Il Brasile si avvicina alle elezioni presidenziali di ottobre con una situazione economica e finanziaria sempre più grave. Dietro la forza apparente della maggiore economia dell’America Latina si stanno accumulando squilibri che coinvolgono contemporaneamente conti pubblici, imprese, famiglie e sistema del credito. Il rischio è che questi problemi finiscano per alimentarsi a vicenda, trasformando una fase di deterioramento in una crisi molto più difficile da controllare.
Debito pubblico e tassi alle stelle
Il principale segnale d’allarme arriva dal debito pubblico. Secondo le proiezioni del Fondo monetario internazionale riportate da Forbes Brasil, il debito lordo dovrebbe passare dal 93,3% del Pil del 2025 al 96,5% nel 2026, per raggiungere il 100% del Pil già nel 2027. Nel 2028 dovrebbe salire al 102,3%, mentre nel 2031 potrebbe toccare il 106,5%. Numeri estremamente pesanti per un’economia emergente e soprattutto per un Paese costretto a finanziarsi pagando interessi molto elevati. Le percentuali cambiano a seconda della metodologia utilizzata. La Banca centrale brasiliana indica infatti un debito pubblico lordo pari all’81,9% del Pil, ma la differenza deriva dai diversi criteri di contabilizzazione e non modifica il problema fondamentale: la traiettoria è crescente e il costo necessario per sostenerla rimane altissimo. Reuters segnala inoltre che il debito pubblico federale ha raggiunto a luglio 9.289 miliardi di reais, pari a circa 1.800 miliardi di dollari.
Politica restrittiva
Il Brasile deve convivere con una politica monetaria tra le più restrittive delle principali economie mondiali. La Selic, il tasso di riferimento della Banca centrale, è al 14%. Una scelta utilizzata per contenere l’inflazione e preservare la credibilità monetaria, ma che produce conseguenze pesanti sull’intero sistema. Quando il denaro costa così tanto, lo Stato deve destinare risorse enormi agli interessi, le aziende incontrano maggiori difficoltà nel finanziarsi e le famiglie pagano molto di più prestiti, carte di credito e mutui. A rendere ancora più delicata la situazione è la composizione stessa del debito. Il Tesoro prevede che nel 2026 fino al 53% del debito federale possa essere indicizzato alla Selic, una quota record. Significa che il mantenimento di tassi elevati si trasmette rapidamente al costo sostenuto dallo Stato. Si crea così un meccanismo perverso: la Banca centrale mantiene una politica restrittiva per combattere l’inflazione, ma contemporaneamente aumenta la spesa necessaria per finanziare il debito pubblico. Il risultato emerge dal deficit nominale, che comprende anche gli interessi e che nei dodici mesi terminati a giugno ha raggiunto il 9,99% del Pil, pari a circa 257 miliardi di dollari. La sola spesa per interessi ha assorbito l’8,8% del Pil. È un livello che mostra quanto sia diventato difficile stabilizzare i conti. A complicare ulteriormente il quadro c’è la rigidità del bilancio federale: la gran parte della spesa è obbligatoria e lascia margini limitati per un aggiustamento rapido.
Secondo una stima di Barclays citata da Reuters, per stabilizzare il debito entro il 2031 sarebbe necessario uno sforzo fiscale equivalente ad almeno 2,5 punti percentuali di Pil, circa 68 miliardi di dollari. Una correzione enorme e politicamente complicata, soprattutto in un Paese nel quale una parte consistente della popolazione dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica. Qualsiasi governo sarà quindi costretto a scegliere tra alternative difficili: aumentare le entrate, ridurre le spese, modificare alcuni programmi oppure continuare ad accumulare debito. Quest’ultima soluzione può apparire nel breve periodo la meno dolorosa, ma rischia soltanto di rinviare il problema, aumentandone progressivamente le dimensioni.
L’economia reale
La situazione diventa ancora più preoccupante osservando ciò che sta accadendo all’economia reale. Migliaia di aziende stanno entrando nelle procedure di recupero giudiziario, lo strumento attraverso il quale le imprese incapaci di rispettare regolarmente i propri impegni finanziari cercano di ristrutturare il debito ed evitare il fallimento.
Secondo i dati di Rgf Associados riportati dalla Gazeta do Povo, il numero delle aziende sottoposte a recupero giudiziario è aumentato del 20,5% in appena dodici mesi, passando da 6.409 a 7.726 imprese tra giugno 2025 e giugno 2026. Non si tratta dunque della difficoltà di pochi gruppi industriali, ma di un fenomeno che attraversa alcuni dei settori fondamentali dell’economia nazionale. Il dato più impressionante arriva dall’agricoltura, tradizionalmente uno dei grandi motori della crescita brasiliana e soprattutto delle esportazioni.
Nel giro di dodici mesi le procedure di recupero giudiziario nel comparto sono aumentate del 66%. Alla fine del primo semestre risultavano coinvolte 1.263 imprese e produttori agricoli. È un segnale serio perché l’agrobusiness è uno dei principali punti di forza del Brasile sui mercati internazionali. Soia, mais, carne, zucchero, caffè e altri prodotti garantiscono enormi flussi commerciali e contribuiscono in maniera decisiva alla bilancia estera. Ma proprio questo settore sta subendo una combinazione pericolosa di prezzi meno favorevoli per alcune materie prime, eventi climatici, costi produttivi elevati e soprattutto credito sempre più caro.
Reuters ha inoltre documentato il forte aumento delle aste di aziende agricole sequestrate dai creditori a causa dell’espansione dell’indebitamento. L’agricoltura necessita per sua natura di grandi quantità di capitale anticipato. Bisogna finanziare sementi, fertilizzanti, carburante, macchinari, personale e trasporti molto prima che il raccolto venga venduto.
Quando gli interessi aumentano, il modello finanziario delle aziende più indebitate può rapidamente diventare insostenibile. Una stagione negativa può essere sufficiente per trasformare una situazione gestibile in una crisi di liquidità. Le difficoltà dei produttori finiscono inoltre per propagarsi lungo l’intera filiera. Aziende di fertilizzanti, distributori, produttori di macchinari, trasportatori e industrie di trasformazione vedono aumentare i ritardi nei pagamenti e diminuire gli ordini. Emblematico è il caso di AgroGalaxy: quando la società ha chiesto la protezione giudiziaria nel 2024 aveva accumulato debiti per 4,1 miliardi di reais, equivalenti a circa 800 milioni di dollari.
Il contagio è evidente anche nel commercio. Alla fine del primo semestre erano 1.649 le società commerciali sottoposte a recupero giudiziario, con un aumento del 22% nell’arco di dodici mesi. Le aziende devono affrontare contemporaneamente domanda più debole, margini ridotti, finanziamenti onerosi e banche sempre più prudenti nel concedere nuovi prestiti. Nell’industria manifatturiera le imprese interessate erano invece 1.455, con un incremento del 9%.
Anche qui il problema principale è rappresentato dalla combinazione tra rallentamento della domanda e costo del capitale. Per un’azienda indebitata, rifinanziare oggi prestiti contratti negli anni precedenti a condizioni molto più favorevoli può trasformarsi improvvisamente in un problema di sopravvivenza.
Squilibri accentuati
Il quadro che emerge è quindi quello di un Paese sotto pressione su più fronti. Il debito cresce, gli interessi divorano risorse, migliaia di imprese chiedono protezione dai creditori e il credito diventa più costoso proprio mentre famiglie e aziende avrebbero bisogno di ossigeno. Il Brasile conserva grandi punti di forza, ma se la politica non correggerà la traiettoria fiscale, la combinazione tra debito, tassi elevati e crisi aziendali rischia di trasformarsi in una vera bomba economica.
È sempre più evidente come le scelte economiche e fiscali adottate dal governo di Luiz Inácio Lula da Silva abbiano contribuito ad aggravare gli squilibri del Brasile, lasciando il Paese alle prese con conti pubblici deteriorati, debito crescente e un sistema produttivo sottoposto a fortissime pressioni.

Nei sondaggi pre voto Bolsonaro junior tallona il presidente
Nazione spaccata in vista delle elezioni di ottobre. Criminalità e perdita di influenza in politica estera spingono la destra.
A poche settimane dalle elezioni brasiliane (si vota il 4 ottobre, con eventuale ballottaggio il 25), la competizione per la presidenza appare completamente aperta. Una recente rilevazione assegna al capo dello Stato Luiz Inácio Lula da Silva il 46% dei consensi in un possibile secondo turno, mentre il senatore Flávio Bolsonaro raggiunge il 45%. La distanza di appena un punto, inferiore al margine statistico previsto dall’indagine, impedisce di individuare un favorito. Nella simulazione relativa al primo turno, Lula rimane davanti con il 41%, seguito da Bolsonaro al 37%. Più distante Ronaldo Caiado, accreditato del 5%, mentre gli altri concorrenti raccolgono percentuali molto contenute. La composizione della lista può tuttavia influenzare il risultato: quando vengono inseriti ulteriori candidati, il sostegno ai due principali contendenti tende a diminuire.
