L’Ue studia un regolamento-trappola per sdoganare l’utero in affitto
La Commissione studia un meccanismo per obbligare gli Stati ad accettare i rapporti di filiazione tra bimbi e coppie omo, qualsiasi essi siano. Così calpestando i sistemi giuridici che, come il nostro, vietano la surroga.

Gianfranco Amato, Presidente dell’Associazione giuristi per la vita.

La Commissione europea pretende che l’Italia riconosca il rapporto di filiazione tra un minore e una coppia omosessuale di un altro Stato membro dell’Unione. Anche se il minore risulta essere il prodotto di una pratica, la cosiddetta maternità surrogata, del tutto vietata e sanzionata penalmente nel nostro Paese. Il Senato sta attualmente esaminando una proposta di regolamento della Commissione, che va sostanzialmente in questa direzione. Se approvata, sarebbe vincolante.

Questa proposta, in realtà, si configura come un tentativo di forzatura ideologica – quasi fosse una delle sei fasi della celebre finestra di Overton – per sdoganare di fatto la barbara pratica dell’utero in affitto anche in Italia. Si tratta di un tema delicatissimo che impone qualche riflessione.

Innanzitutto, appare davvero deprecabile il fatto che la proposta della Commissione europea ‒ pur avendo ben presente la tematica della maternità surrogata e pur essendo consapevole del divieto di ricorso a tale pratica previsto da alcuni Stati membri come il nostro – non abbia fatto minimamente cenno al problema, ma si sia limitata a formulare una proposta che, di fatto e di diritto, vanifica la normativa sostanziale dei Paesi membri.

Il motivo di questa omissione, però, risulta abbastanza chiaro e riguarda l’aspetto ideologico dell’iniziativa europea. Lo spiega bene il punto 12 della proposta che definisce testualmente la sua finalità come «azione chiave» – utilizza proprio questa espressione, «nella strategia dell’Ue per l’uguaglianza Lgbtiq».

Ora, è noto come le associazioni Lgbtiq si rifiutino di affrontare il tema della disumanità della pratica dell’utero in affitto, il tema dello sfruttamento della donna che ospita il concepito nel corso della gravidanza, il tema della negazione della sua dignità personale e il tema della sua riduzione a mera «incubatrice di carne», strumento che deve servire ad un determinato scopo. Ebbene, la Commissione europea semplicemente si adegua a tale approccio, non sfiorando neppure minimamente il problema. Eppure avrebbe dovuto farlo. Sì, perché la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea garantisce come inviolabile la dignità umana, che deve essere rispettata e tutelata (art. 1); riconosce che ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica, vietando di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro (art. 3) e proibisce la sottoposizione di una persona a trattamenti inumani e degradanti (art. 4). Tutte norme si attagliano perfettamente alla condizione della donna utilizzata per l’utero in affitto.

La Commissione europea, in realtà, dimostra una totale insensibilità rispetto ai diritti fondamentali dell’uomo e un cinico disinteresse rispetto alle condizioni delle donne che si prestano alla pratica dell’utero in affitto, del tutto «cancellate» dallo scenario, operazione perfettamente coerente con la loro considerazione di semplici strumenti a vantaggio di altre persone.

Ma la Commissione dimostra un analogo disinteresse rispetto alla possibilità che bambini vengano concepiti con tale pratica e vengano sottratti alla madre il giorno stesso della nascita, vietando loro ogni legame.

Come bene messo in evidenza dalle relazioni del ministero della Giustizia e del ministero dell’Interno acquisite dalla Commissione, l’Italia ha compiuto una scelta precisa con riferimento ai rapporti di filiazione derivanti dal ricorso all’utero in affitto. Le relazioni dei due ministeri ricordano, infatti, le pronunce, anche recentissime, dei supremi collegi della Corte costituzionale e delle sezioni unite della Corte di cassazione, le quali hanno ribadito che la pratica dell’utero in affitto, vietata e sanzionata penalmente, è assolutamente contraria alla dignità della persona umana e non può determinare un rapporto di filiazione tra il bambino e il soggetto adulto che, con lui, non ha alcun rapporto genetico. Si tratta di norma di ordine pubblico che prevale sull’interesse del minore – e, tanto più, nei confronti dell’interesse dell’adulto – a vedere riconosciuto un rapporto genitoriale in conseguenza dell’essere lo stesso cresciuto nell’ambito di una coppia omosessuale di adulti comprendente un soggetto privo di legami col medesimo minore.

Rispetto alla normativa italiana e alle amplissime e approfondite valutazioni espresse dalla Corte costituzionale e dalle sezioni unite della Cassazione, la proposta della Commissione europea mostra più che disinteresse: sostanziale disprezzo e volontà di renderle inefficaci e irrilevanti.

È evidente – parliamoci chiaro – che il riconoscimento vincolante del rapporto di filiazione derivante dal ricorso all’utero in affitto in Paesi diversi farebbe crollare il sistema configurato dal legislatore italiano e dai supremi giudici: sarebbe, infatti, impossibile riconoscere la filiazione nei confronti delle coppie provenienti dall’estero e negarla per le coppie stabilmente residenti nel Paese.

Si configurerebbe una discriminazione difficilmente sostenibile nel tempo. Ecco perché la proposta della Commissione europea rappresenta una fase del processo di sdoganamento dell’utero in affitto in Italia. Occorre che l’opinione pubblica apra gli occhi su questa subdola iniziativa di Bruxelles, e che la politica «sovranista» comincia a reagire invocando il principio per cui il diritto sostanziale in materia di famiglia, compreso lo status giuridico delle persone, rientra nella competenza esclusiva degli Stati membri e non dell’Unione europea.

Risulta assolutamente necessario che il Parlamento italiano dia corso alle proposte che puniscono la maternità surrogata anche se commessa all’estero e solleciti l’adozione di Convenzioni internazionali che definiscano tale pratica come reato universale.

Lo chiedono migliaia di donne sparse nel mondo, costrette a vendere il proprio corpo a rischio della propria salute fisica e mentale. Lo chiedono i bambini strappati alle loro madri. Lo chiede il principio di civiltà che il nostro Paese può e deve diffondere.

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