- Ministro dal 2014, Dario Franceschini ha collezionato fallimenti passati nel silenzio: ticket dei musei rincarati, assunzioni di amici, persi i fondi per i disabili. E la sua «Netflix»? Un flop clamoroso.
- «Furti aumentati per i tagli al personale». Il coordinatore del settore Beni culturali del sindacato Usb, Domenico Blasi: «Si fanno pochi concorsi, mancano 5.000 vigilanti oltre a bibliotecari, tecnici, archeologi, impiegati. Sette siti museali su 10 rischiano la chiusura, è solo grazie ai dipendenti rimasti se restano aperti».
Lo speciale comprende due articoli.
Ticket per i musei più cari, patrimonio culturale gestito come se fosse nelle mani di un’azienda privata, con tanto di girandola dei suoi uomini di fiducia nei posti chiave e tagli spietati della pianta organica, una scuola per restauratori che nel mercato del lavoro crea figli e figliastri e almeno un paio di grandi flop: un’app succhiasoldi che doveva essere la Netflix della cultura italiana e l’incapacità di gestire i fondi del Pnrr per cancellare le barriere architettoniche dai luoghi della cultura. Mentre il ministro Dario Franceschini passeggia per Napoli, dove è stato paracadutato dal Pd come candidato capolista al Senato, il suo modello di gestione dei beni culturali, lanciato e rilanciato ogni qualvolta è stato chiamato a guidare il ministero (con i governi Renzi, Gentiloni e Conte bis, e ora con il governo Draghi, salvo l’interruzione del governo gialloverde nel 2018-19, quando il ruolo venne affidato ad Alberto Bonisoli), è ormai collassato.
L’estate veneziana si è chiusa con l’aumento del ticket d’ingresso al Palazzo Ducale e ai musei dell’area Marciana, lievitati a partire dal 1° settembre. Il Palazzo Ducale ora è da record: 30 euro (dai 25 precedenti). Nella classifica mondiale si piazza subito sotto alla Casa Batlló di Gaudí a Barcellona (35 euro) e alla Churchill’s war rooms di Westminster (31,24 euro). Si pensi che il British museum di Londra continua a essere gratuito, mentre dal Louvre al Prado, passando per i Musei vaticani, i prezzi dei biglietti si aggirano tutti fra i 15 e i 20 euro. E a Napoli perfino l’ingresso nelle chiese è a pagamento. Un dettaglio che ha portato gli attivisti delle associazioni culturali in piazza «per ribadire che quella di Franceschini non è e non deve essere l’unica narrazione possibile».
Ovviamente, come da tradizione di sinistra, i luoghi che prima erano gratuiti ora sono finiti nelle mani di associazioni e cooperative e sono diventati a pagamento. E, così, Franceschini a Napoli si è ritrovato i gruppi di Mi Riconosci, Gridas, Chi rom e… chi no, Ex opg je so pazz e Sud Europa turistificazione, che lo contestavano: «Ha creato musei autonomi (“fiore all’occhiello” della riforma Franceschini), i quali hanno più che raddoppiato il biglietto d’ingresso (il Museo archeologico è passato dagli 8 euro del 2017 ai 18 del 2022; Capodimonte dagli 8 del 2017 ai 12 del 2022; Palazzo Reale dai 6 del 2021 ai 10 del 2022, ndr)». «L’impressione», sostengono i contestatori, «è quella di trovarsi di fronte non più a un servizio pubblico, con un biglietto accessibile per larga parte della popolazione, ma a un’offerta elitaria per i cittadini più abbienti e soprattutto per stangare i turisti».
L’altra faccia della medaglia sono i salari pompati proposti negli appalti del settore da quando c’è la società partecipata Ales, spesso descritta come un ministero parallelo che evita le assunzioni pubbliche. È la società in house del ministero di Franceschini. Il presidente è Mario De Simoni, fresco di riconferma (rimarrà in carica fino al 2025) nonostante una frustata della Corte dei conti proprio sugli stipendi: il costo medio annuo di un lavoratore fornito da Ales, ricostruiscono i giudici contabili, nel caso dei 16 richiesti per il museo statale autonomo Vittoriano di Roma, è risultato superiore a 66.000 euro, contro i quasi 35.000 della fascia economica più alta dei dipendenti ministeriali con compiti assimilabili, mentre la più bassa supera appena i 23.000 euro.