Lula e Bolsonaro quasi alla pari
L’elemento politicamente più rilevante è il restringimento della distanza tra i favoriti. Lula conserva la prima posizione, ma non dispone di un vantaggio sufficientemente ampio da garantirgli tranquillità. Flávio Bolsonaro, al contrario, è riuscito a consolidarsi come principale rappresentante dell’area conservatrice e come punto di riferimento degli elettori contrari al presidente uscente. Il quadro è caratterizzato da una polarizzazione molto profonda. Il 49% degli intervistati esclude categoricamente la possibilità di scegliere Lula, mentre il 48% manifesta la stessa opposizione verso Bolsonaro. Entrambi possiedono dunque una base elettorale consistente, ma incontrano anche forti difficoltà nell’espandere il proprio consenso oltre gli schieramenti già acquisiti.
La spaccatura politica riflette divisioni sociali, territoriali e religiose. Lula ottiene risultati migliori tra le donne, gli anziani, le famiglie con redditi più bassi e gli elettori meno istruiti. Il suo principale bacino di consenso continua a essere il Nordest, regione storicamente favorevole al Partito dei lavoratori. Flávio Bolsonaro raccoglie invece maggiore sostegno tra gli uomini, nei ceti con redditi medio-alti, tra gli evangelici e nelle aree meridionali e sudorientali del Paese. La sua crescita deriva in larga parte dalla capacità di ereditare il seguito politico del padre Jair, trasformando la fedeltà al bolsonarismo in una candidatura competitiva a livello nazionale.
Economia e politica estera pesano sul voto
Anche le priorità degli elettori dividono nettamente i due campi. Lula è considerato più affidabile nella lotta alle disuguaglianze e nella gestione di sanità, istruzione e programmi sociali. Bolsonaro viene ritenuto più efficace sul contrasto alla criminalità, sull’ordine pubblico, sulla corruzione e sul contenimento dell’aumento dei prezzi. La situazione economica potrebbe diventare il principale fattore della campagna. Circa la metà della popolazione esprime un giudizio negativo sulle condizioni del Paese. Il 48% approva il lavoro del presidente, mentre il 49% lo boccia. La valutazione complessiva dell’esecutivo è ancora più severa: il 35% la considera positiva, il 43% negativa e il 22% intermedia.
Questi numeri evidenziano una vulnerabilità per Lula. Pur mantenendo un forte legame con una parte significativa dell’elettorato, il presidente deve affrontare il malcontento legato al costo della vita e alla percezione delle condizioni economiche. Alle difficoltà interne si aggiunge un bilancio controverso in politica estera. Lula era tornato al potere promettendo di restituire al Brasile un ruolo di mediatore globale, ma varie iniziative non hanno prodotto i risultati sperati. Il tentativo di facilitare un negoziato sulla guerra in Ucraina è stato indebolito da dichiarazioni giudicate indulgenti verso Mosca e ostili a Kiev, alimentando diffidenza nelle capitali occidentali. Sul Venezuela, il presidente ha inizialmente cercato di riabilitare Nicolás Maduro, salvo poi prenderne le distanze dopo la mancata pubblicazione di prove verificabili sui risultati delle elezioni del 2024. Il cambio di linea non ha tuttavia permesso a Brasilia di esercitare un’influenza decisiva sulla crisi venezuelana. In Medio Oriente, il paragone tra l’offensiva israeliana a Gaza e la Shoah ha provocato una grave rottura diplomatica con Israele, restringendo lo spazio del Brasile come possibile interlocutore. Si è inoltre consumato lo scontro con il Nicaragua, culminato nell’espulsione reciproca degli ambasciatori.
Una sfida ancora aperta
Nel complesso, a un’intensa attività internazionale non sono corrisposti risultati proporzionati alle ambizioni. I critici accusano inoltre Lula di applicare criteri differenti nei confronti dei governi alleati e di quelli politicamente più lontani. Per recuperare terreno il presidente dovrà convincere soprattutto lavoratori, giovani e famiglie della classe media ancora indecisi. Flávio Bolsonaro deve invece dimostrare di poter andare oltre il nucleo più fedele al padre. Il cognome gli garantisce riconoscibilità e sostegno, ma alimenta anche una forte opposizione. Per prevalere dovrà conquistare i conservatori moderati senza perdere la componente più radicale. Ronaldo Caiado, pur distante al primo turno, potrebbe pesare nella fase successiva: il suo elettorato e quello degli altri candidati minori potrebbero diventare decisivi in caso di ballottaggio. La vittoria potrebbe quindi dipendere da una quota relativamente ridotta di elettori. Saranno determinanti partecipazione, confronti televisivi, andamento dell’economia, eventuali scandali e capacità dei candidati di ridurre l’avversione nei propri confronti. Il Brasile si avvicina così al voto senza un vincitore prevedibile: Lula conserva un leggero vantaggio, ma Flávio Bolsonaro ha quasi azzerato il distacco.
