Addio a MacIntyre, filosofo cattolico che auspicava un’università libera
Alasdair MacIntyre
Teorizzò il ritorno allo spirito comunitario e si vantava di aver fatto sciogliere i Beatles.

«Sono Alasdair MacIntyre, ma se non lo sapete già, probabilmente non dovreste essere in questa classe». È così che questo protagonista indiscusso della filosofia morale moderna, morto due giorni fa all’età di 96 anni, amava presentarsi ai suoi studenti. Le ragioni di una così sfrontata autoconsapevolezza erano ben fondate: nel mondo anglosassone, ma non solo, poche opere sono state così influenti come il suo After virtue, del 1981. In Europa, addetti ai lavori a parte, l’interesse per la sua opera arrivò con qualche anno di ritardo, sulla scia del dibattito acceso dai communitarians, i filosofi che rivalutavano il legame sociale e l’identità culturale contro le astrazioni del liberalismo trionfante, e che non a caso erano tutti eccentrici rispetto alla radice Wasp, ovvero «americani col trattino»: Michael J. Sandel e Michael Walzer sono ebreo-americani, Charles Taylor è canadese del Québec, MacIntyre era di origine scozzese.

Nato a Glasgow nel 1929, il filosofo è stato molto segnato da un contesto in cui le tradizioni locali sopravvivevano ancora negli anziani del luogo, a partire dai suoi nonni che ancora parlavano in celtico. «I fatti importanti di questa cultura erano alcune forme di lealtà ed il legame con i parenti e con la terra. Essere giusti significava giocare il ruolo a cui ciascuno era stato assegnato dalla comunità locale. L’identità di ciascuno derivava dal posto che l’individuo occupava nella comunità». Questo retaggio biografico – mantenuto vivo anche dopo il trasferimento negli Usa, avvenuto negli anni ’70 – entrerà prepotentemente nella sua visione teorica. In Dopo la virtù, infatti, scriverà: «Io sono il figlio o la figlia di qualcuno, il cugino o lo zio di qualcun altro; sono un cittadino di questa o quella città, un membro di questa o quella gilda o professione; appartengo a questo clan, a quella tribù, a questa nazione. Perciò quello che è bene per me deve essere il bene per chi ricopra questi ruoli».

Il percorso per arrivare a questa visione comunitarista non era comunque stato lineare. Il suo punto di partenza era stato il comunismo cristianeggiante espresso in Marxism: an interpretation, uscito negli anni Cinquanta e poi più volte rivisto. A proposito del marxismo, nel necrologio che gli ha dedicato il think tank cattolico Word on fire, viene ricordata la risposta che diede a chi, nel 1996, gli chiese quali valori avesse conservato dei suoi anni vissuti a sinistra: «Vorrei ancora vedere ogni persona ricca impiccata al lampione più vicino», fu la risposta provocatoria. Anche il suo rapporto con la fede fu complesso. Negli anni ’40 voleva diventare pastore presbiteriano, negli anni ’50 divenne anglicano, negli anni ’60 «ateo cattolico», negli anni ’80 pienamente cattolico e filosoficamente tomista.

L’opera del 1981, come detto, diede a MacIntyre una notorietà globale. In anni in cui spopolava il liberalismo socialdemocratico di John Rawls, che rimetteva i panni della festa al contrattualismo e teorizzava che la giustizia politica passasse per il «velo d’ignoranza» gettato su interessi e appartenenze particolari, MacIntyre, al contrario, elogiava i legami, le identità, le storie. L’orizzonte antropologico tratteggiato dallo scozzese passava per le pratiche, che danno senso alle azioni degli uomini, per l’«unità narrativa della vita», che dà senso alle pratiche, e per le tradizioni, che danno senso alle singole narrazioni. Lasciava tuttavia interdetti la chiusa dell’opera, in cui MacIntyre invocava, in modo un po’ apocalittico, la costruzione di forme locali di comunità di tipo neo-benedettino che preservino la vita morale attraverso i «secoli oscuri che già incombono su di noi».

Nel 1990, con Three Rival Version of Moral Enquiry, il filosofo offriva, tra le altre cose, una sua visione dell’insegnamento accademico che andrebbe riscoperta oggi come antidoto alle recenti derive della campus left. MacIntyre proponeva di ripensare l’università «come luogo di dissenso forzato, di obbligata partecipazione al conflitto, dove una responsabilità fondamentale dell’educazione universitaria sarebbe quella di avviare gli studenti al conflitto». In questo modo, si poteva garantire «che le espressioni della parte rivale non vengano soffocate in modo illegittimo», pensando l’università «non come il teatro di un’oggettività neutrale, come nel caso dell’università liberale […], ma piuttosto come teatro di conflitti in cui venga riconosciuto anche il genere di dissenso morale e teologico più radicato».

Importante, inoltre, in Dependent Rational Animals (1999) la sua visione della «virtù della dipendenza», che portava il filosofo a un’originale riflessione sulla disabilità: «Allorché il malato, il sofferente o il disabile trovano posto nelle pagine di un libro di filosofia morale», spiegava l’autore, «è in pratica sempre nella veste di un possibile oggetto di benevolenza da parte dei veri agenti morali, i quali, invece, per tutto il corso della loro vita, sono esseri perfettamente razionali, che godono di piena salute e non sono toccati da alcun problema».

Per tutti questi motivi, MacIntyre è stato apprezzato sia a destra che a sinistra. Robert Bork, il giurista che Ronald Reagan voleva nominare alla Corte Suprema, era un suo cultore. Ma recentemente anche la sinistra radicale di Jacobin ha scritto che la sua opera «merita la seria attenzione dei socialisti».

Quanto a lui, si vantava soprattutto di qualcosa che non aveva a che fare con i libri. Nel 1966, pare che MacIntyre fosse vicino di Yoko Ono. Un giorno, la donna chiese in prestito al filosofo una scala che le serviva per una sua mostra in cui poi avrebbe incontrato John Lennon. La scala serviva per un’installazione che colpì particolarmente il musicista, che da lì iniziò a frequentare Yoko e in seguito a lasciare McCartney e gli altri. Da lì la battuta del filosofo: «Il mio successo più significativo è stato lo scioglimento dei Beatles».

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