Nel frattempo, stando all’ultima ripartizione delle dotazioni organiche del personale, inviata durante le ferie ai sindacati, le carenze sono diventate endemiche. Insomma, si taglia nel pubblico e si investe nel privato.
Ma lo strumento che garantirebbe a Franceschini di avere il controllo totale della Cultura sono le nomine per le postazioni nelle stanze dei bottoni. «È passato da nomine interne per concorso a nomine esterne fiduciarie», spiegano dal movimento Mi Riconosci, «che fanno seguito a una selezione per titoli e colloquio, dando un imprinting più politico e meno tecnico al ministero». Dalla selezione viene scelta una terna di candidati ammessi. E ancora una volta Franceschini si è beccato il rimbrotto della Corte dei conti, che ha evidenziato come «non risultasse chiarita la valenza attribuita al colloquio e ai criteri per l’individuazione della terna». Tuttavia, con questo stratagemma il ministro farebbe passare i suoi fedelissimi da una direzione all’altra.
Ma la Corte dei conti ha ancora una cartuccia in canna. E considera un flop l’abbattimento delle barriere architettoniche nei musei. Il progetto finanziato con 300 milioni di euro del Pnrr è stato avviato, ma al momento del deposito dell’analisi (il 3 agosto scorso) non era stata ancora completata l’individuazione dei siti in cui realizzare gli interventi. L’investimento prevede interventi in 617 luoghi della cultura, tra musei, monumenti, parchi archeologici, archivi e biblioteche. Il 37% degli interventi è da realizzarsi al Sud. La questione è tutta legata ai tempi per la realizzazione: deadline giugno 2026. Le prime scadenze hanno già mandato in affanno l’ingolfata macchina di Franceschini. A marzo scorso bisognava approvare il Piano degli interventi ed entro giugno il decreto di ammissione al finanziamento. Termini non rispettati. E a preoccupare c’è il primo obiettivo intermedio: la realizzazione di 150 interventi entro il secondo trimestre 2023. La «diversa tempistica» adottata dal ministero, sottolineano i giudici contabili, rischia di causare ritardi nell’ammissione ai finanziamenti.
Il ministero deve aver deciso di colpire il settore in tutte le sue diramazioni. E con le sale cinematografiche alla canna del gas per le chiusure da Covid, durante la pandemia Franceschini se ne è uscito con una trovata: la «Netflix della cultura». E ha lanciato ItsArt (controllata da Cassa depositi e prestiti e dalla piattaforma Chili), una piattaforma a pagamento che nel 2021 ha perso circa 7,5 milioni di euro, ovvero quasi tutta la somma (9,8 milioni) finanziata con il decreto Rilancio. I numeri del flop sono impressi nella voce ricavi: 245.000 euro, 140.000 dei quali sono abbonamenti. Gli utenti sarebbero stati 146.000, per una spesa pro capite di circa 95 centesimi. Altri 100.000 euro circa riguarderebbero «controparti business in modalità di barter transaction». Ovvero, scambio merce con altre aziende. I vertici sono stati azzerati per tre volte e il buco continua a crescere. Si attende il responso della Corte dei conti. Anche perché la genialata culturale a pagamento duplica in buona parte ciò che è disponibile su Rai Play.
Uno dei più grandi pasticci del ministero, però, rimane quello che ha messo in ginocchio i restauratori. Tutto è cominciato nel 2009, quando viene istituito un titolo accademico equiparato a una laurea quinquennale. Per tutti gli altri, che restauratori lo erano di fatto, si aprì una complicatissima strada burocratica per il riconoscimento del titolo. L’unico che può rilasciarlo è il ministero. Con una clausola capestro: è riservato ai soli diplomati delle sue Scuole di alta formazione, comunemente dette Saf. L’esperienza e la professionalità non contano. E, così, i curriculum si sono trasformati in carta straccia. «Il ministro», spiegano alla Verità i restauratori del comitato Resarte, «ha riconosciuto titolo equipollente a laurea magistrale corsi di valore inferiore a un manipolo di privilegiati».
Il Consiglio di Stato ha riequilibrato la questione, spiegando che «il riconoscimento del valore del titolo può essere determinato esclusivamente dalla legge e pertanto non è consentito alla pubblica amministrazione rilasciare titoli equipollenti attraverso un atto amministrativo». Ma cosa accade? «Che nonostante le sentenze», spiegano dal comitato, «è prassi confezionare bandi di concorso per il restauro di opere d’arte in base all’origine professionale dei candidati». Insomma, chi esce dalla scuola di Franceschini troverebbe una via preferenziale.
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