L’area grigia che finanzia Hezbollah
Molti esponenti della diaspora libanese mettono a disposizione dei miliziani i fondi ottenuti da attività criminali e pure nuove reclute. Il ruolo della moschea di San Paolo.
Il Brasile rappresenta uno dei principali snodi della presenza di Hezbollah in America Latina. A ricostruire la rete dell’organizzazione libanese è Emanuele Ottolenghi, ricercatore senior presso il Centro per la ricerca sul finanziamento del terrorismo (Centef), in un’analisi pubblicata da Diálogo Américas. Il quadro descritto mostra una struttura che avrebbe sviluppato nel tempo collegamenti finanziari, logistici e ideologici. Uno dei territori maggiormente sotto osservazione è la Triplice Frontiera tra Brasile, Argentina e Paraguay, zona attraversata da intensi scambi commerciali ma anche da numerosi traffici illegali. Secondo Ottolenghi, gli Stati Uniti hanno sanzionato negli anni diversi finanziatori di Hezbollah attivi nella regione, alcuni con doppia cittadinanza brasiliana e libanese. Tra il 2016 e il 2023, inoltre, alcuni cambiavalute libanesi provenienti dall’area sono stati estradati e processati negli Stati Uniti perché accusati di avere favorito attività riconducibili all’organizzazione.
La rete tra finanza e strutture comunitarie
La presenza individuata dal ricercatore non riguarderebbe però soltanto il denaro. L’analisi richiama l’attenzione anche su alcune strutture comunitarie e religiose. Tra queste compare la Mesquita do Brás di San Paolo, attorno alla quale Ottolenghi segnala rapporti personali e familiari con esponenti o sostenitori di Hezbollah. Nell’ambiente della moschea sarebbero presenti anche parenti di persone appartenenti all’organizzazione o coinvolte in precedenti vicende legate al terrorismo. Particolare attenzione viene dedicata alle attività rivolte alle nuove generazioni. Ottolenghi cita gli Al Huda Scouts, collegati alla moschea e descritti come una realtà con caratteristiche simili agli Al Mahdi Scouts di Hezbollah in Libano. Nel maggio 2026 il gruppo ha ricordato Mohamad Jawad Mohsen Gharib, presentato come responsabile scout e «martire» di Hezbollah. Un episodio che, secondo l’analisi, evidenzia l’esistenza di strumenti attraverso i quali l’ideologia del movimento può essere trasmessa nel tempo.
L’Operazione Trapiche
Il quadro diventa più preoccupante quando dalle attività finanziarie e propagandistiche si passa alle inchieste antiterrorismo. Alla fine del 2023 la Polizia federale brasiliana avviò l’Operazione Trapiche, sulla base anche di informazioni provenienti dagli Stati Uniti. L’indagine portò alla luce un presunto progetto per organizzare attentati contro obiettivi ebraici in Brasile. Al centro dell’inchiesta finirono due cittadini brasiliani di origine libanese che, secondo gli investigatori, avrebbero partecipato al reclutamento di persone da mandare in Libano. Qui sarebbero entrate in contatto con membri di Hezbollah, ricevendo istruzioni, addestramento e sostegno finanziario. Un passaggio che mostrerebbe come la minaccia possa superare la raccolta di fondi e la propaganda per assumere una dimensione operativa. Nella rete brasiliana si intreccerebbero finanziamento illecito, criminalità transnazionale, propaganda, reclutamento e potenziale attività terroristica.
I limiti della risposta brasiliana
Un sistema difficile da contrastare anche perché il Brasile non ha formalmente designato Hezbollah come organizzazione terroristica, diversamente da altri Paesi latinoamericani. Una scelta che, secondo il ricercatore del Centef, limita gli strumenti delle autorità contro individui e strutture accusati di sostenere il movimento. È quindi necessario rafforzare sanzioni finanziarie, misure antiriciclaggio e cooperazione d’intelligence con gli Stati Uniti e gli altri Paesi della regione. Ne emerge una rete articolata che andrebbe oltre il finanziamento di Hezbollah, comprendendo propaganda, reclutamento e possibili attività operative: una minaccia che il Brasile non può sottovalutare.
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