Fuga da Hollywood. Lo scaricabarile Vip nei confronti di Aboubakar Soumahoro, le sue galosce e le sue lacrime televisive ha qualcosa di cinematografico e tristemente spettacolare. Mentre l’inchiesta avanza, le reazioni dei tre principali sponsor mediatici del Papa nero dei clandestini non potrebbero essere più differenti. Per un Roberto Saviano che sta metabolizzando il lutto, c’è Diego Bianchi (in arte Zoro tendente a Zero) che mostra un omerico mal di pancia: «Lui, le borse, i libri. Non ci ha convinto, deve chiarire tante cose. Perché noi siamo incazzati più di tutti su questa storia. Non imbarazzati ma delusi, amareggiati e proprio incazzati». Quanto a Marco Damilano, non ha ancora trovato il tempo – nelle sue pillole di moralismo arcobaleno pagate 1.000 euro l’una (per 10 minuti) su Rai 3 – di affrontare l’argomento.
La fuga è felpata e lievemente ipocrita anche dalle parti della politica. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, lo scarica a metà con una frase: «Le sue risposte non sono sufficienti». Il postcomunista Nicola Fratoianni vorrebbe allontanarsi camminando all’indietro ma viene inchiodato con una lettera da una decina di dirigenti di Sinistra italiana: «Sapeva e lo candidò, ora se ne assuma la responsabilità». Nel Pd nessuno si avvicina all’argomento perché scotta. Quando a essere accusati sono gli avversari politici, la richiesta di abiura, dimissioni, forche caudine è immediata e accompagnata dallo scatto dei grilletti. Quando sulla graticola salgono icone del progressismo conformista, i maestri di vita prediligono la penombra. E al bar social spuntano liceali difese d’ufficio: «Ve la prendete con lui perché è nero».
Mentre si stempera l’imbarazzo sul Black Souma Matter, si fa largo una subdola tendenza: scaricare il sindacalista incastrato dalla moglie e dalla suocera, per difendere il sistema sul quale il business dell’accoglienza continua a proliferare. Indicare la mela marcia per salvare la cesta con il verme. Strategia sottile destinata a fallire perché se la coop Karibu ha potuto macinare 62 milioni in 17 anni, significa che le maglie della legge sono larghe, le regole e i controlli possono essere aggirati come paletti da slalom. E che falsificare i dati pur di vincere i bandi, incassare fiumi di denaro, accreditare fantasmi, vedersi assegnare numeri importanti di migranti non è poi così difficile. Si chiama truffa.
Senza voler scende di nuovo nel dettaglio (questo giornale ha sempre dato conto con puntualità di ogni inchiesta in merito) da Bergamo a Trieste, da Verona a Palermo passando per Napoli, Guardia di finanza e Procure sono state impegnate in inchieste ramificate ed estenuanti con un denominatore comune: dietro a cooperative di comodo, persone apparentemente generose e aureolate si arricchivano sulla pelle dei disperati. Il sistema Mimmo Lucano (condannato a dieci anni in appello) era noto da tempo. La sua immagine da Madre Teresa di Calcutta lo precedeva e nascondeva le malefatte, mentre l’intera sinistra inginocchiata davanti alle ragioni dell’accoglienza fingeva di dimenticare quelle della legalità.
Il rosario di scandali, i verminai scoperchiati e l’automatica indignazione delle organizzazioni «umanitarie» contro i decreti Sicurezza di Matteo Salvini ci confermano con chiarezza le parole di Salvatore Buzzi (mafia più o meno capitale) intercettato: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno». Sembrava folclore, era un business plan. Sembrava un romanzo criminale, era il progetto economico di cooperative, associazioni di comodo, qualche volta perfino soggetti vicini a «Caritas deviate». Durante il governo Conte uno, quando la Lega decise una stretta forte ai finanziamenti per queste realtà di volontariato solo apparente, ci fu un’insurrezione di consorzi e organizzazioni (dell’Emilia Romagna soprattutto) che rinunciarono a partecipare ai bandi «perché non ci guadagniamo più». I professionisti del bene comune non sempre sono in odore di santità.
L’ultimo scandalo non è isolato, ma è la punta dell’iceberg. Alla luce della pioggia di denaro destinato alla Karibu, una revisione delle regole e una stretta nei controlli diventano indifferibili. Con il coinvolgimento delle istituzioni. I parenti di Soumahoro rastrellavano bandi finanziati da Anci Lazio, Osservatorio delle imprese, perfino università Luiss, l’ateneo di Confindustria. La stessa che ha partecipato alla definizione di protocolli per normare «percorsi di accoglienza e integrazione» che alla prova dei fatti favoriscono indistintamente buoni e cattivi soggetti. Il sistema è un colabrodo, chi si limita a santificarne i risultati (anche in Parlamento) a questo punto è ingenuo o complice. Prendere a calci il gatto con gli stivali non è la soluzione. E liquidarlo non può essere l’unico passo, ma il primo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >