Talvolta anche a sinistra c’è qualcuno che si decide a fare i conti con la realtà. Qualcuno capace di uscire dal recinto soffocante dell’ideologia pur mantenendo intatte le proprie opinioni. È il caso di Matt Huber, professore di geografia alla prestigiosa Syracuse University e autore di saggi corposi sul cambiamento climatico. Uomo di sinistra molto sensibile alle battaglie verdi, Huber ha messo nero su bianco – in un articolo pubblicato dal sito britannico Unherd – una pesante accusa al suo universo politico d’appartenenza. «La sinistra sta perdendo la guerra di classe sul clima», scrive. E aggiunge: «Punire i lavoratori non salverà il pianeta». Espresso da uno studioso autorevole su un giornale progressista, non è un concetto da poco.
Il fatto è che Huber ha, appunto, aperto gli occhi su ciò che lo circonda. Ha notato le reazioni della popolazione britannica alle regole che il sindaco di Londra ha tentato di imporre per raggiungere l’obiettivo «net zero», cioè il sostanziale azzeramento delle emissioni di CO2. Ha ricordato le reazioni dell’opinione pubblica americana alle varie gabelle green ideate nel corso degli anni. E ha notato che, ovunque, funziona nello stesso modo. «Una reazione simile si sta verificando oggi in tutto il mondo», spiega. «In Francia, la tassa sul carburante imposta da Emmanuel Macron nel 2018 ha incitato una rivolta di massa con il movimento dei gilet gialli, che hanno contrapposto alla preoccupazione progressista per la «fine del mondo» la propria lotta per pagare le bollette allo stesso tempo. Quest’anno, il Partito Verde tedesco ha suggerito di costringere le famiglie ad acquistare costose pompe di calore, solo per vedere la sua popolarità crollare parallelamente all’ascesa dell’AfD. Stati fortemente democratici come New York e la California hanno lanciato il divieto delle stufe a gas o dei motori a combustione interna, incoraggiando un’ondata di ironia populista».
Insomma, più o meno ovunque il tentativo di modificare lo stile di vita della popolazione viene respinto con forza. Almeno in questo caso, i tentativi di coercizione funzionano poco e male, benché si facciano sempre più frequenti e violenti. Huber non nasconde il desiderio di vedere applicate politiche ecologiste, ma si rende conto di quanto le famigerate masse siano ostili all’operazione. Dunque riflette sul comportamento dei leader che impongono le svolte ambientaliste. «Perché questi tecnocrati della politica climatica si sparano ripetutamente sui piedi?», si domanda. La risposta è impietosa: «Perché al centro del loro pensiero c’è un moralismo più profondo, che non permetterà che la realtà politica ostacoli la loro missione storica. In definitiva, tali approcci potrebbero essere soprannominati “tecno-comportamentalisti”, poiché insistono sul fatto che la sfida principale del cambiamento climatico sia riformare le pratiche immorali sul carbonio dei consumatori delle classi superiori, medie e lavoratrici».
Lo studioso ha colto il punto fondamentale. Tutte le azioni «verdi» puntano a scaricare le responsabilità sulla popolazione, insistono sui cambiamenti individuali. «Piuttosto che affrontare il problema di chi possiede e controlla la produzione basata sui combustibili fossili (una minoranza relativa della società), il comportamentismo del carbonio punta il suo sguardo sulle scelte “irresponsabili” di milioni di persone, dei consumatori di tutte le classi. Spera di utilizzare strumenti politici per indurli a guidare meno (o guidare auto più efficienti), isolare le loro case, mangiare meno carne, volare meno».
La tendenza, insomma, è sempre quella di rieducare le persone. «La prima fase di questa prospettiva politica è stata quella di utilizzare la forza disciplinante del mercato – in particolare il meccanismo dei prezzi – per “spingere” i consumatori verso scelte a basse emissioni di carbonio», dice Huber. «Ma ora la gravità della crisi climatica sta costringendo questi tecnocrati a intensificare la loro strategia verso la totale coercizione: vietando le caldaie a combustibili fossili, le stufe a gas, i motori a combustione interna o costringendo gli agricoltori ad attuare rapidamente pratiche costose. Invece di conquistarle con un progetto politico attraente, le masse devono essere riformate verso pratiche più virtuose a basse emissioni di carbonio. E anche quando i tecnocrati climatici si concentrano sulla dilagante disuguaglianza di classe nella società, non fanno altro che rimproverare moralmente lo stile di vita dei ricchi, i loro jet privati, per esempio».
Sembra quasi che il reale obiettivo sia moralizzare, rieducare appunto, nemmeno operare per «salvare il pianeta». Dice Huber, infatti, che il clima c’entra poco, invece c’entrano «le ideologie dominanti di un’era morente: neoliberismo e tecnocrazia. Ma l’ambientalismo non è sempre stato moralmente fissato con il consumo delle masse».
Per Huber il problema climatico resta una priorità e chiunque «lo consideri seriamente dovrebbe rendersi conto che, per risolverlo, non sarà necessario modificare lo stile di vita, ma un cambiamento politico e sociale. Nuove infrastrutture per l’energia, l’edilizia abitativa, i trasporti costruite non dalla classe media ma dagli operai dell’industria». La sinistra internazionale, però, si sta muovendo nella direzione opposta. «Il movimento ambientalista», conclude il professore, «rimane ancora popolato da attivisti della classe media pieni di certezza morale che il loro progetto politico debba includere la repressione del comportamento consumistico della gente comune. Che potremmo sia salvare il pianeta che rendere la vita significativamente migliore per la maggioranza semplicemente non gli passa per la testa. E finché la sinistra si limiterà a rinnovare la politica climatica degli ultimi 30 anni, i lavoratori continueranno a rifiutare una piattaforma che non ha nulla da offrire loro».
Già: finché la sinistra continuerà con queste politiche, il popolo continuerà a rifiutarla. Il problema a questo punto resta uno solo: quanto resisterà la destra al moralismo ambientalista?
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