Il generale Burgio, candidato sindaco di Futuro Nazionale: «Milano a tolleranza 0? Mi può bastare 0,5»
A sinistra Carmelo Burgio; a destra Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale (Imagoeconomica)

Generale Carmelo Burgio, sarà lei il candidato sindaco di Futuro nazionale a Milano. L’annuncio di Roberto Vannacci le ha bruciato il riposo estivo?

«Onestamente non avevo mai ipotizzato una discesa in politica, anche se “scribacchio” qualcosa su testate che mi danno un po’ di spazio. Sono però intimamente convinto che bisogna dire qualcosa, perché quello che sta succedendo impone una riflessione».

Cioè?

«Un anno fa, ho detto che gli stranieri, anche se sfruttati, baciavano per terra perché venivano a lavorare da noi. Poi, impercettibilmente, hanno cominciato a chiedere cibo speciale e niente crocifisso. E noi abbiamo sempre detto sì. E questa è la mia risposta. Se uno ha ottenuto che venisse tolto il crocifisso dalla scuola e anche il presepio e se ha ottenuto la festa del Ramadan al posto del Natale, perché domani non può chiedere di togliere le chiese? E allora dico: se si può fare qualcosa per evitare questo andazzo e magari invertire la tendenza, carichiamoci di questa responsabilità».

La sua è una candidatura che ha quindi, come primo punto, quello della sicurezza e della lotta all’immigrazione, in particolare islamica?

«La sicurezza sicuramente. I milanesi sostengono che sia per loro il più grande problema. Quindi sulla sicurezza dobbiamo intervenire. So benissimo che il responsabile è il prefetto, cioè lo Stato. Se mai dovessi diventare sindaco, so che non potrò mettermi a fare lo sceriffo, però, certo, devo essere dalla parte dello Stato. Un sindaco, a mio parere, deve lavorare al fianco del prefetto e sostenerlo con la parola e con i mezzi. I suoi vigili urbani devono collaborare strettamente con le forze nazionali».

E i rastrellamenti?

«Chiamiamoli rastrellamenti, chiamiamoli, come si dice nei documenti di polizia, servizi ad alto impatto. Si tratta di mettere in una zona della movida 100-200 carabinieri, poliziotti, finanzieri e vigili urbani per intervenire in massa. Non dico ristabilendo la tolleranza 0, ma già lo 0,5 andrebbe benissimo. Li chiami come vuole, la sostanza è la stessa. O meglio, c’è una sola differenza. Una sola. Questi servizi li intendo così: se uno rompe il posto di blocco gli si corre dietro. Qualcun altro invece ritiene che basti prendere il numero di targa. Questa è l’unica differenza».

Il Partito democratico ha subito urlato allo scandalo, sentendo parlare di rastrellamenti, però…

«Sono strumentalizzazioni. La politica italiana dovrebbe imparare anche a saper scherzare. Questo è fondamentale. Né il signor generale Vannacci né io pensiamo assolutamente di ridurre le libertà dei cittadini».

Cosa volete fare quindi?

«Un mantra sacrosanto, che ci insegnavano in prima elementare, è che la mia libertà finisce dove comincia la tua. Se una donna ha un minigonna e 20 maranza le mettono le mani sotto la gonnella perché la ritengono una poco di buono e la vedono come una preda, sono loro a limitare la sua libertà».

Quindi rastrellamenti a Milano?

«Qualche servizio di massa, lo dice anche l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, probabilmente è necessario. Ecco, diciamo che è necessario farlo, aiutando il prefetto e le forze di polizia a competenza nazionale. Il poliziotto che viene quasi scannato come un capretto in metropolitana deve prendere il l’Ambrogino d’oro. E invece mi sembra che l’amministrazione Sala ne ha discusso molto, ma non ha avuto alcun problema a darlo al padre del signor Ramy che, per carità, sarà una bravissima persona, ma se Ramy va in giro a rubare, quantomeno non l’ha saputo educare e formare».

Una delle obiezioni alla sua candidatura è che non è di Milano…

«Replico con tre punti. Pisapia e Sala conoscevano Milano come le loro tasche e non mi pare che le cose siano migliorate. Secondo: Milano la frequento ormai dal 2012. Terzo: da capitano sono stato mandato a comandare una compagnia di Cagliari e non avevo mai lavorato in Sardegna. Lo stesso vale per Caserta, l’Afghanistan, la Bosnia-Erzegovina, il Libano, l’Iraq e la Siria».

Quando ha conosciuto Vannacci?

«Era capitano quando comandava una compagnia incursori e io comandavo il battaglione dei carabinieri paracadutisti. Non abbiamo mai lavorato insieme, però le palazzine si fronteggiavano ai due lati del cortile e ci vedevamo».

Com’è nata la sua candidatura a Milano?

«Prima che Vannacci iniziasse la sua carriera politica autonoma, quindi quando era ancora nella Lega, sono stato avvicinato da un gruppo di imprenditori che aveva ipotizzato la mia figura per uno dei partiti di maggioranza, in occasione di una competizione elettorale nel Comune di Milano. Poi mi hanno detto che non ne avevano più bisogno. E così, nel frattempo, è nato questo nuovo partito e io ho continuato, con i miei articoli, a puntualizzare imprecisioni e ingiustizie».

Tipo?

«Quella di consentire a un inferiore di grado di andare in tv e criticare un proprio superiore pubblicamente, cosa che è una mancanza disciplinare gravissima. E poi perché un magistrato si può candidare e Vannacci no?».

Vannacci, alle elezioni, chiese di mettere una Decima sul suo nome. Anche lei farà lo stesso?

«Vannacci ha un suo stile, anche provocatorio, che va capito. Per me, basta mettere una X, perché se affermo di mettere una croce, dicono che il generale Burgio è un cattolico integralista, un crociato».

Quindi niente Decima?

«La Decima è nata prima di Junio Valerio Borghese. E lo dice uno della Folgore, dove c’erano molti nobili e cavalieri, tutti monarchici. Nel quarto battaglione c’era un capitano che poi ha fatto il partigiano quando c’è stata la guerra di liberazione. Gli altri capitani e il colonnello comandante del battaglione erano tutti i monarchici e non potevano vedere Benito Mussolini. Non sono favole. Bisogna essere in buona fede e conoscere la storia. La Folgore, che era una divisione ad altissimo tasso di monarchici e di nobili, era tutto meno che un’unità fascista, checché ne dicano».

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