«Dopo di noi». La legge disastro che illude i disabili
  • Il flop delle norme targate Matteo Renzi: pochissime risorse agli invalidi e impossibilità pratica di trovare lavoro.
  • Il presidente nazionale Anffas Roberto Speziale: «A quattro anni dalla riforma il Parlamento tace sull’attuazione e solamente due Regioni si sono mosse. I ritardi sono gravissimi».
  • «Non ci sono veri finanziamenti ma soltanto promesse perché i fondi realmente spendibili sono pochissimi»
  • L’Istat: le non profit attive nel mondo dell’handicap incassano 16 miliardi e impiegano quasi 400.000 persone.

Lo speciale contiene quattro articoli

Una madre sopraffatta dalla solitudine e dalla fatica di accudire una figlia adulta disabile dalla nascita, l’ammazza e tenta di uccidersi. Il fatto di cronaca, una settimana fa nel Torinese, si affaccia solo per qualche istante sulla nostra quotidianità. Succede, capita, altre volte proveremo pena, incredulità davanti a gesti disperati di genitori, stremati e impotenti. Poi ascoltiamo proclami del governo, rassicurazioni sulla creazione dal prossimo gennaio di un ufficio permanente per le persone con disabilità a palazzo Chigi e pensiamo che le risposte arriveranno. Niente affatto, le circa 2.300.000 famiglie italiane nelle quali vive almeno una persona con limitazioni gravi, avranno dalla legge di stabilità solo i 50 milioni di euro promessi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Più altri 20 milioni di euro (emendamento approvato in commissione bilancio al Senato), destinati al Fondo per la non autosufficienza (Fna) che nel 2019 ammonta a 573 milioni di euro.

Briciole, per i 3.100.000 disabili gravi nel nostro Paese, di cui il 61% è in cattive condizioni di salute. Servirebbero almeno 5 miliardi di euro per far fronte alle esigenze di una quota (5,2%) di italiani totalmente non abili, come dichiarano i presidenti di alcune delle federazioni che rappresentano associazioni impegnate nel settore.

Pochi dati, per spiegare quanto lontani siamo da interventi che offrano sostegno, dignità e la tanto promessa inclusione. Secondo l’ultimo dossier Istat, la metà dei disabili gravi (1,5 milioni su 3,1 milioni) ha più di 75 anni, quindi con ulteriori difficoltà dovute all’età e alla non autosufficienza. Oltre 600.000 persone con limitazioni gravi sono privi di rete di aiuto, di queste 204.000 vivono da sole. Rimangono in attesa di poter accedere ai fondi, ancora non ripartiti dalla maggioranza delle Regioni, del «Dopo di noi», soluzioni alternative agli istituti quando genitori o familiari non saranno più in grado di occuparsi del congiunto.

Vediamo di che cosa vive un disabile. Lo Stato gli garantisce 285,66 euro al mese di pensione di inabilità (poco più della metà della pensione sociale di 501 euro), solo a partire dal 74% di invalidità riconosciuta. Altrimenti si ha diritto unicamente a una serie di agevolazioni, fiscali o bonus salute. Se poi l’invalidità è totale e permanente, l’Inps corrisponde 517,84 euro al mese di indennità di accompagnamento. Complessivamente possono essere 803,5 euro, certo non per tutti. Bastano per arrivare a fine mese? No. Un invalido prende meno della pensione minima. Sostiene costi aggiuntivi di natura medica e sanitaria e spese per il trasporto legato alla salute. Non può pagare affitto e utenze varie. L’aiuto che arriva dall’indennità di accompagnamento (quando viene riconosciuta) non è un reddito aggiuntivo, serve per retribuire un accompagnatore e solo per poche ore, sollevando i familiari da un’assistenza continua e logorante.

Eppure, le famiglie con disabili che non ricevono alcuna forma di supporto né informale, né privata, né pubblica sono ancora moltissime, il 45,8%. Devono arrangiarsi, spesso uno dei genitori è costretto a lasciare il lavoro per seguire il figlio, quindi il nucleo si impoverisce. Il 28% delle famiglie con disabili è in condizioni di deprivazione materiale, che segnalano le difficoltà a disporre di beni o servizi essenziali per una vita decorosa, cioè non possono sostenere spese impreviste, la caldaia che si rompe, la lavatrice che smette di centrifugare. Nemmeno possono concedersi una vacanza, la più economica e a chilometro zero che si possa immaginare.

Poi ci sono gli interventi sul territorio, perché solo il 16,4% della spesa per l’assistenza al disabile è finanziata a livello centrale, attraverso il fondo indistinto per le politiche sociali (9%) e fondi vincolati statali o dell’Unione europea (7,4%). La maggior parte delle risorse (61,8%) provengono dai Comuni e dai fondi regionali vincolati per le politiche sociali, che finanziano il 17,8% della spesa sociale dei Comuni. In piccole percentuali, da altri enti e privati.

Dovrebbero garantire un supporto alle famiglie con assistenza domiciliare, servizi connessi alla cura e all’inclusione sociale delle persone disabili. Ma la spesa sociale a carico di questi enti si è moltiplicata negli anni, i soggetti bisognosi sono in continuo aumento e le strutture non sono in grado di reggere le tante domande che vanno dagli anziani non autosufficienti ai migranti, dai poveri ai rom, dalle dipendenze alle varie forme di emarginazione. I fondi non riescono a coprire i reali bisogni dei non abili e sono profondamente diversi dalle regioni del Nordest (con 5.080 euro di spesa media annua), a quelle del Sud (870 euro).

Se sei disabile, fai ancora una fatica enorme a trovare posto nel mercato del lavoro. Solo il 35,8% è occupato, quelli con meno di 40 anni rappresentano il 17,5%. Nel 2015, delle persone con disabilità iscritte nelle liste di collocamento, appena il 6,3% aveva un titolo universitario e il 24,6% un diploma di maturità. Eppure, nei Comuni, la spesa per «formazione e inserimento lavorativo» rappresenta la voce più importante (27% nel 2016) degli impegni finanziari. Dai dati del ministero del Lavoro, «vi sono 145.000 posti di lavoro ancora “vacanti”, ovvero “riservati” alle persone con disabilità ma non ancora coperti». A vent’anni dall’approvazione della legge sul collocamento mirato, rimane difficile assicurare la formazione necessaria per soddisfare i profili richiesti e le aziende pubbliche e private assumono troppo poco nelle «quote di riserva», obbligatorie per legge. Rimane, infine, l’incognita su chi gestirà le deleghe che il precedente governo aveva assegnato al ministero della Famiglia e disabilità.

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