La trasgressione non è più una virtù. I giovani riscoprono l’interiorità
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Sempre più under 35 sono insofferenti verso la spinta collettiva all’omologazione e avvertono la necessità di «rientrare in sé stessi». Non sono questioni individuali, ma il segnale di un mutamento politico e culturale.

I mutamenti che stanno cambiando il volto della politica europea, come si è visto nelle ultime elezioni in Italia, Grecia e Spagna, non sono solo questione di partiti. Sono il risultato di un cambiamento profondo, di un’esigenza della personalità umana, oggi gravemente indebolita e confusa dagli orientamenti politici prevalenti da decenni. Il fenomeno appare anche nello studio dello psicoanalista ultraottenne che qui scrive, dove si affacciano sempre più di frequente persone giovani, fra i venti e trentacinque anni, con forti necessità di «idee nuove», che in realtà si rivelano velocemente come antichissime, e però vengono completamente rimosse se non proibite, nella terra bruciata fatta dal potere negli ultimi cinquant’anni. Una distruzione realizzata (tra l’altro) attraverso lo smaltellamento della scuola, l’ipertrofia delle comunicazioni di massa, la rimozione dell’umano e la celebrazione della tecnica.

Ora però la società dell’immagine, del consumo, del politicamente corretto, della trasgressione obbligatoria, dello scenario di cartone sostitutivo delle culture e saperi dei secoli precedenti non tiene più, si sta incenerendo improvvisamente, in una grande fiammata. Come i «cappotti» imposti dai bonus per cancellare le antiche facciate.

Al centro della crisi, prevista già nel Novecento dai grandi interpreti della psicoanalisi, c’è un vissuto di vuoto e desolazione personale: «Hai demolito l’intera scena e dentro di te trovi soltanto cenere, cocci e rottami», scriveva Carl Gustav Jung presentando questa situazione. È allora che si sente la necessità di «rientrare in sé stessi» abbandonando la spinta collettiva a rifiutare ogni valore ai propri contenuti per aderire alle richieste omologanti della società e dei suoi sistemi di potere, influencer compresi. Prende forma così ciò a cui stiamo assistendo in questo nuovo periodo storico: un movimento diffuso di introversione, che va a sostituire un lungo periodo di estroversione coatta, sempre più estesa, con i suoi sinistri aspetti autoritari sempre più diffusi, dall’educazione alla sessualità, dalla prescrizione delle cure del corpo agli ostacoli per quelle per l’anima. Del ritorno a sé stessi che si manifesta oggi e di molte delle sue forme e ragioni si occupa Il bisogno di introversione, dello psicoanalista Paulo Barone (appena uscito presso Cortina editore). In questo movimento si tratta non di continuare a «uscire fuori» di sé per trovare l’approvazione degli altri, ma di «rientrare» in sé stessi per riconoscere le nostre vocazioni e capacità; non per darne spettacolo ma per farne dono a sé e agli altri

Il movimento verso l’introversione non è una finezza culturale, ma un bisogno vitale, divenuto particolarmente urgente dopo che il metodo scientifico ha invaso i campi dell’immaginario e del simbolico svuotando così le relazioni umane del loro aspetto affettivo e riducendole a quelle categorie dell’interesse economico e d’immagine a cui in realtà viene oggi ridotta l’intera esistenza. Il fatto è che i soli interessi pratici, imposti dalle comunicazioni di massa, come tutto il mondo «oggettuale», delle cose, non bastano all’uomo per reggere l’ineliminabile fatica dell’esistenza, che nessun processo di disneyzzazione del mondo, per quanto ben disegnato e recitato sia, può ridurre a un parco giochi. Il fatto è che l’«altro» di cui la persona umana è in cerca nella propria espressione e realizzazione non è un «oggetto» (come invece pensa anche molta psicologia), ma tutto ciò che il soggetto ha dentro di sé come contenuti presenti e passati, personali, famigliari, religiosi, di popolo, etnia, religione, compito, destino. E tutto ciò non si trova nella massa, né nella società e nelle sue organizzazioni e poteri ma per ora dentro di sé, nel conscio e, ancor di più, nell’inconscio della persona.

Ritrovare queste immagini e forze potrebbe anche rendere anche le istituzioni e forme sociali sufficientemente forti ed equilibrate da valorizzarne i contenuti profondi, smettendo di svalutarli o rimuoverli per paura e conformismo. Si potrebbe perfino finire (si fa per dire) con l’accantonare il vecchio e un po’ sgangherato sogno ottocentesco della «morte di Dio».

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