- Grande successo della raccolta fondi lanciata da «Panorama». Obiettivo: identificare i resti di chi fu massacrato dai partigiani.
- La Verità rilancia la raccolta fondi della Comunità italiana degli esuli di Lussino. Per contribuire al riconoscimento dei loro nomi si può versare una somma a Comunità di Lussinpiccolo – Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982. Monte dei Paschi di Siena. Causale: “Per l’identificazione dei marò di Ossero”
Lo speciale contiene due articoli.
La bellezza di oltre 170 versamenti per un totale complessivo di 18.000 euro, 18.210 per la precisione. A tanto, ad oggi, ammontano le donazioni devolute, in appena un mese, alla raccolta fondi – lanciata da Panorama.it e della quale i lettori della Verità sono già edotti – in favore della Comunità italiana degli esuli di Lussino. Nello specifico, l’iniziativa è volta a finanziare l’identificazione dei resti dei ventuno marò della X Mas e dei sei militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso che, nell’aprile del 1945, si immolarono consapevoli di non avere scampo, pur di fermare l’avanzata dei partigiani di Tito sulle isole del Quarnero.
Costoro, infatti, per ben 74 anni non hanno avuto un nome né un cognome, dimenticati come ombre inghiottite dal tempo, prima che, nel maggio 2019, i loro resti fossero riesumati. Di qui l’idea di Panorama di dare avvio ad un progetto, finanziato dalla Verità digitale, che ha raccolto non soltanto un numero considerevole di donazioni – 18.000 euro sarebbe una somma ragguardevole a prescindere, figurarsi in mesi di pandemia e recessione economica – ma pure uno straordinario interesse da parte di associazioni, ex militari, giornalisti, singoli cittadini; tutti accomunati dallo stesso desiderio: restituire un’identità a chi, per la patria, non esitò a dare la propria vita.
Ecco allora, tra gli aderenti all’iniziativa, spuntare i parenti di Norma Cosetto, la studentessa universitaria istriana, torturata, violentata e infoibata dai partigiani del già citato Josip Broz, alias Tito. «Norma per mezzo secolo è stata dimenticata e per i marò ci sono voluti quasi 75 anni per riportarli a casa», ha spiegato Loredana Cossetto, figlia di un cugino della martire istriana, «per questo la nostra famiglia ha versato un piccolo contributo per identificarli».
L’iniziativa di Panorama ha inoltre avuto l’adesione di Mario Arpino, ex Capo di stato maggiore della difesa. «Vengo da Tarvisio, dal confine orientale, ho contributo con entusiasmo», ha dichiarato l’ex alto ufficiale, ricordando d’aver visto, quando aveva nove anni, «i carabinieri ammazzati a picconate dai partigiani». Alla raccolta fondi hanno poi partecipato alcuni familiari dei marò rintracciati dalla Comunità degli esuli di Lussino; fra questi c’è la nipote di un giovanissimo marinaio scomparso, Fabio Venturi. «Mia madre Lucia ha sempre pensato che il fratello fosse disperso», spiega Tarcisio Arca raccontando dello zio, «non avevano neppure idea di dove l’avessero ucciso».
Quella in corso è dunque da intendersi non solo come preziosa opera di identificazione, ma anche come vera e propria ricostruzione – come in un cold case – della sorte di militari finora rimasti avvolti dalle nebbie storia. Ad appoggiarla, in aggiunta a quelle poc’anzi menzionate, anche altre personalità di rilievo, dal giornalista Massimiliano Mazzanti, mobilitatosi con degli amici bolognesi, a Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d’Italia, nonché capogruppo in commissione Difesa. Segnalando che quello da poco iniziato è l’anno centenario del Milite Ignoto, Deidda ha fatto presente che «sarebbe un segnale importantissimo dare un nome e un cognome ai nostri militari e a tutti gli italiani, ma anche sloveni e croati massacrati dal regime comunista di Tito».
Il fatto interessante è che, per dare un volto ai caduti di Ossero, si son fatti avanti anche vari specialisti, pronti ad offrire gratuitamente la loro competenza scientifica. Tra questi, Paolo Fattorini dell’Università di Trieste, esperto d’identificazione genetica tramite le innovative tecniche «next generation», Francesco Introna, docente di Medicina legale a Bari nonché esperto in antropologia forense che coordinerà la ricerca scientifica, ed Emilio Nuzzolese, responsabile del laboratorio di identificazione personale dell’Università di Torino.
Alla generosità dei lettori del settimanale diretto da Maurizio Belpietro è insomma seguita quella di un vero e proprio pool di scienziati. Adesso tocca a loro, avvalendosi delle tecnologie più avanzate, tentare di tracciare un profilo biologico delle ossa riesumate un anno e mezzo fa in due fosse comuni dietro la chiesa di Ossero, e poi traslate al sacrario dei caduti d’oltremare di Bari in 27 cassettine avvolte nel tricolore, catalogate come «caduto ignoto». Le condizioni e la parzialità dei resti ossei e il tanto tempo trascorso bastano, da soli, a comprendere le difficoltà dell’impresa. Che tuttavia ora ha almeno 170 ottime ragioni per essere affrontata. Non sono cioè più i soli familiari ad augurarsi che dopo 75 anni, riemergendo dell’oblio, i marò di Ossero possano tornare a casa. Li stanno aspettando in tanti.
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