- Con il rinnovo degli organi di governo dell’istituto, si profila una revisione del business plan definito dai due commissari. La mannaia dei 1.000 licenziamenti in tutt’Italia potrebbe persino aumentare.
- Dopo la notizia rivelata dal nostro giornale sul faro dei pm pugliesi sui sindacati, le sigle si difendono: inquadramenti legittimi, nessun accordo sottobanco con l’azienda.
Lo speciale contiene due articoli.
Con l’arrivo di Giovanni De Gennaro alla poltrona di presidente dalla Banca Popolare di Bari si susseguono le voci di una possibile revisione del piano industriale dell’istituto.
Del resto, la nomina dell’ex capo della polizia appare più di natura politica che non finanziaria. Gianni, così da molti soprannominato, è stato dal 2013 al 2020 a capo di Leonardo per poi giungere a metà ottobre (e senza un curriculum dal percorso finanziario) a presiedere l’istituto barese.
La sua nomina arriva con l’assemblea ordinaria degli azionisti della banca che ha fissato il numero dei consiglieri in consiglio di amministrazione a sette. Con De Gennaro, infatti, (e con il voto favorevole del 96,8% degli azionisti) arrivano anche Giampiero Bergami come amministratore delegato, Cinzia Capano; Bartolomeo Cozzoli; Elena De Gennaro; Roberto Fusco e Paola Girdinio. Salvo imprevisti i consiglieri resteranno in carica fino all’approvazione del bilancio del 2022.
L’assemblea ha anche nominato il presidente del collegio sindacale, dei sindaci effettivi e dei sindaci supplenti, come da proposta presentata da Banca del Mezzogiorno – Mediocredito centrale, con voti favorevoli pari al 96,8% del capitale complessivo. Si tratta di Luca Aniasi, Raffaele Ferrara e Sofia Paternostro, nel ruolo di sindaci effettivi e di Marcella Galvani e Gandolfo Spagnuolo in quello di supplenti.
La rivoluzione, insomma, appare alle porte e c’è già chi dice – a cinque giorni dall’arrivo dei nuovi vertici – che il piano presentato dai commissari Antonio Blandini ed Enrico Ajello sappia già di vecchio a causa della pandemia del coronavirus che avrebbe sparigliato le carte del sistema bancario italiano. Inoltre, i sindacati, secondo indiscrezioni, sarebbero già sul piede di guerra timorosi che una ulteriore ondata di esuberi si renda necessaria. D’altronde già la situazione attuale non sarebbe rosea. Già oggi quasi un dipendente della banca su tre sarebbe in esubero. I costi dell’attuale piano industriale sono già infatti piuttosto alti.
Il piano presentato dall’azionista di maggioranza al 97% Mediocredito centrale e dal suo ad Bernardo Mattarella prevede «un piano di chiusura di 94 filiali non redditizie (il 28% del totale) dislocate in varie regioni d’Italia, al fine di focalizzare la presenza della banca sui territori storici e maggiormente redditizi; una significativa riduzione della forza lavoro con uscite tra il 25% e il 30% dei dipendenti mediante ricorso a vari strumenti di incentivo e un’importante riduzione di altre spese amministrative (circa il 27% del totale) ascrivibile a rinegoziazioni con fornitori, razionalizzazione dei processi, chiusura filiali e internalizzazione delle attività». Per avere un’idea, dei circa 3.000 dipendenti della banca circa un migliaio dovrà perdere il posto di lavoro. Il timore è dunque che il numero dei dipendenti da tagliare possa aumentare. A fine settembre il sindacato dei bancari della Cisl, First Cisl era già sceso in campo a tutela dei lavoratori della Banca popolare di Bari costituendosi parte civile nel processo contro gli ex vertici della banca e chiedendo l’introduzione del reato di disastro bancario. La famiglia Jacobini ha avuto il controllo della banca sin dalla sua fondazione negli anni 60. Nel 1998 nasce il gruppo creditizio Banca popolare di Bari frutto dell’acquisto di diversi piccoli istituti bancari o di alcuni sportelli.
Purtroppo, nel tempo le operazioni di sviluppo per linee esterne non danno i risultati sperati mettendo la banca sempre più in difficoltà. Nel 2014 l’acquisto di Banca Tercas, la Banca di risparmio di Teramo, sancisce l’inizio della fine della Popolare di Bari. L’operazione viene fatta con il contributo da 330 milioni di euro da parte del Fondo interbancario di tutela dei depositi, che viene poi bollato dalla Commissione europea come un aiuto di Stato. Così viene chiesto agli azionisti di mettere mani al portafoglio per portare avanti un aumento di capitale da 800 milioni e diluendo il valore delle azioni.
A questo punto, a seguito di una segnalazione di un ex dipendente riguardante operazioni poco chiare, tra cui proprio l’acquisto del banco abruzzese, la Procura di Bari avvia tra il 2016 e il 2017 un’indagine a carico dei vertici della Popolare di Bari. Nel luglio 2019, pochi giorni dopo l’approvazione del bilancio 2018 chiuso pesantemente in rosso, finisce l’era di Jacobini alla guida della banca. Il 13 dicembre 2019 la Banca d’Italia commissaria la banca e provvede a nominare Enrico Ajello e Antonio Blandini commissari straordinari e Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso componenti del comitato di sorveglianza. Il governo e il Fitd varano così un piano di ricapitalizzazione. Il Mediocredito centrale diventa azionista di controllo del gruppo e a giugno 2020 l’istituto viene trasformato in società per azioni. Il 15 ottobre si insedia il nuovo cda.
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