Questa memoria ci immobilizza. Restiamo prigionieri del Novecento
Una manifestazione antifascista (Ansa)
Per non precipitare in un’attualità vacua, la politica si aggrappa al secolo breve.

Ventotene, Fosse Ardeatine, poi ancora Ventotene, e lo sciame abituale di commemorazioni nere di quel tempo. Per non precipitare nella vacuità abissale dell’oggi, la politica si aggrappa al cornicione del Novecento e si dimena con le gambe nel vuoto.

Prigionieri del Novecento o evasi nel nulla: è questa l’alternativa o meglio il pendolo su cui oscilla la politica nostrana. C’è un presidente della memoria che ne officia puntualmente i riti, con relative omelie e lampade votive; poi ci sono i megafoni mediatici che ogni giorno spargono, enfatizzano e amplificano le voci e gli spasmi dei celebranti e infine c’è un ceto politico che per darsi dignità e identità si aggrappa a quel santuario. Persino i suoi più mollicci esponenti, come Romano Prodi, perdono le staffe, persino i più garbati massimalisti, come Fausto Bertinotti, sbroccano davanti a chi tocca l’altarino. È lo sfondo generale della politica italiana ma è soprattutto l’animus tenace della sinistra, il suo tabernacolo inviolabile, che detta ancora l’agenda ideologico-emotiva del nostro presente.

Non sanno parlare di storia se non tornando agli anni quaranta del secolo scorso e sue propaggini. E non sanno dimostrare forza etica, contenuti solidi e identità tenaci se non ricorrendo a quel consueto repertorio di ottant’anni fa. Orrore e Liberazione.

Le loro gambe penzolano nel vuoto e camminano nel nulla, le loro mani sono invece aggrappate disperatamente a quel vecchio scorcio di novecento, che sarebbe il loro blasone, il loro segno araldico di superiorità morale e la certificazione simbolica di essere detentori di una verità assoluta benché venuta dalla storia. Si aggrappano ai morti per mostrarsi ancora vivi, e non sanno invece che in quel modo mostrano di appartenere anch’essi al regno dei morti, fino a considerare la loro identità, altrimenti inavvertita, come una lapide in un cimitero. Per gli etruschi era il peggior supplizio legare un vivo a un morto, per loro è la migliore garanzia di identità, il morto chiamato a deporre nel tribunale della storia sulla loro superiorità morale. Li vedi con le pagelline del passato che sventolano davanti alle telecamere, nei cimiteri, tra corone di fiori e iscrizioni tombali, a testimoniare tramite i morti che loro sono ancora vivi.

Ma tutto questo aggrapparsi a quel frammento luttuoso del passato Novecento poi s’accompagna alla cancellazione di tutto il resto, della memoria storica, della ricerca storica, dei mondi, delle tradizioni, delle radici da cui proveniamo. È solo una ciocca di capelli rubata alle bare del Novecento per compiere ancora i loro riti di malocchio e di maledizione verso i nemici d’oggi.

E intanto sfuggono ai temi veri di oggi, alle questioni decisive del presente; si preferisce sfuggire per non apparire troppo appiattiti sul mainstream e remissivi verso il potere dominante.

Giorni fa, esattamente il 21 marzo scorso, mi è capitato di trovare su una bancarella, un libro intervista di Jean Guitton, scrittore e filosofo cattolico, intitolato Il secolo che verrà. Guitton ha percorso per intero il Novecento essendo nato il primo anno di quel secolo ed essendo morto l’ultimo anno dello stesso secolo. A proposito, in che giorno è morto? mi sono chiesto, e sono andato subito a vedere la sua biografia. È morto proprio il 21 marzo, lo stesso giorno in cui avevo tra le mani quel libro. E siccome io sono primitivo che crede ai piccoli segnali magici che ti manda la vita, ho comprato e letto quel libro. Era una specie di fagotto in cui Guitton raccoglieva le masserizie del secolo in cui ha vissuto per consegnarle al secolo che sarebbe venuto e di cui lui avvertiva che non sarebbe stato presente. Sarebbe poi mancato nel primo giorno dell’ultima primavera del secolo, il 1999. L’uomo per Guitton è un animale storico, che sente e racconta storie. Ma ha necessità di due facoltà, forse di due ali, per innalzarsi sul suo tempo e non precipitare nello spazio: la memoria e l’oblio che sono per lui «le due facce della presenza dell’eternità nel tempo».

E invece cosa è successo in questo quarto di secolo, e in questo primo frammento di nuovo millennio? L’oblio si è fatto amnesia e cancellazione e si è dilatato oltremisura. E la memoria si è sclerotizzata, irrigidendosi su alcuni aspetti e alcune date. È sparita la memoria universale della storia, inghiottita nell’ignoranza vorace del presente; ma anche di quel secolo regresso, il Novecento, abbiamo conservato in forma di feticcio e di fissazione la diade nazifascismo-antifascismo, cancellando regimi totalitari, gulag e bombe atomiche, storie diverse e aspetti salienti. E sul piano morale pratichiamo la memoria quando sarebbe meglio scegliere, ma consapevolmente, la via dell’oblio, per non restare prigionieri di quegli odii e di quelle lacerazioni; e affondiamo invece nell’oblio quando sarebbe fecondo ricordarci delle nostre origini comuni, delle nostre provenienze, dei nostri padri, maestri, antenati.

E non sappiamo più distinguere, dice Guitton, l’essenziale dal passeggero, dall’accessorio, dal marginale. Ovvero quel che resta a dà senso alla vita da quel che passa sfasciando la nostra stessa esistenza o consegnandola all’insofferenza e all’insignificanza.

Il Novecento fu il secolo in cui le antiche fedi diventarono ideologie, e partorirono guerre, rivoluzioni, massacri; sul piano storico fu una catastrofe, almeno nella sua prima metà; sul piano scientifico, tecnologico e sociale, invece, registrò progressi senza precedenti. Ma aggrapparsi solo alla sua rappresentazione manichea non ci dà linfa semmai veleno. Ogni guerra, dice Guitton, è guerra di religione. Vero, a patto di considerare che nel Novecento, Dio è stato sostituito dal mito dell’uomo nuovo, e la nuova religione ha sostituito la fede e il culto celeste col fanatismo e gli assoluti terrestri. La teologia fu sostituita prima dalla storia e dallo stato e poi dalla tecnica e dall’economia; anche il paradiso si calò nel tempo e fu inseguito in terra, qui e ora.

Ma a parte quella fettina superstite del Novecento, quel che resta nell’infinito, innominabile presente globale è il Nulla. Non si va oltre, semmai più a fondo. Figli di NN, cioè di Novecento & Nulla, che un tempo era la sigla impietosa per indicare i trovatelli, detti figli di nessuno. Oltrepassiamo il Novecento, anzi circondiamolo con l’amore per la storia che lo precede e la attesa operosa per l’epoca che verrà.

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