• Gli stadi sono semivuoti e il livello di gioco scadente. Così molti fuoriclasse rimpiangono l’Europa nonostante i ricchi stipendi. E le fidanzate si lamentano: «Se non vai in giro coperta ti insultano».
  • Ma i sauditi rilanciano «ingaggiando» Jannik Sinner. Il nuovo «6 King Slam» avrà un montepremi triplo rispetto agli Open d’Australia. E Riad vuole le Atp Finals.
  • Altra crepa nei piani del principe Salman dopo la guerra a Gaza. Con gli investimenti nello sport, «MbS» vuol comprare i favori dell’Occidente. Ma ha bisogno di successi e di pace nella regione.

Lo speciale comprende tre articoli.

Il calcio non è solo uno sport. In certi casi, può essere un’arma geopolitica. Lo sanno benissimo anche gli arabi, che negli ultimi anni stanno investendo massicciamente nel mondo del pallone per tentare di ripulire la loro controversa reputazione internazionale. Particolarmente attiva è stata la monarchia dei Saud, che la scorsa estate ha riempito il suo campionato di stelle provenienti dall’Europa, offrendo loro ingaggi da capogiro: da Cristiano Ronaldo a Neymar, da Marcelo Brozovic a Sergej Milinkovic-Savic e tanti altri. Senza dimenticare l’ex ct degli azzurri, Roberto Mancini, che al Belpaese ha preferito il Golfo Persico, accettando di allenare la Nazionale dell’Arabia Saudita. Che, tra le altre cose, si è persino aggiudicata l’organizzazione dei Mondiali del 2034.

L’ultimo calciomercato estivo, in effetti, ha portato fiumi di quattrini nelle casse dissanguate di tante società europee: si parla di un esborso totale di quasi 1 miliardo di euro. Eppure, in molti hanno lanciato l’allarme sulle mire espansionistiche dei Saud e del fondo sovrano Pif. Tra i più irritati, c’era Aurelio De Laurentiis. Quando per Victor Osimhen ha ricevuto un’offerta di 200 milioni da parte dell’Al Hilal, forte compagine della Saudi Pro League, il presidente del Napoli ha risposto così agli arabi: «Con 200 milioni potete comprare solo un piede di Osimhen». L’email proseguiva con queste lapidarie parole: «Per il prossimo anno penso che sarete in grado di offrire 500 milioni e probabilmente prenderemo in considerazione la vostra offerta, ma ripeto: forse». Spacconate a parte, il patron dei partenopei ha anche criticato aspramente (e giustamente) la decisione della Lega calcio di far disputare la Supercoppa italiana a Riad, peraltro in un nuovo formato a quattro squadre (i petroldollari, del resto, fanno sempre gola). E infatti la prima semifinale, Napoli-Fiorentina, si è giocata in uno stadio pressoché vuoto, mandando su tutte le furie i tifosi italiani, che non si erano potuti permettere il lusso di spendere un intero stipendio per viaggio, vitto, alloggio e biglietto.

Eppure, al termine della finalissima contro l’Inter, il vulcanico De Laurentiis si è trasformato a sorpresa in un mansueto Aurelio d’Arabia: «Ho scoperto una cosa meravigliosa con questa Supercoppa. L’Arabia è un Paese con una crescita straordinaria che non vedremo negli anni, ma nei mesi. È un Paese che credevamo chiuso su sé stesso e invece è apertissimo e diventerà il centro dell’economia, non ce n’è per nessuno. C’è una straordinaria democratizzazione dell’Arabia Saudita, sono riusciti ad annebbiare Disneyland, hanno 100.000 gru per costruire un nuovo Paese. Sì, è vero, qui il calcio è lo specchietto per le allodole, lo usano come super spot, ma nel 2034 ci saranno i Mondiali. Questo spiega che sono molto furbi».

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? A ben vedere, si direbbe proprio di no. Tanto per cominciare, gli spalti semivuoti visti in Napoli-Fiorentina non rappresentano un caso isolato. La media degli spettatori alle partite del campionato saudita, infatti, è estremamente bassa: in alcune occasioni si è arrivati a stento al migliaio di presenze. Per la sfida tra l’Al-Riyadh, squadra di metà classifica, e il fanalino di coda Al-Hazm, sulle gradinate erano presenti solo 264 spettatori (lo stadio ne poteva contenere fino a 22.000). Ma anche quando giocano formazioni più quotate, la musica non cambia. Per fare un altro esempio, l’Al-Hilal di Neymar ha una media di 26.000 tifosi a partita. Peccato solo che il suo stadio abbia una capienza di 69.000 spettatori. Anche quando i numeri sono migliori, come per l’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo (media di 21.000 presenze a fronte di uno stadio da 25.000), quasi mai si assiste al tutto esaurito. E se la Saudi Pro League non interessa neanche gli arabi, figuriamoci quanto può interessare gli italiani. Da noi i diritti tv per trasmettere le gare se li è accaparrati La7 di Urbano Cairo che, come riporta Calcio & Finanza, ha sborsato 450.000 euro. Gli ascolti, tuttavia, sono stati pessimi: la prima partita (con CR7 in campo) ha registrato 64.000 spettatori per uno share pari all’1,9%. Una miseria. Dati in linea, peraltro, con quelli di altri Paesi europei, dove Dazn e Sky hanno proposto il campionato saudita al proprio pubblico con risultati sconfortanti.

