- Quasi nessuna statistica si occupa di loro, eppure i maschi che subiscono aggressioni e persino abusi dal «gentil sesso» in Italia sono quasi 4 milioni. L’ultimo caso ieri a Milano: un ragazzo sfregiato con l’acido dalla sua ex fidanzata. E dopo i divorzi, in tanti perdono casa e agevolazioni fiscali.
- «Papà, lottate per i vostri diritti». La testimonianza di un maestro bolognese: «Avevo una famiglia da Mulino bianco, poi di colpo ho vissuto dieci anni d’inferno: mi salvarono tre giudici donne. Chi patisce angherie non si vergogni di denunciare».
- Le ex mogli straniere si portano via i figli. Delle 90 fuggite all’estero, sono ritornate in 3. E i centri antiviolenza accolgono solamente ospiti femminili.
- «Mariti calunniati con false accuse. E le madri manipolano i bambini». Il celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, in passato, considerava compagne e mamme la parte più debole delle coppie: «Oggi hanno meno bisogno di tutele, sono diventate scaltre e smaliziate».
Lo speciale comprende quattro articoli.
In epoca di gender, affermare che la violenza non ha genere è forse la provocazione più corrispondente alla realtà. Eppure l’uomo che viene schiaffeggiato non suscita commozione. Raramente lo vediamo piangere davanti a una telecamera con un occhio tumefatto, quasi mai denuncia maltrattamenti. Ci vuole il brutto fatto di cronaca, come il ventottenne aggredito ieri a Milano con spray al peperoncino e acido dalla sua ex, o il cinese accoltellato dalla moglie nel Veronese, sempre nell’ultimo fine settimana, per ricordarci che la violenza può esplodere anche da parte di una donna. Per contesto sociale e assenza di educazione, l’uomo sembra più portato a non rispettare la compagna, a considerare normalità alzare le mani, brutalizzandola, addirittura uccidendola. I femminicidi li conosciamo, le cronache non ci risparmiano particolari, l’efferatezza di certi gesti compiuti magari davanti ai figli alimentano l’orrore che proviamo.
C’è però una fetta del gentil sesso che tanto gentile non è, che tratta compagno o marito con violenza verbale, psicologica e anche fisica, per quanto possa risultare sorprendente. L’uomo grande e grosso vittima della partner? Qualcuno potrà sorridere. Ma accade. Non sono episodi sporadici, però inchieste e studi evitano di trattare l’argomento per l’ansia del politicamente corretto. La donna è la vittima, punto.
Una ricerca dell’Università di Siena del 2012 ebbe il coraggio di compiere un’indagine per capire come mai «viene trasmesso il messaggio che la violenza femminile non esiste, e se esiste è “lieve”, non suscita allarme». A dimostrare che una violenza non può mai essere politicamente corretta ci pensarono i risultati, con le risposte al questionario fornite da 1.058 uomini tra i 18 e i 70 anni. Il 60,5% degli intervistati ammise di aver subito spinte, graffi, morsi, che erano stati loro strappati capelli. Il 51% parlò di essere stato colpito da lancio di oggetti. Il 58% parlò di percosse, di calci e pugni, il 15,7% raccontò di violenze messe in atto attraverso «tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte (in un caso nel cassetto), spinte dalle scale». L’8,4% rispose che la propria compagna aveva tentato di ustionarli, soffocarli o avvelenarli. Tutti i compilatori del questionario avevano testimoniato almeno una violenza subìta. Nessuno risultò estraneo. Lo studio metteva anche in luce la sessualità mal vissuta da diversi uomini per colpa delle donne. Il 48,7% del campione dichiarava di essere stato vittima di almeno un episodio di violenza sessuale ad opera di una donna. Proiettando il dato su una popolazione maschile dai 18 ai 70 anni, lo studio ipotizzava che oltre 3,8 milioni di uomini fossero stati «violentati». E che almeno 6 milioni (il 77,2% del campione) fossero stati vittime di persecuzioni psicologiche.
