- Il creativo Ermanno Scervino ha appena organizzato una sfilata benefica portando in passerella donne guarite dal cancro al seno. «Sì, l’abito fa il monaco. Non deve prevaricare, ma esaltare la personalità di chi lo indossa».
- Dal 17 al 23 settembre in calendario 58 défilé e oltre 100 presentazioni. Un hub fatto in materiali riciclati ed eventi aperti a tutti.
Lo speciale contiene due articoli
Trentacinque indossatrici, 20 top model e 15 straordinarie donne «comuni» con la passione per la moda. Sulla passerella rosa confetto, allestita nella straordinaria piazza Grande di Arezzo (nulla da invidiare a Siena), il 3 settembre hanno sfilato il coraggio, la forza, la voglia di essere belle, il piacere di indossare abiti superlativi. La serata, intitolata #pinkheart, era dedicata all’Andos di Arezzo, l’associazione che assiste le donne operate di tumore al seno. Una sfilata speciale davanti a un pubblico (oltre 5.000 persone) che si è divertito e commosso. Il grazie di una città e di un settore che troppo spesso cavalca certi temi solo quando ne può trarre profitto, ma che in questo caso si riscatta, va a Beppe Angiolini, patron di Sugar, il più bel negozio d’Italia, e a Ermanno Scervino, stilista di fama internazionale, avvezzo a vestire le donne più belle del mondo, da Nicole Kidman a Kat Graham e Kitty Spencer.
Molte star nostrane, come Filippa Lagerbäck, Luciana Littizzetto, Martina Colombari, Paola Barale, Federica Fontana, Marco Columbro e un’incredibile Ornella Vanoni, che ha strabiliato per la sua voce e la sua vitalità, hanno voluto esserci per sostenere tutte le donne che hanno combattuto e stanno combattendo una patologia che, grazie alla scienza, sempre più spesso si riesce a sconfiggere.
«Ho subito accettato di sfilare per una causa che va oltre la moda», spiega Ermanno Scervino, «la delicatezza e l’importanza del tema mi hanno conquistato. Siamo impegnati a preparare la settimana della moda di Milano, ma ho fermato tutto per poter organizzare questo evento. Ho voluto un po’ di gioco, alla fine la femminilità vince sempre. È un messaggio molto positivo far vedere donne, non modelle, che hanno il coraggio di esibire il loro male. Ci siamo divertiti, presi in giro. Andare in passerella con delle professioniste bellissime è un gesto di grande coraggio. Erano tutte donne operate, anche giovani, che non hanno avuto problemi a confrontarsi con delle top».
Per lei era la prima volta di una sfilata in piazza. Emozionato?
«Come la notte prima degli esami… È stata una notte prima della piazza, c’erano la tensione, il cuore che batte. Dovevo dare qualche emozione. L’abito con il cuore l’ho dedicato alla città e alla serata. È il mio cuore per il coraggio di queste donne».
È stato difficile il primo approccio?
«Per niente. Le “non modelle” hanno avuto problemi nemmeno a mettere abiti lingerie. Alcune hanno voluto essere molto serie con capi meno audaci, anche se alcune le avrei volute più fashion perché avevano un portamento notevole. Ho scelto pezzi dell’inverno alle porte, qualche pezzo della futura primavera estate e quattro abiti dedicati alla serata».
Quanto conta l’abito per una donna?
«È indiscutibile che l’abito faccia il monaco ma in questa occasione ho lavorato con donne che hanno un grande spessore interiore. Il vestito è importante, è un grande aiuto, ma sotto il vestito ci deve essere qualcosa di concreto. Questo in generale, figurarsi in una situazione drammatica. La moda aiuta ma una donna si deve amare, è un dovere per sé stessa, per i suoi figli, per il marito, per l’amante. Si deve sentire bene guardandosi allo specchio. Non è solo un fatto estetico, non è la gonna più alta o più bassa, è un modo per capire i tempi, per comprendere che bisogna stare al passo».
Lei aiuta le donne a essere belle, ma diversi stilisti invece tendono a renderle anonime.
«Questo è egocentrismo, un grave errore. L’abito non deve arrivare prima della donna, è una componente della sua personalità ma non deve prevaricare. Penso che una manager possa andare a un consiglio di amministrazione con un bel tacco, un top lingerie e vestita da uomo, è perfetta. Marlene Dietrich ha insegnato al mondo come si fa a essere strafemminili con un look da uomo. Amo la lingerie esibita il giusto. Ho iniziato con le sottovesti e i piumini. Elizabeth Taylor ce lo insegna nel film La gatta sul tetto che scotta, in quella scena immortale con Paul Newman. Poi è importante che le donne abbiano lo spazio che stanno ottenendo. E mi piace chi si osserva allo specchio, si cura, si piace. Mi piacciono le donne che si guardano, quella che dice “no, ho da fare, non mi interessa” non interessa a me. Non ci si deve trascurare mai. La mia moda è sempre stata questo, la ricerca della bellezza che non ha età. Si può essere belle a tutte le età, basta essere consapevoli e coprire al punto giusto. A 20 anni tutto è concesso, a 40 un po’ meno, a 60 ancora meno, ma con la certezza che non è finita. Molti si risposano, scoprono una nuova vita. Tutto è cosi cambiato, a me piace il cambiamento e sto molto attento al mutare della società».
Mutano anche i desideri delle donne?
«Sì, certamente. E il nostro dovere di stilisti è quello di anticiparle, di andare loro incontro. Oggi la donna ha fatto grossi passi avanti, se è anche vestita bene è meglio. Diventa un’icona».
Da quanto si occupa di moda?
«Da sempre, da quando avevo 5 anni avevo le idee chiare in testa. Non ho mai accettato una sola camicia o un paio di pantaloni dei miei quattro fratelli più grandi. Sapevo già quello che volevo, cosa avrei fatto da grande. Non giocavo con i soldatini. La moda era il mio mondo e continua a esserlo. Che c’è di più bello?».
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