I motivi di questo flop sono molteplici. Sicuramente c’entra il livello agonistico, che in Arabia Saudita rimane piuttosto scadente: d’altronde, non si costruisce una cultura calcistica in poco tempo, tantomeno acquistando a peso d’oro qualche stella ormai al tramonto (chiedere ai cinesi per conferma). Ma c’è di più: tanti giocatori, anche nel pieno della carriera, si sono lasciati sedurre dai petroldollari, ma sono rimasti delusi sia dal livello della competizione, sia soprattutto dallo stile di vita arabo. Durante il periodo natalizio, aveva fatto scalpore il caso di Karim Benzema, che era letteralmente scomparso dai radar. Poi l’Al-Ittihad ha comunicato che il giocatore francese aveva ricevuto un permesso per tornare a Madrid, ma le voci di corridoio dicevano altro: l’ex attaccante del Real, benché islamico e forte di un ingaggio da 200 milioni netti all’anno, ha nostalgia della bella vita madrilena. Non è l’unico: secondo un’inchiesta del Sun, sono in parecchi a essersi pentiti di aver accettato le profferte saudite. Tra questi, oltre al centravanti brasiliano Roberto Firmino e al portoghese Jota, ci sarebbe anche Milinkovic-Savic. Stando al Messaggero, il «Sergente» avrebbe confidato ai suoi compagni di squadra di voler far ritorno in Europa, magari proprio alla Lazio.

In un’intervista al quotidiano sportivo spagnolo As, Aymeric Laporte ha confessato: «È sicuramente un grande cambiamento rispetto all’Europa, alla fine è una questione di adattamento, ma non ci hanno certo reso le cose facili. In effetti, ci sono molti giocatori che qui sono insoddisfatti», ha dichiarato l’ex difensore del Manchester City. Uno che dal Golfo Persico è scappato davvero, James Rodriguez, ha raccontato: «Al momento di farsi la doccia, i calciatori si spogliano del tutto, ma i miei compagni la prima volta mi hanno detto: “No, no, non puoi restare nudo così”. È una cosa che mi ha creato molto imbarazzo». Ma le disavventure del trequartista colombiano in Qatar non sono finite qui: «Lì tutti mangiano con le mani, quando me lo hanno spiegato la mia risposta è stata: “No, grazie”. Ho chiesto di avere le posate, ma non me le hanno volute portare».

Insomma, altro che Eden: il calcio arabo sembra piuttosto una prigione dorata. Lo hanno confermato al Daily Mail le mogli di alcuni calciatori europei che giocano nella Saudi Pro League: «La vita è molto difficile per le donne approdate in Arabia Saudita, soprattutto se per la gente del posto non sei vestita adeguatamente. In un’occasione sono stata sgridata solo perché mi si vedevano le spalle e parte delle gambe. Inoltre, nonostante il caldo, non possiamo indossare pantaloncini in pubblico. Non puoi indossarli nemmeno in spiaggia. E, se lo fai, le persone ti lanciano sguardi carichi di odio. Può essere molto intimidatorio», ha confessato la moglie di un calciatore che ha chiesto di restare anonima. Un’altra, invece, ha raccontato: «Sono stata allontanata dai centri commerciali solo perché la parte superiore delle mie braccia e le mie spalle non erano coperte. La gente mi ha detto di tornare solo quando mi fossi vestita per bene. A volte le donne ti vomitano addosso insulti di ogni tipo e può essere molto spaventoso. Quando si tratta di donne, qui la cultura è parecchio diversa e sono molto rigidi». Le ha fatto eco una terza wags: «Da queste parti non puoi comportarti in modo naturale come in Occidente. Devi stare in guardia ogni volta che esci, quindi tendi a non uscire».

Ecco, il punto è proprio questo: a meno che tu non sia Cristiano Ronaldo, che viene trattato dagli sceicchi come un pascià, vivere in Arabia Saudita, seppur ricoperto d’oro, non è poi così bello. D’altronde, non è facile rinunciare a uno stile di vita (il nostro) che è stato costruito nell’arco dei secoli. Anche se fai di tutto per mettere da parte i tuoi pregiudizi. Prendiamo Jordan Henderson, che è stato molto criticato dai tifosi inglesi per aver scelto i petroldollari (25 milioni netti all’anno), rinnegando le sue battaglie pro diritti Lgbt. Interrogato su questa evidente contraddizione, l’ex capitano del Liverpool aveva risposto: «La mia opinione su certi temi non cambia. Perciò credo che sia positivo che un Paese come l’Arabia Saudita abbia accolto un calciatore che la pensa come me». Risultato? Dopo neanche sei mesi, Henderson è scappato a gambe levate. Oggi gioca per i lancieri dell’Ajax.


Da non perdere