Più passano i giorni, e più la standing ovation della Direzione Pd che, una settimana fa, salutò l’annuncio di Nicola Zingaretti dell’apertura della trattativa con i 5 stelle, si mostra per quello che era: un’esultanza miope e un po’ disperata di aspiranti sottosegretari.
A poco è servito infatti l’ottimismo manifestato ieri dai capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci dopo il nuovo incontro sul programma con Giuseppe Conte e la delegazione grillina. «Abbiamo fatto ulteriori passi avanti e Conte si incaricherà di fare una sintesi quasi definitiva», ha detto Delrio. Quanto a Marcucci, ha ammesso che il Pd attende un chiarimento politico finale («Ci aspettiamo che avvenga da qui a breve, ma non era sul tavolo. Abbiamo lavorato sui punti»). Ma subito dopo ha sparso altro miele su Facebook: «Quando si parla, quando gli ultimatum vengono messi a tacere, è naturale fare tanti passi avanti. Ci sono le condizioni per non provocare l’aumento dell’Iva e per diminuire le tasse. Andiamo avanti con fiducia e coraggio». E per giustificare un inciucio a cui nessuno crede, alla fine ci si aggrappa alle porte aperte: ieri fonti piddine facevano sapere che «sono state accolte gran parte delle nostre proposte», tra cui spicca l’idea di «una nuova legge sull’immigrazione». Entro stasera o eventualmente domani, dovrebbe tenersi – così assicurano fonti del Nazareno – un vertice politico definitivo tra Conte, Di Maio e Zingaretti per un sì o un no conclusivo all’accordo, prodromo rispetto a quella che viene descritta come una possibile «intesa di legislatura».
Ieri Zingaretti, malinconicamente in attesa degli eventi sulla spiaggia di Capalbio, ha cercato di tenere su il morale dei suoi valorizzando il calo dei rendimenti sui Btp, tentando quasi di attribuirsene il merito e favoleggiando curiosamente sul futuro: «L’apertura di una nuova possibile fase politica e di governo già ci ha fatto guadagnare 600 milioni di euro. In prospettiva potrebbero essere fino a 15 miliardi di euro che tornano alle famiglie e alle imprese italiane. Ecco perché continuiamo a chiedere una stagione nuova e un governo di svolta. Per un’Italia che scommette sul lavoro, l’ambiente, la scuola e la ricerca, gli investimenti pubblici e privati».
Ma, veline e training autogeno a parte, è sempre più chiaro che il Pd non abbia molto da festeggiare, e si ritrovi inchiodato alla dimensione che – in questi anni – ne ha decretato il declino: quella di un partito di puro potere, sconnesso non solo dalla maggioranza degli italiani, ma dai suoi stessi elettori.
Adesso, dalle parti del Nazareno, chiunque non sia accecato dalla speranza di una sistemazione personale al governo o nel sottogoverno, vede le cose nella loro brutale durezza: o la trattativa con M5s salta, o il governo parte in qualche modo, ma in condizioni di palese fragilità, senza emozione e senza convinzioni, più per inerzia che per una qualunque ragione politica spiegabile e difendibile. Dunque, faccia persa, comunque vada.
Sta qui lo scacco politico subito da Nicola Zingaretti. La logica gli avrebbe imposto di favorire lo sbocco elettorale: per sbaraccare gruppi parlamentari di stretta obbedienza renziana, per scavalcare alle urne i grillini, per candidarsi a un’opera di dignitosa opposizione a Matteo Salvini. Recuperando, in un tempo politico ragionevole, quella porzione di elettorato che, dal 2013 al 2019, aveva scommesso «da sinistra» sui 5 stelle.
Avendo rinunciato a farlo, Zingaretti è emerso per quello che è: non il leader del Pd, ma un segretario travicello, succube dello spariglio renziano, delle pressioni del Colle, e – molto più in basso – della smania della solita dozzina di dirigenti di estrarre dall’armadio gli abiti scuri odorosi di naftalina per il giuramento ministeriale. E poi – inutile girarci intorno – in agguato c’è Renzi. Prima ha imposto l’operazione; poi ha mostrato la freddezza padronale dell’azionista di maggioranza che mette alla prova l’amministratore delegato, eventualmente preparandosi a licenziarlo («il governo durerà se sarà di qualità»).
Tranne La Verità, quasi nessuno ha notato l’intervista quasi provocatoria che Renzi ha rilasciato alla tv americana Cnbc tre giorni fa, nella quale l’ex premier, interpellato su una possibile scissione, non l’ha affatto esclusa, ma si è limitato a un enigmatico e beffardo «we will see». E intanto, sempre per far capire chi comanda, Renzi ha già convocato la Leopolda per il 18 ottobre, con due possibili schemi di gioco: o la scissione o la riconquista anche formale del partito.
A questo si aggiunge una certa preoccupazione rappresentata dalle mosse di Carlo Calenda. A onor del vero, nessuno al Nazareno si strappa i capelli per un’uscita che difficilmente trascinerà folle.
Senza dire che il protagonismo narcisistico ed egoriferito di Calenda non suscita simpatia. Cionondimeno, è evidente a tutti – anche ai suoi critici nel partito – che stavolta Calenda abbia ragione, esprima una posizione coerente, e si sia messo in condizione di godere di una tribuna mediatica dalla quale potrà a sua volta mostrare la fragilità della linea ufficiale del Pd.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >