- Finisce dopo 30 anni la latitanza di Matteo Messina Denaro. Forse tradito da una intercettazione. Il mistero del selfie.
- Il premier Giorgia Meloni vola a Palermo. «Adesso tocca ai fiancheggiatori». Sergio Mattarella si congratula con l’Arma. Matteo Salvini: «Nessun criminale è imprendibile».
Lo speciale comprende due articoli.
Il mammasantissima di Castelvetrano era in coda per il tampone, prima della seduta di chemioterapia: gli occhiali scuri con le lenti ovali che hanno preso il posto dei Ray ban delle poche foto che circolavano, il giubbotto chelsey imbottito con sotto un pesante maglione di lana al posto delle camicie di seta con cui tutti lo immaginavano e al polso un Frank Muller da 35.000 euro. Che forse è lo stesso orologio d’oro delle descrizioni che arrivano dal Venezuela, dove ha lasciato una delle sue ultime tracce. I carabinieri, che poco prima delle 8 di ieri mattina erano già alla clinica Maddalena di Palermo ad attenderlo, si sono avvicinati e gli hanno chiesto l’identità. Lui ha risposto: «Lei sa chi sono io», Matteo Messina Denaro. Fine della latitanza. Ammanettato dal colonnello Lucio Arcidiacono. Con lui il boss «ha avuto un tono di voce pacato», ha detto ai giornalisti il carabiniere. Dopo 30 anni da primula rossa, u Siccu, come lo avevano ribattezzato nel mondo della mala di Trinacria, prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989 e tra i mandanti delle stragi in cui sono stati sacrificati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, avvistato dappertutto ma mai braccato, con un patrimonio ancora stimato in 13 milioni di euro (e con 1.300 euro nel portafogli), si è fatto arrestare. La versione ufficiale dell’arresto l’hanno fornita Procura antimafia di Palermo e carabinieri del Ros durante una conferenza stampa (al comando Legione carabinieri di Palermo con il procuratore Maurizio De Lucia, l’aggiunto Paolo Guidi, il generale del Ros Pasquale Angelosanto e il comandante provinciale di Trapani Fabio Bottino). E a portare gli inquirenti dritti dal capobastone condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni, sarebbero state le gravi malattie di cui soffre e che sono state scoperte intercettando i pochi familiari in libertà. Ascoltando le criptiche frasi delle sorelle, dalle quali emergeva il turbamento per un parente che stava male, con una indagine di tipo tradizionale, incrociando i dati nelle banche dati sanitarie, sono spuntati fuori un po’ di nomi interessanti. Uno su tutti: Andrea Bonafede da Campobello di Mazara (Trapani), di professione geometra. Classe 1963. Quasi coetaneo dell’Imprendibile. Con la carta d’identità del geometra di Campobello il super boss, figlio d’arte (don Ciccio, suo padre, faceva il bello e il cattivo tempo a Castelvetrano e aveva scelto come padrino di cresima per Matteo tale Antonio Marotta, fratello di uno dei componenti della banda di Salvatore Giuliano) si presentava in clinica per le cure. L’adenocarcinoma mucinoso del colon, forma tumorale particolarmente aggressiva, gli era stato diagnosticato da un patologo dirigente dell’ospedale Vittorio Emanuele Secondo di Castelvetrano. La cartella clinica porta la firma del dottor Michele Spicola. E la diagnosi risale al 24 novembre del 2020, in piena pandemia, quando il medico scrive un referto istologico per il geometra Bonafede che sembra una condanna a morte.
Nel 2021 Messina Denaro viene operato una seconda volta e subisce la resezione di alcune metastasi al fegato. E frequentando ospedali e cliniche in questi due anni, con i suoi tre vaccini anti Covid in quanto soggetto considerato fragile, ha lasciato più di una traccia plateale in giro: portava in regalo lattine di olio ai dottori e con uno di questi si è esibito pure in un sorridente selfie in maniche di camicia, colletto all’italiana e logo ricamato sul petto. Nel 2020, poi, si è sottoposto a una biopsia al colon all’ospedale Abele Aiello di Mazara del Vallo. E anche questa cartella clinica è finita nelle mani degli investigatori. Come la documentazione dello studio del dottor Filippo Zerilli, oncologo dell’ospedale di Trapani. Per le cure e le ricette mediche, però, si sarebbe rivolto ad Alfredo Tumbarello, già candidato sindaco a Campobello e considerato vicino ad Antonio D’Alì, l’ex senatore ed ex sottosegretario all’Interno forzista condannato (e poi arrestato) per concorso esterno anche per l’ipotizzata vicinanza con i Messina Denaro. Gli studi professionali di entrambi i medici sono stati perquisiti l’altra notte e rientrano tra i 12 decreti eseguiti dai carabinieri del Ros (cinque a Campobello). Ma, dettaglio che è apparso subito come particolarmente strano, ce n’era uno anche per il New Acqua splash, un parco acquatico sorto nel 1997 e finito in amministrazione giudiziaria nel 2001 per bancarotta (poi confiscato nel 2022). E non è l’unica stranezza.
Agli inizi di novembre Salvatore Baiardo, ex gelatiere di Omegna e factotum dei fratelli Graviano, a favore delle telecamere di La7 aveva annunciato: «Presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». Arrivando a definire l’arresto del super boss un «regalino» per il nuovo governo e rispolverando vecchie storie sulle trattative. «Ma quale trattativa?», esplode Giorgia Meloni intervistata da Rete 4: «Non c’è bisogno di mettersi d’accordo con la mafia per batterla». Il fatto è che la rete di protezione del boss ormai deve essere stata un po’ azzoppata, visto che l’ammuina fatta prima dell’arresto non ha insospettito il capomandamento. Che ieri mattina ha vestito i panni di Bonafede e si è presentato, disarmato, all’appuntamento in clinica.
I carabinieri avevano scoperto che il giorno dell’intervento il Bonafede della carta d’identità non era in clinica. E, così, sotto Natale le indagini si sono fatte stringenti. E quando gli investigatori hanno saputo che Bonafede si sarebbe dovuto presentare per la chemioterapia hanno cinturato la Maddalena. Il paziente era accompagnato da Giovanni Luppino, un incensurato che a Campobello è famoso come broker di olio d’oliva e che gli faceva da autista con la sua Fiat Bravo bianca (è stato arrestato anche lui). Negli archivi dei carabinieri veniva definito «di buona condotta in genere, essendo immune da pregiudizi di polizia agli atti d’Ufficio». Un insospettabile, insomma, che «in pubblico gode di normale stima e reputazione». E ora si cerca il covo nel quale ha passato la sua latitanza. Che non deve essere distante da Campobello, visto che l’autista e il geometra della carta d’identità sono entrambi del paesello.
Tra gli investigatori c’è chi si lascia scappare che proprio l’abitazione di Bonafede potrebbe essere l’ultimo nascondiglio di Messina Denaro. Dalla casa, perquisita, è stato portato via materiale definito «interessante». Sempre a Campobello è stata perquisita l’abitazione di Salvatore Messina Denaro, fratello del boss, scarcerato un paio di anni fa. Mentre a Castelvetrano i militari sono entrati anche negli appartamenti delle sorelle. Il procuratore De Lucia in conferenza stampa ha affermato che «fette della borghesia» per molto tempo hanno fatto parte della rete dei favoreggiatori. Ora tocca a loro.
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