Onu, non passano le multinazionali. È la vittoria del cibo made in Italy
Respinta la risoluzione, sostenuta dalla Francia, contro i prodotti della dieta mediterranea. Il braccio di ferro mondiale nascondeva un inganno: usare la (presunta) tutela della salute per propinarci la chimica.

Stavolta il mondiale lo abbiamo vinto noi battendo pure la Francia che, non si sa perché, si era schierata dall’altra parte. Hanno ragione i gilet gialli: Emmanuel Macron fa gli interessi delle multinazionali e non dei cittadini. Il ministro dell’agricoltura e del turismo Gian Marco Centinaio si è trasformato in ct e ha schierato la squadra migliore: la diplomazia italiana e la Farnesina, il ministero della Salute, il Parlamento e tutte le categorie dell’agroalimentare per difendere uno dei pilastri della nostra economia. Così ieri all’assemblea plenaria dell’Onu è stata definitivamente accettata la posizione italiana contro le cosiddette etichettature a semaforo per i cibi e la tassa sugli alimenti con grasso, sale e zucchero.

È stata una battaglia durissima e la posta in gioco era molto alta. In questo braccio di ferro mondiale c’era un inganno: usare la (presunta) tutela della salute per favorire le multinazionali che vogliono farci mangiare la chimica e non i prodotti della terra, per imporre stili alimentari compatibili con gli interessi del cartello delle dieci big-food (fatturano da sole quanto il Pil dell’Italia). Il ministro ha incassato con soddisfazione questa vittoria, che significa salvaguardare 140 miliardi di fatturato (a cui si assommano i 65 miliardi dell’agricoltura), 2 milioni e mezzo di posti di lavoro e oltre 40 miliardi di export. «Finalmente», ha dichiarato Gian Marco Centinaio, «l’Onu è tornata sui suoi passi e ha dovuto ammettere che i nostri prodotti, le eccellenze del made in Italy, non sono dannosi per la salute. Che l’enogastronomia italiana è sana e di qualità. Sui nostri alimenti non ci sarà nessun bollino nero. Abbiamo chiesto a tanti Stati di appoggiare la nostra posizione, perché riteniamo che l’etichetta a semaforo sia potenzialmente pericolosa e fuorviante. La posizione italiana in materia è e rimane quella di un’icona a batteria che indichi la percentuale di nutrienti e che consenta di visualizzare le componenti nutrizionali quali calorie, grassi, zuccheri e sale. Abbiamo sventato quello che sembrava un vero e proprio attacco per mettere in difficoltà i prodotti tipici del nostro Paese. Continueremo a vigilare affinché i nostri prodotti vengano tutelati in ogni parte del mondo».

Dello stesso tono è la valutazione di Luigi Scordamaglia, presidente di Filiera Italia, che sottolinea «un successo globale dell’Italia, del suo modello alimentare e delle sue eccellenze: hanno vinto le filiere agroalimentari fatte da milioni di agricoltori e piccole e medie imprese, su poche multinazionali che vorrebbero gestire in laboratorio l’alimentazione del futuro».

Più di una volta si è cercato – a cominciare da Gran Bretagna e la Francia – di mettere al bando i prodotti della dieta mediterranea – dal Parmigiano al Prosciutto, passando per l’extravergine d’oliva fino al panettone – con le etichette a semaforo e tasse punitive. Con questi simboli uno yogurt zeppo di edulcoranti di sintesi ottiene il semaforo verde e l’extravergine di oliva – gli Usa lo etichettano come medicinale, consigliando l’assunzione di almeno mezzo cucchiaio al giorno per difendere il cuore – avrebbe il semaforo rosso scuro. In Europa l’Italia si è battuta per evitare queste distorsioni, ma già una prima volta l’Onu è stato chiamato a pronunciarsi. Il 27 settembre scorso i capi di Stato tolsero ogni riferimento a queste etichettature dissuasive e alle tasse contro i cibi del made in Italy in una risoluzione dell’Oms. Ma nella commissione ristretta Oms, che si occupa dei protocolli alimentari per combattere le malattie non trasmissibili (i tumori e quelle cardiovascolari), una pattuglia di sette nazioni capeggiata dalla Francia (ne fanno parte anche Brasile, Norvegia, Indonesia, Sudafrica, Thailandia e Senegal) ha proposto una nuova risoluzione di condanna dei cibi tradizionali all’assemblea plenaria. Ognuno di quei Paesi ha un suo interesse: chi deve vendere olio di palma, chi salmone, chi soia. La Francia, pur di contrastare il made in Italy, accettava di mettere sotto processo i suoi formaggi e anche i suoi vini.

Il Parlamento italiano – come ricorda l’onorevole Guglielmo Golinelli, Lega Nord – ha votato all’unanimità una risoluzione che impegnava il Governo in sede Onu a respingere la risoluzione della commissione ristretta Oms. È cominciata così l’abile tessitura diplomatica che ha portato al successo di ieri. La ragione del continuo attacco alla dieta mediterranea (l’Onu con l’Unesco l’ha riconosciuta patrimonio mondiale dell’umanità) si spiega con il crescente successo del made in Italy agroalimentare e con le fonti di finanziamento dell’Oms. Proprio ieri Ismea e Qualivita hanno ribadito che i prodotti Dop – di cui l’Italia ha il record mondiale – sono un motore economico. Hanno superato i 15,2 miliardi di valore alla produzione, hanno oltre 68 milioni di follower nel mondo, e il valore all’export di è di 3,5 miliardi con un incremento del 3,5% sul 2016, mentre quello dei vini Dop e Igp è di 5,26 miliardi, con un balzo del 5,8%.

Per contro è sempre più evidente che l’Oms è sostenuta dalle multinazionali del farmaco (si prenda il caso della Bayer tedesca, che si è comprata la Monsanto ) che sempre più si integrano con l’alimentare. Ma ora occorre passare alla fase due, come dice Gian Marco Centinaio. L’Italia s’ impegnerà in Europa per far passare la sua etichettatura (con i valori nutrizionali e l’origine) e per rilanciare la tutela delle produzioni attraverso una più forte integrazione delle filiere (agricole e di trasformazione). Perché, una volta vinto, il mondiale va difeso.

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