Un focolaio di tubercolosi si è sviluppato in queste settimane all’istituto di Medicina legale di Milano interessando medici specializzandi – quindi in formazione – specialisti e altro personale.
A sollevare la questione, con richiesta di chiarimenti, secondo quanto riportato dal Corriere, è stata l’Associazione liberi specializzandi (Als) attraverso il suo presidente Massimo Minerva che ha inviato una lettera di una decina di pagine alla rettrice dell’Università degli Studi di Milano e all’Ispettorato del lavoro, con la richiesta di verificare la gestione della sicurezza e delle procedure di prevenzione. Secondo l’Agenzia di tutela della salute (Ats) di Milano, tutte le otto persone che hanno sviluppato la malattia sono in cura, nessuna al momento all’ospedale, anche se pare che quattro siano state in precedenza ricoverate.
Ci sarebbero inoltre altri sette casi positivi al batterio. Il focolaio, afferma Minerva «suscita seria preoccupazione sotto il profilo della tutela della salute e della sicurezza dei medici in formazione specialistica», che sono «trattati come lavoratori non pagati» e ora anche esposti a una malattia che si trasmette, come riporta il sito dell’Istituto superiore di sanità, per via area con «contatti prolungati e ravvicinati, soprattutto in ambienti chiusi, affollati e poco ventilati». La fonte del contagio, al vaglio delle indagini, sembra essere stata una «autopsia eseguita su un cadavere con sospetta tubercolosi, alla quale hanno partecipato più medici specializzandi», riferisce l’Als, osservando che il numero dei contagiati permette di ipotizzare una stessa fonte di diffusione del batterio sul posto di lavoro.
Sempre secondo le segnalazioni ricevute, Minerva ritiene che non siano stati «specificamente valutati i rischi biologici connessi alle funzioni degli specializzandi»: sembra infatti che, nella sala in cui è stata eseguita l’autopsia sotto indagine, non ci sia una cappa o un sistema di aspirazione degli aerosol che si possono sprigionare dal materiale infetto. «La formazione per il trattamento del materiale biologico è stata fatta?», domanda Minerva chiedendo di verificare anche se, dopo la comparsa dei casi, sia stato coinvolto il medico competente per una nuova valutazione dei rischi. E per le persone rientrate al lavoro dopo malattia, incalza l’Als, «sono stati presentati i certificati di rientro dal lavoro?»
Da quanto risulta all’Associazione, «gli specializzandi interessati hanno ripreso o proseguito la propria attività senza aver presentato la certificazione». Con un elenco di 22 richieste di chiarimenti puntuali, l’Als annuncia un esposto ai carabinieri per ulteriori verifiche. L’Ats Milano, intanto, assicura che, dopo le segnalazioni di tubercolosi tra gli operatori, sono stati «subito attivati i protocolli di prevenzione e sorveglianza con offerta del test di screening a tutti i soggetti coinvolti». L’Agenzia puntualizza, inoltre, che «sono in corso le indagini per risalire alla fonte del contagio e verificare l’attuazione delle misure di prevenzione», in collaborazione con il centro di riferimento regionale di Villa Marelli dell’Asst Gom Niguarda, che sta attuando la sorveglianza sanitaria e il monitoraggio della situazione. Anche la Statale «assicura la massima attenzione a quanto segnalato da Als» con l’avvio delle «opportune verifiche istruttorie per ricostruire quanto accaduto, coinvolgendo le diverse strutture competenti. In tale ambito è stato già attivato il raccordo con le autorità sanitarie e di vigilanza per gli approfondimenti interni necessari alla completa ricostruzione del quadro informativo e documentale».
L’Als non è nuova ad azioni in difesa degli specializzandi: a inizio anno ha contestato alla virostar Matteo Bassetti, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie infettive dell’Università di Genova, le condizioni di lavoro dei medici in formazione.
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