«Putin malato, in Ucraina ha perso». Ma la disfatta è di esperti e stampa
Vladimir Putin (Ansa)
Il nuovo libro di Marco Travaglio rimette in fila le balle di giornalisti e analisti, smentiti dalla realtà, mai pentiti della loro prosopopea. Come quando parlavano dello zar moribondo, che si curava con il sangue di cervo.

«L’Ucraina le sta dando di santa ragione al colosso russo», assicurava Giuliano Ferrara il 13 settembre 2022. «Russi in fuga», garantiva il Corriere della Sera (11 settembre 2022). «Gli ucraini sfondano», ribadiva Il Foglio (10 settembre 2022). Negli stessi giorni Repubblica parlava di «disfatta russa».

Aggiungendo: «Tracollo prevedibile». Prevedibilissimo, come no. «Entro il 2023 la Crimea sarà liberata», annunciava infatti il generale Ben Hodges, intervistato dall’Huffington Post perché «finora le ha azzeccate tutte». Uno di cui ci si può fidare, insomma. Uno che le «azzecca tutte», si capisce. Più o meno è come Gianni Riotta che infatti, sempre in quel settembre 2022, parlava di Putin come di un «topo in trappola». «Putin è nell’angolo», aggiungeva Ian Bremmer sul Corriere della Sera. «Putin è sempre più solo», incalzava ancora Il Foglio. «I russi fuggono», ripeteva La Stampa (11 settembre 2022). «I russi sono chiusi in una sacca», sdottoreggiava Vittorio Emanuele Parsi (30 settembre 2022). «I russi non reggono l’inverno», sentenziava il 3 ottobre 2022 Repubblica. Invece i russi pare abbiano retto benissimo, e non solo l’inverno. Ciò che non ha retto, invece, sono le boiate degli esperti. In Ucraina è loro l’unico tracollo prevedibile. L’unica vera disfatta.

Il libro di Marco Travaglio che esce oggi (Ucraina, Russia e Nato in poche parole, PaperFirst) è da leggere per almeno due buoni motivi: il primo è che contiene una ricostruzione puntuale dei fatti sulla guerra in Ucraina. Ricostruzione tanto più necessaria dal momento che in questi due anni e nove mesi i fatti sono stati abbondantemente sommersi dalle balle. Il secondo motivo è che il libro contiene uno spassosissimo elenco delle «ultime parole famose» degli esperti sulla guerra in Ucraina. «L’analisi militare: la Russia è in trappola, può cadere prima del voto Usa», scriveva per esempio Antonella Scott sul Sole 24 Ore il 28 settembre 2023. Analisi militare perfetta, oserei dire. Del resto pochi giorni prima il Corriere della Sera assicurava: «Gli ucraini possono sfondare in quattro mesi». E Claudio Cerasa (16 dicembre 2023) s’infervorava per «Putin davanti all’abisso». Dimenticando, il poveretto, che l’unica cosa che finisce davanti all’abisso, quando lui apre bocca, è la logica.

D’altra parte, chi avesse letto con attenzione in questi due anni e nove mesi le migliori gazzette del Paese, si stupirebbe di poter trovare Putin davanti all’abisso, dal momento che ci era già precipitato abbondantemente il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina. Anzi, a dirla tutta, chi si fosse nutrito solo dell’informazione ufficiale sull’argomento si stupirebbe di poter trovare Putin ancora vivo. In effetti: non era con un piede nella fossa? Sull’orlo del trapasso? «Putin sta morendo di cancro all’intestino», scrivevano Daily Star e Daily Telegraph il 7 marzo 2022. Il Corriere della Sera parlava di «una neoplasia al midollo spinale», New Lines di un «tumore del sangue», Libero assicurava: «Cura il cancro con i clisteri», il quotidiano Proekt andava oltre: «Ha un tumore alla tiroide e lo cura facendo il bagno nel sangue estratto da corna mozzate di cervo». Comunque, caso mai non bastassero gli svariati tipi di tumore, a Putin sono stati anche attribuiti: il Parkinson la demenza senile, il diabete, un arresto cardiaco e altri malanni che «lo porteranno alla morte certa». «Non reggerà oltre il 2023», scriveva Il Giornale a inizio anno. «Gli resta un anno, forse tre», diceva un dissidente russo alla Cnn. Mentre secondo Zelensky Putin era già morto a inizio 2023. «Quello che compare sugli schermi è una sua controfigura».

