È stato uno dei più giovani agenti Fifa a intuire le potenzialità d’impresa del ruolo di procuratore, indirizzando il mix di doti indispensabile al suo mestiere – mediazione, dialettica, senso degli affari – verso un livello di professionalità altamente riconosciuto. Ha lavorato con Gennaro Gattuso, Alessandro Del Piero, Dino Baggio, Francesco Toldo, per citarne alcuni. Fiutando prima di altri il mercato mediorientale con il passaggio di Fabio Cannavaro a Dubai nel 2010 e di Sebastian Giovinco in Arabia Saudita nel 2019. Anche per questo parlare di calcio con Andrea D’Amico, veronese classe 1964, significa approfondire le novità delle prossime stagioni. Proprio la lega calcistica araba, con i suoi massicci investimenti sia in Europa, sia nella creazione di un campionato autoctono zeppo di stelle strapagate, è in cima alle «preoccupazioni» degli appassionati.
Grandi investimenti per la creazione di un campionato di calcio competitivo si erano già osservati con Cina e Russia in passato, con risultati altalenanti.
«In Arabia Saudita è diverso. Lì lo sport sta diventando il vettore per un riposizionamento del Paese. Influisce sulla politica, sull’economia, sui fattori sociali e lo sviluppo degli affari. In Cina, dopo gli entusiasmi iniziali e l’arrivo di nomi come Tevez, la politica e il partito avevano deciso di rallentare: nel tempo avevano saggiato una certa freddezza da parte della gente e difficoltà nel far decollare la nazionale. In Arabia c’è una monarchia e la precisa consapevolezza del principe Bin Salman che le riforme di modernizzazione abbiano nello sport la loro principale pubblicità, generando attrattive economiche considerevoli».
Insomma l’Arabia vuole i riflettori su di sé.
«Quando con Giovinco approdammo nel campionato saudita era stato da poco approvato un pacchetto di riforme che prevedeva la possibilità per le donne di guidare e recarsi allo stadio. Un passo avanti epocale per il Paese. In più, il fondo sovrano Pif stava già investendo molto sia in patria sia all’estero per creare un ponte tra l’Arabia e l’Europa. Gli impianti sportivi erano già all’avanguardia. A Gedda si stava sviluppando un polo turistico ultramoderno. Le scelte d’investimento sono distinte ma complementari”.
Quale criterio c’è alla base delle scelte di allestimento delle squadre saudite?
«Ogni squadra è pubblica, molte sono finanziate proprio dal fondo sovrano. Esiste inoltre un’authority che dà il benestare all’acquisto di questo o quel giocatore secondo un criterio preciso: l’utilità di un nome a far sviluppare il movimento».
Se ogni squadra è pubblica e spesso i danari provengono dalle stesse fonti, qualcuno potrebbe avere dei dubbi sulla legittimità dei risultati.
«Il meccanismo distributivo dei soldi, pur con criteri diversi, non è così distante da quello dei nostri diritti televisivi, che sono il motore delle casse delle società sportive. L’essenziale è che i danari non vengano sperperati, quello è il pensiero alla base del progetto. Funziona anche con altri sport, pensiamo alla Formula 1 o al golf, dove la Liv, la lega golfista saudita è stata accorpata alla Pga statunitense».
Quali sono le squadre più note e vincenti?
«Principalmente l’Al-Itthiad, l’Al-Nassrr, l’Al-Hilal, l’Al-Alhi sono le più conosciute».
Come vive un giocatore europeo l’esperienza d’atleta in un contesto così diverso?
«Gli viene garantita una bella casa lontano dal caos e vicino al centro sportivo di riferimento, che è all’avanguardia e dotato dei più sofisticati mezzi d’allenamento. Gli viene fornita l’auto con autista, scuole private per i figli e ogni genere di comodità».
Insomma, una nuova direzione per questo sport.
«Guardiamo all’Italia e alle tante proprietà statunitensi dei club. Ai fondi che hanno acquistato le principali squadre europee. Il concetto di territorio sta mutando in ottica, come si dice, “glocal”, riposizionandosi secondo nuovi target di riferimento».
In Italia però c’è sofferenza: gli impianti sono obsoleti, la Nazionale annaspa, il movimento lamenta difficoltà economiche.
«Vero, e questa può rivelarsi un’occasione per modernizzare il movimento italiano ridando linfa alle potenzialità nazionali. In Italia il calcio non riceve incentivi, paga le tasse come una normale azienda pur producendo spettacolo e garantendo stabilizzazione sociale e riconoscimento a molte aree territoriali, anche difficili. I giovani non sono incentivati nelle scuole alla scelta di una carriera sportiva, anzi, spesso se sono sportivi agonisti vengono penalizzati. Investire sui calciatori stranieri risulta più conveniente rispetto agli italiani e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la nazionale non trova calciatori nel campionato di Serie A e non riesce a qualificarsi ai mondiali. Già questo dovrebbe aver innescato riflessioni ai vertici dirigenziali e magari qualche dimissione».
Che cosa propone lei?
«Occorrono degli stati generali del calcio italiano. Una ristrutturazione della giustizia sportiva, che tra punti dati e punti tolti in corsa mina la credibilità dei campionati. Una filiera omogenea tra Serie A e Serie B, come esisteva un tempo, che garantisca sostegno economico alle piccole realtà, altrimenti destinate a fallire o a navigare in cattive acque come accaduto in casi distinti con il Lecco in Serie B, con la Salernitana l’anno scorso, o in passato col fallimento del Parma di Ghirardi. Occorrono regole per agevolare gli investimenti. E bisogna rendere gli spogliatoi luoghi di crescita umana».
Che significa crescita umana?
«Un calciatore diventa tale attraverso un processo di crescita che parte dai vivai, non affina il suo talento per grazia ricevuta. Dai vivai si dovrebbe attingere per formare i nostri professionisti del futuro. Dando loro spazio. Un tempo gli stranieri che approdavano in Italia erano talentuosi e fungevano da stimolo per i calciatori italiani, non li soverchiavano per numero. Gli spogliatoi fornivano energie ricche, non erano semplici dogane».
Ha guardato l’Under 21?
«L’ho apprezzata. È ben guidata, così come l’Under 20, ha disputato ottime partite. Purtroppo il calcio è uno sport episodico e l’arbitraggio ha condizionato il risultato».
Le maggiori soddisfazioni provate da agente Fifa?
«Tante. Giovinco a Toronto, e dopo di lui Insigne e Bernardeschi. Cannavaro a Dubai nel 2010. Bocchetti quando dallo Spartak Mosca, dove non legava con l’allenatore, andò al Milan perché si era infortunato Mexes e si era presentata l’occasione propizia. Oppure quando portai a Milanello Gattuso dalla Scozia e Vialli al Chelsea, che diventò un pioniere. Di solito sono felice di me stesso quando colgo un’intuizione che si rivela proficua».
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