Moltissime risposte riguardavano la minaccia subìta di essere sbattuti fuori casa, ridotti in rovina e di non poter più vedere i figli. «Siamo ancora in pochi in Italia a occuparci di uomini maltrattati dalle donne», osserva Alessandro Granieri Galilei, avvocato e presidente di Avu, associazione violenza sugli uomini, nata a Catania tre anni fa, diffusa su tutto il territorio nazionale. «Non solo nostri clienti, anche conoscenti ci raccontano di violenze all’ordine del giorno. Taciute, per vergogna. Li assistiamo, quando decidono di chiedere aiuto». La fragilità dell’uomo si manifesta soprattutto durante una separazione, che si sente impreparato ad accettare o che lo penalizza sul piano economico e della continuità affettiva con i figli. «I problemi sono aumentati perché non ci sono più i risparmi dei genitori, che fino a 10 anni fa provvedevano al figlio separato. Mamma e papà pensionati fanno fatica ad accoglierlo in casa, perché una persona che lavora modifica il loro Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente. Perdono agevolazioni cui avrebbero diritto. Di conseguenza abbiamo uomini separati che non sanno dove andare a dormire e che non possono tenere con sé, ogni tanto, i figli in quanto privi di un’abitazione idonea», commenta Tiziana Franchi, presidente dell’Associazione padri separati, (Aps), fondata 29 anni fa a Bologna e che risponde alle richieste da ogni parte d’Italia con la linea diretta «Pronto papà». «Se poi avevano investito tutto nell’acquisto di una casa o hanno un mutuo pesante, sono finiti. Anche uomini con stipendi dignitosi non ce la fanno ad arrivare a fine mese, vengono scaraventati sotto la soglia di povertà».
Il problema alloggio diventa drammatico se non hai parenti o amici. Lo sa bene Domenico Fumagalli, presidente dell’Associazione papà separati Lombardia, attiva dal 2006. «Offriamo 15 unità abitative tra Milano, Monza e Bergamo. Si tratta di mono o bilocali, i papà possono accogliere anche i figli durante il fine settimana», spiega Fumagalli, dirigente in un’azienda privata che si occupa di tecnologie. La permanenza è consentita fino al un massimo di tre anni, non si paga affitto se le difficoltà economiche sono gravi, «c’è solo l’impegno a provvedere alle spese di utenza. Per chi può permetterselo, nelle case popolari sequestrate alla mafia l’affitto mensile si aggira sui 200 euro. Abbiamo collaborazioni con istituti religiosi, che ospitano papà separati in difficoltà, come il convento dei frati minori di Baccanello a Calusco d’Adda. In tutto, quelli ospitati sono una ventina. Fuori, la lista d’attesa è ovviamente lunghissima», sospira il presidente. «Tantissimi vivono in condizioni indescrivibili, in camper o case non agibili. Non c’è un’età media». Fumagalli si è impegnato in questa azione di volontariato dopo aver vissuto sulla pelle il trauma di una separazione. «Fui cacciato da casa dopo due anni di matrimonio, a mia moglie interessava solo andare in discoteca eppure non mi fu concesso l’affidamento della nostra bimba. Pensai che non era giusto, che dovevo darmi da fare per aiutare altri padri come me». L’associazione, assieme al Banco alimentare, distribuisce anche tre volte alla settimana generi alimentari a circa 200 genitori separati in difficoltà economica.
In un rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale del 2014, si leggeva che rispetto alla situazione precedente alla separazione, quando il 43,7% degli intervistati viveva in abitazioni di proprietà e il 42,0% in affitto, aveva dovuto cambiare abitazione l’87,7% degli uomini contro il 53,1% delle donne. Dopo la separazione aumentavano vistosamente le situazioni di precarietà abitativa, cresceva il numero di persone in coabitazione con familiari ed amici (dal 4,8% al 19,0%). Il 66,1% dei padri aveva problemi nell’acquisto di cibo, il 58% denunciava un peggioramento del rapporto con i figli, per scarsa frequenza degli incontri, non idoneità dei luoghi dove questi avvenivano, poco tempo concesso per la relazione affettiva. Al contrario, il 44,2% delle madri sosteneva che i rapporti fosse migliorati dopo la separazione. Ci chiediamo, perché non vengono fatte altre indagini di questo tipo?
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