La strada è obbligata, ma gli Stati devono capire se preparare la «staffetta» con la fissione o se puntare sulla nuova tecnologia.

Siamo in un periodo di discontinuità: la rivoluzione tecnologica offre nuove soluzioni, la realtà nuovi problemi. Pertanto appare necessario inserire più capacità di valutazione diffusa socialmente sia delle nuove tecnologie sia delle loro capacità di risolvere nuovi problemi. In generale. In particolare spicca il tema delle nuove fonti energetiche in relazione al cambiamento climatico.

Devo premettere che il riscaldamento globale in atto è un dato certo mentre la soluzione decarbonizzante come unica strategia (ridurre l’effetto serra) non lo è altrettanto. In attesa di precisazioni dalle scienze dedicate, comunque, è molto probabile sia necessaria più energia a costi sostenibili per alimentare l’ecoadattamento del sistema economico-sociale a nuove condizioni ambientali. Va sottolineato che gli stessi scienziati convinti che la decarbonizzazione sia l’unica soluzione al riscaldamento dubitano che questa riesca a essere attuata in tempi, secondo loro, utili per evitare un aumento della temperatura planetaria media oltre 1,5 gradi e temono incrementi maggiori: tale soglia termica è già in via di superamento. Il motivo è che c’è un conflitto tra economia basata sui combustibili fossili e decarbonizzazione: se si spinge troppo sulla seconda via divieti si mette in crisi la prima perché i tempi di trasformazione sono lunghi. Poi, appunto, non c’è la certezza che decarbonizzare sia l’unica soluzione al problema pur potendo essere parte del problema stesso. In questa incertezza, la soluzione razionale è puntare all’ecoadattamento che prepara i sistemi umani a essere viabili e produttivi in ambienti estremi. Così come è razionale per le nazioni non produttrici di gas e petrolio ridurre la dipendenza da queste fonti energetiche perché la loro distribuzione geografica è concentrata prevalentemente in nazioni che potrebbero alzare troppo i prezzi delle forniture ricattando i non produttori, motivo di rilevante rischio geoeconomico. In sintesi, è razionale, in particolare per l’Europa e per l’Italia, costruire una minore dipendenza dai combustibili fossili, pur graduandola per evitare problemi all’industria. Tale considerazione porta ad avere più attenzione sulle fonti di energia alternativa.

Finora il mio gruppo di ricerca (Stratematica) ha lavorato sulla seguente ipotesi di calibratura delle nuove fonti energetiche. La formula base non esclude alcuna fonte non-fossile, per ecopragmatismo, ma la mette in gerarchia di efficienza/efficacia distinguendo tra fonti continue, semi e intermittenti. Al primo posto tra le continue c’è l’energia nucleare, poi l’idrogeno perché trasformabile in simil combustibile che permetterebbe la continuità dei motori termici (efuel) a minimo impatto ambientale senza usare combustibili fossili. L’idroelettrico ha una posizione intermedia tra fonti permanenti e intermittenti dipendente dalla zonazione in relazione al rischio di siccità. Così l’eolico che richiede una continuità di vento, probabile solo in alcune zone specifiche, per lo più off-shore. L’energia geotermica è continua, ma presente con facilità estrattiva solo in aree specifiche. Tra le fonti intermittenti c’è il solare, quindi da considerare fonte integrativa, ma non primaria. Questa matrice potrà essere arricchita da nuove tecnologie, ma un calcolo preliminare nelle simulazioni mostra con evidenza che all’aumento della domanda di energia elettrica a costi contenuti richiesto dalle soluzioni ecoadattive (microclimi per abitazioni e piantagioni, infrastrutture con regime termico controllato, macchinari per operazioni di terraformazione difensiva contro l’aumento dei livelli del mare e delle acque nei delta fluviali, desalinizzatori contro siccità, ecceerat) sarà necessario il ricorso massivo all’energia nucleare.

Finora, nello scenario in costruzione era ipotizzato un periodo dal 2035 al 2050 in cui sarebbe stata possibile la diffusione del nuovo tipo di centrali a fissione nucleare a sicurezza intrinseca, con piccole dimensioni dei sistemi (2 o 3 ettari) e producibili in serie con costi molto inferiori alla generazione precedente di reattori e qualificata dalla possibilità di usare scorie nucleari come fonte. Poi si è pensato, in base ai dati, che verso il 2050 sarebbe stata perfezionata la tecnologia nucleare a fusione, con impianti tanto potenti quanto un sole e senza scorie radioattive. Quindi lo scenario prevedeva una sorta di staffetta tra mini centrali a fissione e maxi centrali a fusione, da studiare per la loro integrazione entro una matrice energetica.

La recente sorpresa è stata quella di una comunicazione da parte dei finanziatori e costruttori di sistemi nucleari a fusione che la messa a punto della tecnologia potrebbe essere anticipata, con prototipi già poco dopo il 2030. Ma tale comunicazione contrasta con i precedenti dati disponibili. Se fosse realistica, attorno al 2030 stesso i governi avrebbero il problema (o l’opportunità?) di poter scegliere tra fusione e fissione. Per chi fa scenari ci sarebbe il tema di ricerca: «staffetta o concorrenza?». Ma dobbiamo occuparcene già oggi in assenza di dati sperimentali basati sul funzionamento dei sistemi? Certamente, perché si tratta di investimenti lunghi in tecnologie già visitabili da prevedere già nel presente. Inoltre, i tempi di riduzione graduale dalla dipendenza dai combustibili fossili, anche fattore di geopolitica economica, dipendono da stime il più possibile realistiche e solide sui tempi e scelte tecnologiche dei sistemi sostitutivi. Questo articolo non può dare risposte, ma sollecita un’attenzione tecnica stimolata dal pubblico più vasto possibile affinché i governi, le università e le aziende di settore comincino a darle.

www.carlopelanda.com

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