Censurato pure il papà del mRna che sconsiglia vaccini ai giovani

Uno scienziato americano che ha lavorato alla messa a punto del mRna alla base dei farmaci Pfizer e Moderna punito con la chiusura dell’account per aver espresso dubbi sull’opportunità di usare vaccini sui giovani. Colpito pure chi scrive

Cosa hanno in comune il ricercatore Robert W. Malone e il sottoscritto? Nulla, se non il fatto di essere stati «censurati» da due social network. Nel suo caso Linkedin, che promuove i contatti professionali in una sorta di mercato del lavoro alternativo a quello delle società dei «cacciatori di teste» (nel social il singolo mette in vetrina il proprio curriculum per instaurare un rapporto diretto con gli eventuali interlocutori interessati). Nel mio caso Instagram, l’enorme album fotografico digitale, alimentato da immagini, proprie o altrui, selfie in testa divulgate dagli iscritti. Ma un dato vagamente inquietante che riguarda entrambi c’è: non si capisce come e perché sarebbe stata presa la decisione nel suo caso di sospendergli addirittura l’account, nel mio caso di cancellare una foto di me medesimo a 22 anni. È stata una sentenza dei responsabili, che hanno ritenuto violata la propria policy, le regole sul corretto uso dello spazio a disposizione degli utenti? Oppure è arrivata una qualche segnalazione da parte di chi – nell’epoca della permalosità capillare – si è sentito offeso magari neppure personalmente, ma per conto terzi?

A complicare le cose, c’è poi il terreno su cui è intervenuto Malone: i potenziali rischi avversi, su cui il governo americano non sarebbe stato trasparente, derivanti dalla vaccinazione contro il coronavirus in cui potrebbero incappare soprattutto i giovani. Malone, che come studioso si è occupato negli anni 80 del cosiddetto «Rna messaggero», alla base dei vaccini Pfizer e Moderna (veicola i dati necessari alla cellule per produrre un frammento del Covid, la proteina Spike, che induce lo sviluppo di anticorpi), è stato intervistato da Fox News, ma il video è stato rimosso da Youtube, le sue opinioni contraddette da un fact-checking dell’agenzia Reuters e infine il suo account sospeso da Linkedin. Che però non è una piattaforma di scienza medica, ma appunto una piazza virtuale in cui s’incontrano domande e offerte di lavoro. Dal che se ne dovrebbe dedurre che il social è intervenuto per mettere alla porta un membro «indegno».

D’accordo: ma in base a quali parametri? Stabiliti da chi? Applicati come? Sempre e comunque a tutti, o con controlli a campione? Oppure Malone ha taroccato il suo curriculum? E chi se n’è accorto? Tutti i curricula degli iscritti a Linkedin sono stati vagliati con la stessa attenzione? Lo stesso Malone ha contribuito a innalzare il livello dello scontro accusando la Reuters, che ha confutato le sue affermazioni, di un «conflitto d’interessi giornalistico» dal momento che Jim Smith, ai vertici dell’agenzia, siede anche nel consiglio d’amministrazione della Pfizer. Insomma: Malone è un bufalaro, e come tale va bandito non solo dal consorzio scientifico, ma da quello umano tout court, o sono le sue valutazioni in ordine ai vaccini a essere ritenute così «pericolose» da richiedere la sua espulsione dalle comunità social? Lo dico da provax vaccinato, che si è informato sul rapporto rischi-benefici e si è convinto della bontà della vaccinazione anche di fronte alle morti repentine di persone amiche che in meno di due settimane sono andate al Creatore (una per tutte: Marco Bogarelli, 64 anni, il dominus dei diritti tv sul calcio): non sarebbe opportuno sottrarre almeno il dibattito tra addetti ai lavori – ché delle opinioni di attori scrittori soubrettes e compagnia cantante, con tutto il rispetto, francamente me ne infischio – a ogni tipo di censura, che anziché contribuire a fare chiarezza, genera ulteriori suggestioni dietrologiche, negazionistiche e complottistiche? Oppure in un mondo in cui si possono discutere le encicliche papali e i messaggi alla Nazione dei presidenti, l’unica zona franca sottratta al confronto è quello sulla ricerca medica (che ha un perimetro diverso da quello delle leggi fisiche e geografiche, perché -per intenderci – l’acqua bolle a 100 gradi, e la terra è rotonda, su questo non ci piove)?

Venendo alla mia marginale vicenda, sono rimasto altrettanto basito davanti all’iniziativa di Instagram che ha soppresso una mia foto e la relativa didascalia da me postate. Nel messaggio che mi hanno inviato, sotto il titolo «linee guida in materia di violenza o organizzazioni pericolose», mi è stato ricordato che vengono rimossi contenuti «di violenza particolarmente forte, o che incoraggiano la violenza o attaccano le persone in base a religione, etnia o orientamento sessuale, o con minacce specifiche di violenza fisica, furto, atti di vandalismo o danni economici». A questo punto vi starete chiedendo cosa caspita io abbia immesso in rete per essere così redarguito. È presto detto: una foto del 1982 scattata sulle nevi valdostane dove facevo l’animatore sulle piste da sci per un villaggio turistico. Ogni giorno sceglievo un travestimento, compreso quello che per Instagram è risultato intollerabile: un Adolf Hitler vagamente gaio, con la giacca della divisa militare sopra un tutù da ballerina classica, con tanto di collant bianchi. Esteticamente orribile, ne convengo, ma all’epoca nessuno ci fece caso, anzi ricordo come molti vacanzieri si avvicinarono per farsi immortalare in mia compagnia (all’epoca non ci si faceva onanisticamente le foto da soli). Era una carnevalata. Punto. Finita però sotto la mannaia del social. Ora: avete idea di quante frasi violente vengono scritte ogni giorno in rete? O di quanti scatti pornografici vengono caricati su account che se non sono mercenari sembrano tali a tutti gli effetti? Su questo, silenzio. Ma se io tiro fuori dal cassetto uno scatto di gioventù in cui incarno la parodia gaia del Fuhrer, ecco che arriva l’Inquisizione. Ma chi avrei offeso, scusate? I nazisti, magari dell’Illinois, bersagliati dal sarcasmo dei Blues Brothers? Le loro vittime, ebrei in primis, perché su Hitler non si scherza? La comunità lgbt (con un effetto anticipato del ddl Zan non ancora diventato legge dello Stato)? Oppure il mio gesto è stato considerato come un atto di propaganda, un’istigazione a iscriversi ai moderni movimenti nazionalsocialisti? Ma davvero qualcuno poteva avere dubbi sul senso delle mia scelta, tra satira alla Sturmtruppen e avanspettacolo? È possibile che in 40 anni siamo così regrediti, sul fronte della libertà di pensiero e di espressione, da ritrovarci sempre più nel grigiore di un Medioevo politicamente corretto, in cui la polizia dei social ci spinge ad essere sempre più asociali? Sempre più reclusi nei ghetti del villaggio globale vagheggiato da Marshall McLuhan?

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