La vendita di Sace vale mezza Aspi. Semaforo verde ai prestiti di Stato
Pierfrancesco Latini, amministratore delegato di Sace (Ansa)
Arriva l’ok dalla Corte dei conti all’acquisizione per 9 miliardi e in contemporanea Cdp riceve 4,2 miliardi dal Mef per l’agenzia che garantisce i crediti e che prima aveva congelato le richieste di Autostrade.

Due ciambelle che hanno trovato il loro buco contemporaneamente. Giovedì, il ministero dell’Economia si è ripreso la Sace dalla Cassa depositi e prestiti, pagandola 4,2 miliardi. E nelle stesse ore, la Corte dei conti ha dato il via libera finale all’acquisizione di Autostrade da parte del consorzio guidato dalla medesima Cdp (insieme ai fondi esteri Macquarie e Blackstone), un’operazione da 9 miliardi di euro. Sembra quasi una partita di giro, con la Cdp che da una parte incassa e dall’altra paga i Benetton per Aspi, ma il punto veramente curioso, anche in prospettiva futura, è che adesso Autostrade potrà chiedere garanzie alla Sace senza che vi siano conflitti d’interessi. Un’operazione simile, da oltre un miliardo di euro, fu infatti bloccata due anni fa proprio perché Sace, che non si limita a erogare garanzie solo all’export, era controllata da Cdp e la stessa Cdp stava per comprare Aspi. Ora che l’istituto farà formalmente capo al Tesoro, il problema non si porrà più. Almeno formalmente.

Giovedì, il ministro dell’Economia, Daniele Franco ha firmato insieme al collega degli Esteri, Luigi Di Maio, il decreto che trasferisce da Sace a Cdp la quota in Simest (75%), mentre tutta Sace passa dalla Cassa al Mef per 4,2 miliardi, con un’emissione ad hoc di titoli di Stato. Insomma, con l’emissione di nuovo debito, il Tesoro si riprende l’istituto.

Sia la partita di Sace, già annunciata nei mesi scorsi, sia quella di Aspi, fanno parte di gestioni precedenti, ovvero sono state impostate e decise dall’ex ministro Roberto Gualtieri e dall’ex amministratore delegato della Cassa depositi, Fabrizio Palermo. Ma per un caso della vita sono andate a soluzione nelle stesse ore.

Sace è stata fino a poche settimane fa un feudo di Massimo D’Alema. L’ex segretario del Pds, nel 2019, riuscì infatti a piazzare alla presidenza un uomo di sua fiducia come Rodolfo Errore, fatto nominare da Gualtieri, anche lui membro di spicco della fondazione dalemiana Italia Europei. Che insieme alla filiale italiana di Ernst & Young, ai cui vertici figura lo stesso D’Alema, è il cuore del sistema di potere e relazioni di Baffino. Non a caso, anche nello scandalo della tentata vendita di armi alla Colombia, svelato dalla Verità, D’Alema s’era giocato la sua influenza su Sace.

Durante la gestione di Errore, che a fine gennaio si è dimesso «per cogliere nuove opportunità», secondo la Corte dei conti Sace si sarebbe esposta troppo (45,8% per quasi 23 miliardi di euro) sul settore della cantieristica navale e delle crociere, in particolare con Fincantieri, che però è pur sempre dello Stato. Al Mef, con l’arrivo di Franco, la gestione di Sace non piaceva e ora, «comprandola» per quattro miliardi da Cdp, potrà mettervi ordine a piacimento. Anche Pierfrancesco Latini, amministratore delegato di Sace, ha sempre condiviso la linea di Errore e come lui ha un po’ perso il suo punto di riferimento, che era Fabio Gallia, ex numero uno della Cassa depositi e, sempre per i molti incroci di questa storia, attuale direttore generale di Fincantieri.

Come detto, per un’entrata da quattro miliardi che premia Cdp, ecco arrivato il momento di aprire il portafogli per l’acquisto di Autostrade dai Benetton. Sempre l’altro ieri, la Corte dei conti ha concesso il visto di legittimità al provvedimento del ministero delle Infrastrutture che ratifica la transazione con Aspi e il relativo piano finanziario per gli anni a venire. Vietato parlare di «nazionalizzazione», visto che formalmente Cdp ha solo il 40% del consorzio con i due fondi esteri (uno australiano, l’altro statunitense) in maggioranza, ma comunque la Corte ha dovuto mettere il bollino su una partita gestita tutta politicamente dal governo precedente e che la stessa Cdp si è vista piovere sulla testa senza entusiasmo. Macquarie e Blackstone, per far parte dell’affare, hanno preteso una remunerazione del 10% e i costi di tutto ciò, attraverso il piano finanziario approvato dal ministero delle Infrastrutture e ora vistato anche dai magistrati contabili, ricadranno sugli automobilisti italiani sotto forma di maggiori pedaggi. Insomma, sono loro che alla fine pagheranno il conto del crollo del Ponte Morandi.

In ogni caso, con Sace e Aspi, il governo Draghi si libera di due partite del passato, che però potrebbero anche incrociarsi nuovamente. E anzi, forse il riassetto di Sace ha proprio un senso che va oltre una questione di potere come il dalemismo calante e che riguarda ancora qualche miliardo. Nella primavera del 2020, sotto l’ombrello dei primi interventi per l’emergenza economica da Covid, le società infrastrutturali dei Benetton, da Aspi ad Aeroporti di Roma, passando per Telepass, avevano chiesto e ottenuto la garanzia della Sace su prestiti per 1,2 miliardi di euro. A maggio di due anni fa, l’operazione fu però fermata quando ci si rese conto che sarebbe stato quantomeno inelegante che i Benetton ottenessero una simile regalia dalla Sace, proprio quando stavano per vendere alla sua controllante Cdp. Ma ora che Sace torna sotto il controllo di Via XX Settembre, Covid o non Covid, Autostrade potrà chiederle garanzie senza che nessuno gridi al conflitto d’interessi.

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