«Dietro questi figlioli, c’è spesso un reato: il ricorso o all’utero in affitto o alla fecondazione eterologa, entrambe pratiche vietate dalla legge nel nostro Paese. Crimini penali, davanti ai quali non si può fingere che il figlio l’abbia portato la cicogna. È poi sia una questione di verità – genitore è colui o colei che genera e in una coppia omosessuale natura vuole che generi uno solo – sia di superiore interesse del minore: un principio fondamentale tutelato dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, che prevede di dare a un bambino un babbo e una mamma. Fare di tutto questo una battaglia politica significa ignorare aspetti che non possono essere trascurati». È con argomenti di ragione, volti in primis a rispettare la dignità della persona, che il vescovo di Lucca, monsignor Paolo Giulietti, smonta l’ultima battaglia ideologica scoppiata attorno al riconoscimento alla nascita dei figli delle coppie omosessuali, dopo che il prefetto di Milano ha imposto al Comune di interrompere la procedura e la commissione Politiche europee del Senato ha bocciato la proposta di un regolamento europeo per l’adozione di un certificato europeo di filiazione.
Da questo episodio, che appare l’ennesimo ricatto sentimentalistico ben poco interessato al vero bene dei più piccoli, ma molto attento ai desideri dei più grandi, prende il via una chiacchierata a tutto tondo su famiglia, giovani e vita, tre capisaldi di cui si occupa la commissione episcopale della Cei presieduta dallo stesso Giulietti.
La famiglia, i giovani e la vita sono oggi sistematicamente sotto pesante attacco. È «solo» l’esito di una secolarizzazione diffusa o c’è altro?
«Come dice il Papa, siamo in un “cambiamento d’epoca” che comporta modifiche culturali e sociali anche in relazione a questi temi. L’indirizzo che, in Occidente, accomuna tanti fenomeni è una mentalità sempre più centrata sul singolo individuo e sempre meno attenta ai collegamenti fra costui e gli altri, la comunità, la realtà. Ma un individuo “atomizzato”, sganciato dalle sue relazioni e responsabilità, è privato di una dimensione fondamentale, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi».
Si parla di introdurre l’educazione sessuale obbligatoria a scuola, includendo anche il tema del «genere», mentre sui social girano spesso video di attivisti trans che fanno lezione negli asili e nelle scuole americane. Che ne pensa?
«Non è la scuola il luogo ideale per educare la persona all’affettività, cioè a quel complesso di dimensioni che riguardano la sfera sessuale e relazionale, semplicemente perché la scuola non può offrire quelle esperienze e testimonianze che, invece, appartengono a questa sfera e sono tipiche dei contesti familiari. Le conoscenze che la scuola è chiamata a fornire non devono essere nell’ordine dei valori e degli orizzonti ma delle competenze: la biologia dell’uomo, il funzionamento del nostro corpo. Detto ciò, bisogna anche chiedersi a quale antropologia si faccia riferimento: nel momento in cui c’è un conflitto attorno a visioni diverse della persona, la scuola rischia di prendere posizione finendo per fare una operazione ideologica. Quindi: grande cautela nello spostare a scuola argomenti che competono ad altri ambiti educativi e attenzione che essi siano trattati fuor di ideologia e sempre sotto il controllo della famiglia, che di queste cose è la prima titolare. Le famiglie non possono essere lasciate fuori perché in questo settore, più che in altri, l’educazione spetta a loro».
Lei gira molto nelle scuole della Toscana e sostiene che ci sono in giro ragazzi sempre più confusi, soli e disorientati sessualmente da tutta questa fluidità che gli viene mostrata continuamente.
