- Torsione autoritaria verso l’interno e progressiva “iranizzazione” verso l’esterno: è questa la doppia curvatura che sta caratterizzando in questi mesi la Turchia. Ed entrambi i processi, per nulla rassicuranti, sembrano purtroppo incoraggiati – o almeno non ostacolati – da una relativa mancanza di strategia da parte dell’Occidente, da un’anomala carenza di iniziativa non solo da parte della solita Ue ma pure da parte dell’amministrazione Trump.
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Torsione autoritaria verso l’interno e progressiva “iranizzazione” verso l’esterno: è questa la doppia curvatura che sta caratterizzando in questi mesi la Turchia di Recep Erdogan. Ed entrambi i processi, per nulla rassicuranti, sembrano purtroppo incoraggiati – o almeno non ostacolati – da una relativa mancanza di strategia da parte dell’Occidente, da un’anomala carenza di iniziativa non solo da parte della solita Ue ma pure da parte dell’amministrazione Trump.
Sul piano interno, la stretta già pianificata dall’autocrate prima del tentato e confuso golpe del 2016 si è così perfezionata, assumendo proprio il rischio di golpe contro di lui come la perfetta ragione per procedere a vere e proprie purghe: dunque, è stato instaurato uno stato d’eccezione che di fatto non è mai venuto meno, con arresti e licenziamenti a valanga, e un’atmosfera di paura che domina tutta la vita pubblica.
Chi scrive ha assistito personalmente, anche in convegni internazionali, alla scena abbastanza impressionante di personalità politiche turche accompagnate da occhiuti interpreti (chissà: forse incaricati non solo di tradurre, ma anche di sorvegliare…) e preoccupate di scandire e lasciare a verbale la propria giustificazione di ogni atto del regime, senza sfumature: perfino le chiusure di giornali di opposizione (in qualche caso riaperti, ma con una linea improvvisamente filogovernativa), perfino gli arresti, perfino la descrizione di qualunque avversario interno come potenziale terrorista o pericolo per la stabilità. In questo quadro, immaginare bilanciamenti istituzionali, pesi e contrappesi, sarebbe pura illusione.
A tutto ciò ha fatto da pendant, sul versante esterno, un processo di “iranizzazione”. È come se, proprio mentre a Teheran il modello islamista-nazionalista a tendenza imperiale (in versione sciita) mostra crepe e scricchiolii, ad Ankara Erdogan stesse immaginando un analogo schema, sempre islamista-nazionalista, ma ovviamente con protagonismo turco. Un avvitamento che – per certi versi, mutatis mutandis – accosta l’Ankara del 2019 alla Teheran del 1979.
Così, la Turchia moderna e laica, l’ambizione di Ataturk, la membership piena della Nato e dell’Occidente, sono oggi soltanto un ricordo sempre più pallido e scolorito. Ciò che prevale è un richiamo a un destino assai diverso, a spinte profonde e quasi archetipiche per la società turca: islamismo, nazionalismo, culto dell’uomo forte, e aspirazione a giocare un ruolo da potenza autonoma.
Tutto ciò determina conseguenze pesanti, la prima delle quali riguarda la Nato, della quale la Turchia è ancora formalmente parte. Ma in una condizione di ambiguità che rischia di nuocere profondamente all’Alleanza atlantica, che si ritrova con un membro così influente con un piede dentro e l’altro fuori (insieme alla testa).
E qui sorge un dubbio legittimo su una carenza di iniziativa – finora – da parte dell’amministrazione Trump, che è stata attivissima su vari fronti e teatri (Cina, Nord Corea, Arabia Saudita, Iran), ma che finora non ha voluto o potuto affrontare questo dossier, e non ha posto Erdogan di fronte alle sue responsabilità, e a nodi e contraddizioni da sciogliere.
Inutile dire che una paralisi ancora più completa investe l’Europa, che ha ricoperto la Turchia di ingentissime risorse per la gestione dell’immigrazione, ma che si è di fatto consegnata a un ambiguo controllo del rubinetto di profughi e migranti da parte di Erdogan. Un chiaro ricatto politico rispetto al quale Bruxelles non sembra avere elaborato alcuna credibile contromisura.
Il terzo fronte riguarda la triangolazione tra Turchia-Iran-Russia, tre paesi che coverebbero reciproche ostilità e diffidenze. Nel caso di Russia e Iran, c’è anche un’oggettiva concorrenza sul terreno energetico. Eppure, la carenza di un’iniziativa occidentale può sempre più indurre Ankara, Teheran e Mosca a una convergenza di comodo, ad attenuare e mitigare le differenze. Laddove una decisa iniziativa occidentale potrebbe essere utile ad evitare di compattare quei tre paesi, e semmai a evidenziarne le diversità di obiettivi e interessi. Ad esempio, un nuovo e convincente piano americano e occidentale per la pace in Medio Oriente potrebbe immaginare un ruolo, un posizionamento per la Turchia, riducendo gli spazi di intesa tra Ankara e Teheran.
E questo avrebbe un effetto di sponda interessante anche dal punto di vista di Israele. Un’intesa (anche energetica: gasdotti, eccetera) con la Turchia renderebbe ad esempio meno necessaria la ricerca di alternative complicate, quelle che coinvolgono Cipro e la Grecia. Si ricorderà che proprio a Nicosia, a margine del recente South Eu Summit, cioè l’incontro dei Paesi del Sud dell’Ue (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Cipro, Malta, Grecia), si è molto parlato del gasdotto EastMed, chiamato a portare gas israeliano e cipriota verso la Puglia, transitando per la Grecia. Previsti 4-5 anni di lavori, con partenza entro il primo semestre di quest’anno. Si tratta di un dossier – dal punto di vista italiano – su cui si registra continuità tra i governi precedenti e l’esecutivo gialloblù, con un ok ribadito da Matteo Salvini nel corso della sua recente visita in Israele. Ma è evidente che un’intesa piena e credibile con la Turchia offrirebbe a tutti opportunità e alternative.
Daniele Capezzone
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