
Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto Bruno Leoni: perché in Italia la patrimoniale torna sempre di moda?
«Perché quando parliamo di patrimoniale non parliamo di fisco. La patrimoniale è un osso che la sinistra lancia ai suoi militanti. Trasforma un problema complicato - far tornare i conti - in una favola con un cattivo già pronto. Non c’è un problema di qualità ed efficienza della spesa pubblica, non bisogna ragionare su quale dev’essere il perimetro dello Stato. C’è la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno, basta andarla prendere…».
Crescono le disuguaglianze, possiamo restare a guardare?
«Possiamo, intanto, evitare di scambiare uno slogan per un dato. I rapporti Oxfam, che segnalano ogni anno l’aumento delle disuguaglianze, misurano la ricchezza netta, e quella misura ha un difetto comico: il giovane medico americano che si è indebitato per fare la scuola di specializzazione, e che quindi ha un patrimonio netto negativo, risulta “più povero” del contadino del Nepal che mangia quel che coltiva ma non ha debiti. Concentrare l’attenzione sulla quota di patrimonio detenuta dal 5% dice poco su come stia il 95%. Se il 95% sta meglio, è davvero un problema se il 5% ha un patrimonio con tantissimi zeri? I patrimoni non crescono per caso: aumentano se quelle risorse sono impiegate in attività produttive. Se diventano capitale per imprese che producono beni e servizi che servono alle persone, e che danno lavoro ad altre persone…»
L’economista francese Zucman propone di tassare al 2% i patrimoni sopra i 100 milioni.
«La proposta Zucman è stata approvata dall’Assemblea nazionale nel febbraio 2025 e poi respinta dal Senato nel giugno successivo, e di nuovo bocciata in autunno. Se la importassimo da noi, il gettito sarebbe una frazione di quello sbandierato - in Francia le stime serie dividevano per quattro o cinque quelle dei sostenitori. Chi detiene grandi capitali di solito ha meno problemi a spostarsi o a costruire strumenti societari che gli consentono di proteggersi. Inoltre, colpirebbe il capitalismo familiare, la spina dorsale produttiva italiana: quando la gente legge “100 milioni di patrimonio” pensa ai megayacht. Molto spesso quei 100 milioni sono il pacchetto di controllo di un’azienda manifatturiera illiquida. Il fatto stesso che Zucman debba prevedere una exit tax di cinque anni per chi espatria è emblematico: è una tassa che funziona solo se si stende un recinto per non far scappare i tassati».
Però in Italia il fisco colpisce più il lavoro che la ricchezza: non serve un riequilibrio?
«Il cuneo fiscale è tra i più pesanti dell’area Ocse. Ma la stessa parola “riequilibrio” nasconde l’assunto che il totale prelevato debba restare al medesimo livello, dunque per togliere di qui bisogna aggiungere di là. Se il lavoro è tassato troppo, cerchiamo di capire come è possibile abbassare le tasse sul lavoro (spoiler: riducendo la spesa pubblica). Non bisogna mai dimenticare che il patrimonio è reddito che è già stato tassato quando veniva prodotto e che qualcuno ha scelto di non consumare. Tassarlo significa disincentivare il risparmio, come spiegava Luigi Einaudi».
Si bada più al prelievo che alla ragionevolezza della spesa?
«È la madre di tutte le rimozioni del dibattito italiano. Parliamo di come raccogliere un altro miliardo e non discutiamo mai se quel miliardo, una volta speso, serva a qualcosa. Con una pressione fiscale al 43% del Pil, l’idea che in Italia serva una tassa in più è una follia. Dobbiamo imparare a chiederci “questa spesa pubblica vale ciò che costa al contribuente?”. Non tutto quello che fa lo Stato merita di essere finanziato».
Molte ricchezze sono ereditate. Alziamo la tassa di successione?
«Produce un gettito modesto. Chi ha un grande patrimonio ha a disposizione tutti gli strumenti per costruirsi protezioni ad hoc. O semplicemente con una donazione in vita. I billionaire americani di solito, anche per ragioni “pedagogiche”, decidono di non lasciare ai figli più di una certa somma. Scelta ammirevole. Però il patrimonio è di chi se lo costruisce: complimenti se decide di donarlo, portarglielo via non è diverso che rapinarlo…».
Gli ultraricchi di oggi non mettono in pericolo la democrazia, condizionando la politica?
«Che il denaro catturi le regole, crei monopoli, compri l’opinione pubblica è un rischio reale. Ma la guarderei da un altro punto di vista: il problema è il potere discrezionale che la ricchezza può comprare. Più lo Stato è grande, più conviene catturarlo, perché il bottino è maggiore».
Quindi?
«Accrescere le risorse a disposizione dello Stato - che è quello che vuole chi invoca nuove tasse - non riduce l’influenza dei pochi: anzi alza semmai la posta in gioco. Aumenta l’incentivo a controllarlo».
Come se ne esce?
«Provando almeno a darsi l’obiettivo di restringere il perimetro dello Stato. E rifiutando le narrazioni a senso unico».






