«Dietro le foibe nazionalismo e non vendetta»
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  • Intervista a Marco Petrelli, autore del libro I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana, che analizza la figura di Josip Broz e il suo progetto politico durante e dopo la Seconda guerra mondiale. «Il comunismo può essere stato movente iniziale di Tito, ma non principale né unico della guerra all’Asse e dei massacri delle foibe».
  • La storia dei 22 marò della X Mas e dei sei militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso che hanno combattuto senza speranze contro l’avanzata dei partigiani di Tito nelle isole del Quarnero.
  • La Verità rilancia la raccolta fondi della Comunità italiana degli esuli di Lussino. Per contribuire al riconoscimento dei loro nomi si può versare una somma a Comunità di Lussinpiccolo – Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982. Monte dei Paschi di Siena. Causale: “Per l’identificazione dei marò di Ossero”

Comunismo e vendetta furono gli unici moventi della tragica stagione delle foibe e dell’esodo? No, secondo Marco Petrelli autore de I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana (Mursia, 2020), che analizza la figura di Josip Broz e il suo progetto politico durante e dopo la Seconda guerra mondiale. «La vendetta verso lo sconfitto è parte, drammatica, di ogni guerra. Quanto all’ideologia il comunismo può essere stato movente iniziale di Tito, ma non principale né unico della guerra all’Asse e dei massacri delle foibe» sostiene l’autore in questa intervista.

Ma allora cosa motivò Tito?

«Gli jugoslavi erano più nazionalisti che comunisti – ricorda il Comandante garibaldino Giacca, responsabile della strage di Porzus, che cito nel libro. Prima ancora di combattere i tedeschi e gli italiani, infatti, Tito dovette trovare un elemento che fungesse da malta delle diverse etnie (in secolare conflittualità) che componevano il suo esercito. Il nazionalismo fu dunque la base, il comunismo semmai il collante…».

Sta forse dicendo che Tito non era comunista?

«Lo fu certamente, ma più per convenienza che per reale convinzione: la linea politica adottata negli anni della Guerra fredda ne è una chiara testimonianza. L’unico suo interesse era la Jugoslavia o, meglio, conservare il suo potere. Potere che in effetti si è mantenuto inalterato per oltre tre decenni».

Dunque, dietro alle foibe solo un nazionalismo esasperato?

«Nazionalismo e volontà di eliminare quelle minoranze che avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alla sua ascesa».

Ma si trattò o no di una pulizia etnica?

«Nell’ottica di costruire un nuovo stato, Tito represse tutte quelle minoranze che avrebbero potuto ostacolarne il progetto. Con gli italiani fu drammaticamente semplice: pur consapevole infatti che le comunità italiane vivevano lungo le coste dell’Adriatico orientale da secoli, Tito additò gli italiani come usurpatori e fascisti. In altre parole, che fossero nati a Fiume, a Pola, a Zara o Canicattì non faceva alcuna differenza: erano nemici da eliminare o da costringere all’esodo».

Cosa ne pensa dell’opinione secondo la quale le foibe furono “vendetta” per l’internamento di centinaia di migliaia di jugoslavi?

«L’internamento di civili stranieri fu prassi piuttosto comune in tutti i paesi belligeranti, Alleati e dell’Asse. Ciò non giustifica le sofferenze subite dai singoli, ma offre uno spaccato più chiaro della diffusa, scarsa sensibilitàche, al tempo, le nazioni avevano per individui considerati ‘ostili”».

Gli italiani perpetrarono crimini di guerra in Jugoslavia?

«Certamente. Nel mio libro riporto i nomi dei campi e le liste dei criminali italiani, inserite in una ricca appendice fotografica. Si tratta quasi sempre di gente comune, non per forza iscritta al Partito fascista. Anzi, sul finire della guerra gli anglo-americani iniziarono ad aggiornare quelle liste con elementi della RSI, permettendo così a molti criminali di farla franca soprattutto coloro i quali, dopo l’8 settembre, erano passati con il Regno del Sud e dunque figuravano, a fine conflitto, come antifascisti».

Il fatto che alcuni di loro non siano stati mai puniti può giustificare il lungo silenzio, italiano e jugoslavo, sulle foibe?

«In parte sì seguendo, d’altronde, un trend che aveva interessato anche altri paesi, Germania in testa. Dopo il 1945 l’Europa doveva essere ricostruita e celare alcuni capitoli, oscuri, del conflitto avrebbe aiutato – secondo la logica del tempo – a restituire stabilità agli equilibri del continente di fronte alla nuova sfida della Guerra fredda».

Si spieghi meglio…

«L’Italia era uscita a pezzi dalla Seconda Guerra Mondiale e non solo sotto profilo delle perdite umane e materiali. Al Congresso di pace fummo trattati come una nazione sconfitta, né in alcun modo fu tenuto in considerazione il contributo della Resistenza italiana. Ma la Guerra fredda e la posizione strategica del Paese offrirono alla giovane Repubblica italiana una nuova prospettiva di sviluppo e di ripresa. Ciò pose i governanti di fronte a delle scelte: chiedere conto a Tito delle violenze contro gli italiani avrebbe creato imbarazzo internazionale, specie fra Stati Uniti e Gran Bretagna che accolsero favorevolmente la rottura fra Tito e Stalin e guardavano a Josip Broz come ad elemento destabilizzante in seno al socialismo reale. Dall’altra parte consegnare a Belgrado i criminali di guerra italiani avrebbe riaperto il penoso capitolo delle responsabilità dell’intera nazione italiana durante il Regime e nella guerra mondiale».

Sostiene dunque che “scordarsi” delle foibe abbia restituito una sorta di verginità all’Italia?

«Esattamente. E non solo delle foibe! I regimi non si reggono mai sul mero strumento della repressione poliziesca, godendo altresì di consenso popolare. Oggi siamo abituati ad associare al termine ‘dittatore’ l’immagine di una persona vanesia, bramosa di potere e tendenzialmente superficiale. I grandi tiranni del Novecento erano stati al contrario capaci di mobilitare intere nazioni, cogliendone le aspettative e facendo leva sui loro desideri più reconditi».

Parlare di foibe è un “attacco” alla Resistenza?

«I partigiani titini non dipendevano dagli organi politici – CLN – e militari – Comando Supremo di Brindisi – né avevano alcun interesse all’indipendenza di un paese, l’Italia, che li aveva precedentemente deportati ed internati. Combatterono, semmai, nell’ottica di tornare presto alle loro case o di proseguire, sul suolo italiano, la lotta iniziata in Jugoslavia. La Resistenza italiana ha sì subito l’influenza dei partigiani di Tito, ma non è mai esistita una convergenza ideale né c’è mai stata una strategia comune fra le resistenze europee, ciascuna impegnata a tutelare gli interessi delle rispettive nazioni. I titini, d’altronde, non si fecero scrupolo ad ordinare agli italiani il massacro di Porzus o ad internare ed uccidere partigiani contrari all’annessione di Trieste e di aree, italiane, della Venezia Giulia».

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