libero di fronte al quotidiano assalto mediatico su migranti, emissioni e pandemie?

A ben vedere qui c’è in gioco qualcosa di più delle consuete dispute parlamentari. Nella esortazione apostolica Laudate deum che ieri Avvenire ha riportato integralmente è citato un importante pensatore cristiano, Vladimir Solov’ev, autore del Racconto dell’Anticristo. È richiamato quasi di sfuggita, ma che il suo nome compaia è suggestivo. L’anticristo di Solov’ev è un personaggio affascinante, un grande comunicatore, un uomo apparentemente buono, molto attento al rispetto dell’ambiente, vegetariano, sostenitore della pace nel mondo, sensibile e umanitario. È, in sintesi, il perfetto ambasciatore dell’attuale pensiero dominante. Quello a cui qualche vescovo sembra adeguarsi con estremo entusiasmo.

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