La transizione verde favorirà Berlino e farà implodere l’economia europea
Nessuno stop. L’idea è imporre con il green un lockdown ad aziende e famiglie in stile Covid per raffreddare la crisi. L’effetto sarà Paesi del Sud poveri e senza borghesia. E una Germania ancora in grado di primeggiare.

Il più grande produttore di energia elettrica della Germania, Rwe, ha chiuso un accordo con il ministero delle Finanze, guidato da Christian Lindner, e con il land della Renania-Westfalia mirato a dire addio al carbone già nel 2030. Ben otto anni in anticipo rispetto a quanto era stato deciso prima della pandemia. La scelta non ha solo una valenza industriale. Ha un forte senso politico e geopolitico.

La Germania non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro e di abbandonare la transizione ecologica spinta. Significa che, come ha fatto negli ultimi 20 anni, continuerà a influenzare Bruxelles in modo che faccia da grancassa alle politiche del Green deal e al tempo stesso imponga agli altri Stati i nuovi parametri fiscali e industriali. Una lunga sequenza di decisioni che stanno mettendo fuori asse l’industria del Vecchio continente. Si va dalla messa al bando delle auto con motori a scoppio, all’introduzione dei vincoli anti inquinamento, fino alle tasse sulla CO2.

Lo scoppio della crisi energetica, amplificata dalla guerra in Ucraina, avrebbe dovuto portare tutti gli Stati Ue a fare una marcia indietro sul tema. A rivedere completamente la decarbonizzazione e i programmi legati al Green deal, almeno per evitare che l’inasprimento di un’inflazione, che sfugge alla Bce, e la perdita continua di posti di lavoro rendano l’Europa un deserto industriale e un coagulo di ex lavoratori sussidiati. I vertici di Bruxelles, in linea con Berlino, insistono invece sulla linea tracciata dalla transizione ecologica. Per mesi le autorità finanziarie dell’Ue hanno negato che l’inflazione fosse strutturale, hanno negato i rischi della crisi energetica, hanno negato i possibili blackout, portando i singoli Paesi membri a un punto di non ritorno.

Bruxelles ha accompagnato gli Stati sull’orlo del burrone, lasciando di fatto una sola opzione: quella del taglio dei consumi e dei lockdown energetici. Dallo scorso aprile si discute di un fantomatico tetto al prezzo del gas. Tutti gli analisti del comparto sanno che non esiste tale possibilità. L’unica possibilità sta nel ridurre i consumi. Detto in altre parole, già dallo scorso anno lo scenario era chiaro o almeno intuibile. Eppure solo adesso i politici e i premier ammettono la necessità di contrarre i consumi per stare al passo con la crisi del gas. L’effetto sarà quello di comprimere violentemente la produttività e la stessa economia. Bruxelles non può non saperlo. Così come non poteva non saperlo già dallo scorso anno.

L’idea e la risposta più plausibile è che l’Ue voglia tentare una manovra azzardatissima: fare implodere l’economia del Vecchio continente per evitare che esploda. Popolazione troppo anziana, welfare insostenibile, catena produttiva sparsa per il globo e materie prime irrilevanti. Tutto condito da un debito insostenibile e da quasi 4.000 miliardi di obbligazioni e fondi in mano alla Bce. Un fardello che non può essere venduto per evitare uno tsunami finanziario. Ecco perché l’idea di mettere in lockdown energetico il continente, come si è fatto per il Covid, prende un significato tanto reale quanto inquietante. Raffreddare tutto significa evitare che scoppi la bolla e al contrario impoverire il continente e gestire i debiti pubblici con l’inflazione. Al termine di una tale cura il rischio concreto è che in molti Paesi come l’Italia scompaiano la classe media e la borghesia. L’altro interrogativo da porre è il classico: cui prodest? Chi ne trarrà vantaggio?

Non è facile rispondere, ma se non cambiamo rotta ed equilibri la risposta potrebbe essere la Germania. Insistere per la transizione e pompare al tempo stesso miliardi di liquidità nell’economia a mo’ di sostegni di Stato potrebbe essere l’elemento di snodo. Da un lato le economie dei Paesi del Sud vengono prosciugate e portate alla condizione di finire fuori dal mercato (prezzi delle bollette troppo alti e cassa integrazione forzata), mentre dall’altro le aziende tedesche potrebbero superare l’ondata e l’implosione del Pil per poi rimanere le uniche competitive. Dal punto di vista strategico non è nulla di nuovo. Berlino ha giocato con il surplus per 20 anni e adesso usa gli avanzi per scardinare gli equilibri Ue. Vale per l’automotive, come per l’acciaio. Ieri l’Ue non a caso ha dato l’ok a un miliardo di fondi pubblici per aiutare la Salzgitter Flachstahl a decarbonizzare i suoi processi di produzione dell’acciaio utilizzando l’idrogeno, compreso l’idrogeno rinnovabile prodotto in loco.

A commentare indirettamente questa notizia e il piano tedesco da 200 miliardi di euro ieri è stato il premier ungherese Viktor Orbán. «Gli Stati ricchi salveranno le proprie società con ingenti somme di denaro, mentre i poveri non possono. È l’inizio del cannibalismo nell’Ue», ha detto, esortando Bruxelles a «fare qualcosa altrimenti questo distruggerà l’unità europea». È un punto di vista. Secondo noi il rischio non è la spaccatura dell’Ue ma la trasformazione in nazioni satelliti. Sempre che il modello della transizione ecologica venga finalizzato. Per questo è bene intervenire e almeno raccontare che la decrescita non è un’opzione da percorrere. È solo povertà e privazione delle nostre libertà economiche, individuali e culturali. Non crediamo a chi elogia i monopattini elettrici o il freddo in casa perché dietro c’è un sapiente lavaggio del cervello. Nessuno deve perdere la propria libertà in nome di alcunché. Dobbiamo invece lavorare di più e studiare nuove tecnologie per riportare in Europa e in Italia la voglia e la possibilità di essere ricchi e conquistare i mercati. Non ci sono altre alternative.

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