Sembra impossibile che una persona morta già a inizio 2023 possa essere ancora serenamente in vita a fino 2024, e sembra ancora più impossibile che nonostante il tumore all’intestino, il tumore nel sangue, il tumore alla tiroide, il Parkinson, l’arresto cardiaco e svariate altre malattie terminali, Putin stia ancora lì, al Cremlino, vivo e vegeto, e anzi pure apparentemente in ottima salute, ma si sa che la medicina oggi fa miracoli. Chissà che prima o poi non riesca a curare anche l’idiozia di giornalisti ed esperti. Per esempio quelli che, non paghi di aver previsto la morte di Putin, avevano previsto pure la morte della Russia. A cominciare da quel genio di Mario Draghi: «Le sanzioni alla Russia sono un successo completo», giurava il 31 maggio 2022, da presidente del Consiglio. Un’altra delle sue tante balle: l’economia russa infatti oggi cresce cinque o sei volte più di quella dell’eurozona.

Eppure, ricordate? «La Russia andrà in default entro qualche giorno», assicurava Enrico Letta (9 marzo 2022). «Mosca in default tra un mese», incalzava Il Giornale. «Il default russo è a un passo», concordava Repubblica. «Russia verso il default», s’accodava La Stampa. «Mosca verso il default», anticipava l’economista Alessandro Penati. «Il collasso economico di Mosca è inevitabile», prevedeva l’economista Giorgio Arfaras. «Le sanzioni funzionano», sosteneva Maurizio Stefanini su Linkiesta. Anzi, aggiungeva La Stampa, «le sanzioni stanno paralizzando in modo catastrofico l’economia russa». E Standard&Poor’s? «Per la Russia è default», sentenziava. E tutti si accodavano. Di conseguenza «il ruolo di Putin è chiaramente finito» (l’economista Gian Paolo Caselli, Domani), «Il putinismo si sta sciogliendo» (Il Foglio), «Putin si credeva uno zar ma si ritroverà vassallo» (Filippo Facci, Libero), «Putin non mangerà il panettone del 2023» (ancora Vittorio Emanuele Parsi, un fedelissimo della previsione ad minchiam), «Putin costretto a svernare ai giardinetti» (Paolo Guzzanti, Riformista), «Putin in un vicolo cieco» (Maurizio Molinari, Repubblica). Come no? Il vicolo è sempre cieco. Ma mai quanto certi sapientoni.

A sentir loro, in effetti, la guerra che dura da due anni e nove mesi, doveva essere finita ancor prima di cominciare. «Gli ucraini stanno umiliando le forze russe», assicurava Andrea Margelletti pochi giorni dopo l’invasione del 24 febbraio 2022. «Il fallimento della Russia è già evidente», garantiva Dario Fabbri sul Domani il 15 aprile. «Putin ha perso», sentenziava Nathalie Tocci il 14 giugno. I giornaloni titolavano fin da subito sulla «retromarcia russa» (Repubblica, 29 marzo) e sulla «ritirata russa» (Stampa, 29 marzo 2022), cominciando la lunga tiritera dei titoli sull’«Armata rotta». «Gli ucraini stanno ricacciando gli invasori da dove sono venuti», scriveva Il Foglio. «È iniziata la disfatta militare della Russia», tromboneggiava Federico Rampini. «L’Ucraina per Putin è come la Grecia per Mussolini: l’inizio della débâcle del regime», prevedeva sempre lui, l’immancabile Vittorio Emanulele Parsi. E Beppe Severgnini già si lanciava nei festeggiamenti in stile Mundial: «Siamo più forti, vinciamo noi». In effetti: l’esercito russo non è mai stato sconfitto in una sola battaglia sul campo da quello ucraino e 33 mesi dopo occupa il 19% del Paese. Però Severgnini ha ragione: hanno vinto loro. Hanno vinto giornalistoni ed espertoni. Il premio faccia di bronzo non glielo toglie nessuno.

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