«C’è una serie tv (prodotta da RaiPlay, ndr) che si intitola Confusi e descrive perfettamente quello che oggi sta accadendo: i protagonisti sono quattro studenti universitari che vivono insieme, il tema delle relazioni è centrale. Ebbene, emergono chiaramente due cose: innanzitutto, la mancanza assoluta di riferimenti valoriali, per cui i ragazzi sono confusi proprio perché privi di criteri che non sia l’individuo stesso con le sue sensazioni; e poi l’assenza degli adulti, completamente incapaci di aiutarli a riflettere su quello che vivono e che anzi, quando intervengono, peggiorano la situazione aggiungendo elementi di ulteriore confusione. È la realtà che ci circonda: un mondo di adulti confusi, che non hanno la consapevolezza di dover produrre una proposta sostenendola in maniera critica nei confronti dei propri figli e, di conseguenza, un mondo di ragazzi e adolescenti privi di modelli che consentano loro di vivere la sfera emotiva ed emozionale con dei criteri di valutazione. È l’orfanità di cui parla papa Francesco in Christus vivit, che non lascia più liberi ma più confusi e sofferenti. Se poi pensiamo che i riferimenti educativi adulti vengono meno proprio in una fase dell’esistenza e dello sviluppo psico-sessuale che è già confuso di per sé, ecco che la fisiologica indeterminatezza dell’adolescenza sfocia in una fluidità diffusa che impedisce di decidere rispetto alla propria vita e quindi, in ultima analisi di diventare se stessi. Questa confusione pericolosa è la vera emergenza in atto, che trovo andando nelle scuole».
Ma lei lo vede il boom della disforia di genere che ci viene raccontata? O questa narrazione è funzionale alla creazione di una urgenza/emergenza per poi giustificare interventi al limite del transumano?
«La miglior letteratura dice che la disforia di genere è un fenomeno legato alla crescita, che nel 95% si risolve naturalmente. Se, per motivi ideologici, questa quota diventa oggetto di un’attenzione che pretende di bloccarne la risoluzione, è chiaro che il numero aumenta. Questa interferenza ideologica dannosa, oggi comincia a essere rinnegata da chi ne è rimasto vittima: pensiamo ai tanti casi di adulti pentiti che adesso fanno causa per i trattamenti cui sono stati sottoposti da ragazzi. Le carriere “alias” proposte da scuole che si spacciano per “progressiste” e vengono presentate come forme di rispetto, in realtà pongono l’accento su un problema che lasciato a se stesso o accompagnato opportunamente, può evolvere in maniera naturale verso una sana acquisizione della propria identità. Come mostra l’ultimo rapporto della commissione Etica della Cei, questo tipo di interventi non contribuisce né a diminuire il disagio, né a risolvere la disforia».
A chi giova l’individuo fluido che si sta decostruendo?
«L’assenza di legami e appartenenze rende la persona più disponibile alla manipolazione, ideologica o anche commerciale: se pensiamo ad esempio che due single possiedono due lavatrici mentre una famiglia ne ha una sola, diventa chiaro l’interesse economico a polverizzare i legami. I corpi intermedi (famiglia, associazioni, comunità, Paesi) che tengono insieme le persone in maniera stabile e continuativa sono un antidoto al totalitarismo e al pensiero unico che il potere è sempre tentato di imporre alle persone. Una società di individui è debole e massimamente controllabile; una società con legami famigliari e associativi – quella promossa dalla Dottrina sociale della Chiesa – è forte e può sostenere l’assalto dello Stato e dei poteri dominanti. La libertà che sventola oggi la cultura dell’individuo è solo una patina di apparenza, controbilanciata da numerose schiavitù, dal punto di vista lavorativo, sociale, consumistico».
La denatalità in questo Paese è un problema drammatico. La media dei figli delle donne italiane è scesa a 1,24 nel 2020: perché siamo arrivati a questo punto e come accompagnare le famiglie in questo difficile momento?
«La nostra denatalità è anche un problema di servizi, di retribuzioni e di strumenti, ma è soprattutto frutto di un atteggiamento culturale dominante che inibisce: è l’idea che un figlio sia un problema. Non è necessariamente una scelta legata ai mezzi: ci sono coppie che scelgono di non averne perché vedono i figli come una “diminuzione” di vita per sé. A forza di parlare di come evitare di avere figli – la contraccezione è ormai il leitmotiv dell’educazione sessuale – l’idea che rimane è che avere un figlio sia un problema anziché un valore per la società e per il suo futuro. Oggi una coppia con cinque bambini viene guardata come marziana e considerata irresponsabile… Il primo problema, oggi, è l’atteggiamento culturale verso la natalità cui si aggiunge una irragionevole paura del domani, tale che mettere al mondo delle creature sembra un atto di incoscienza. Torna in gioco l’esempio educativo: gli adulti devono mostrare ai giovani il valore e la bellezza di avere figli. Se ritorna di moda avere figli, pur nelle difficoltà, avremo una scossa di natalità. Viceversa, non ne usciremo neanche cambiando condizioni economiche e servizi».
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