Alla fine, a sognare la resurrezione del fascismo è proprio la sinistra. Ne ha bisogno: dove trova altri argomenti, se smette di denunciare il «clima di repressione» (Elly Schlein)? Così, dopo TeleMeloni accusata di censurare i cantanti ribelli, la controversia sulle randellate agli studenti di Pisa ha alzato la palla a un Pd che, oramai, si traveste da Comitato di liberazione nazionale. «Pensati partigiana», direbbe Chiara Ferragni alla segretaria del Nazareno, se fosse la sua armocromista.
Fatto sta che ieri i dem hanno raccolto l’appello della Rete degli studenti medi. E hanno manifestato davanti al Teatro dell’Opera, nei pressi del Viminale, insieme a Unione degli universitari, esponenti di Avs, Movimento 5 stelle, Anpi, Arci, Cgil, Opposizione studentesca d’alternativa, collettivi della Sapienza e di vari licei, «contro le vostre manganellate». Col sottofondo sanremese di Ghali, si sono viste bandiere della pace, bandiere palestinesi e comuniste, lo slogan «Piantedosi dimettiti», qualche fumogeno, l’ex presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e Giuseppe Conte, che si è appropriato della formula sul «clima repressivo» di Schlein, assente per una visita in Calabria. Un blitz verso la sede del ministero dell’Interno è stato sventato in pochi minuti.
L’allestimento, più che da brigata della Resistenza, era da armata Brancaleone. La tesi, comunque, era chiara: se gli agenti hanno la mano pesante, è perché si sentono coperti dalla destra autoritaria al potere. Come ai tempi del G8 di Genova, insinua qualcuno.
Bizzarro, eh: se le legnate volano quando la maggioranza è progressista, nessuno pare ritenere che la sorte dei diritti civili sia in pericolo. Non lo era a gennaio 2022: a Palazzo Chigi c’era Mario Draghi e, in quell’occasione, i giovani protestavano per l’alternanza scuola-lavoro, sull’onda dell’emozione per la morte di Lorenzo Parelli, un diciottenne ucciso dalla caduta di una trave metallica nell’azienda in cui svolgeva il suo stage. I liceali le buscarono nella Capitale, quando il loro corteo deviò dal percorso prestabilito per puntare verso il ministero dell’Istruzione; le presero a Torino, dove rimase contusa una ventina di facinorosi; furono caricati a Milano e pure a Napoli. Timidamente, chiese «risposte» Enrico Letta, all’epoca leader piddino. Un po’ più risoluto fu Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana, che annunciò un’interrogazione parlamentare. Ma non si sentivano i peana di chi credeva di aver rivisto camicie nere e fez spuntare sul balcone di Palazzo Venezia.
Schlein, da Vibo Valentia, ha chiamato in correità la Meloni: «Sta dimostrando di non avere alcun senso delle istituzioni. La smetta di nascondersi dietro i suoi ministri e venga a riferire su quanto è accaduto direttamente in Parlamento». La numero uno del Pd era appena trentenne quando, a maggio 2015, con Matteo Renzi premier, la polizia diede una lezione agli attivisti che tentavano di contestare l’ex ministro Stefania Giannini, attesa a una conferenza che si svolgeva alla Bicocca di Milano. E nell’ex feudo del presidente del Consiglio, che a ottobre 2014 teneva saldamente in mano il Partito democratico, i manganelli furono fatti roteare per fermare gli alunni fiorentini in agitazione contro la riforma della scuola. È un periodo che molti ricorderanno per le kermesse alla Leopolda; non certo per la somministrazione di olio di ricino ai dissidenti. Forse perché, indipendentemente da chi comanda, chi va in piazza senza autorizzazione, o modifica all’ultimo l’itinerario, o, peggio, cerca di forzare i blocchi della polizia, si assume il rischio di subire una carica. Anche se è minorenne: i «bimbi picchiati senza una ragione», come li chiamano i loro genitori, sono diventati soggetti imputabili a 14 anni.
Certo, in Toscana qualcosa non ha funzionato. Stando a una nota di Cgil, Cisl e Uil, il prefetto Maria Luisa D’Alessandro, a proposito degli scontri, ha riferito che «non è stata data nessuna indicazione particolare per reprimere con la forza e i manganelli le manifestazioni», mentre il questore «ha ammesso un problema di gestione della piazza dal punto di vista organizzativo e operativo, a suo avviso causato dal fatto che non erano chiari gli obiettivi del corteo».
Ieri, Matteo Salvini è tornato sulla vicenda. «È giusto», ha dichiarato, «analizzare se qualcuno ha ecceduto». Tuttavia, ha precisato il vicepremier, è inaccettabile che donne e uomini in divisa siano «tirati in ballo nella contesa politica. Giù le mani dalle nostre forze dell’ordine». Quanto al monito di Sergio Mattarella sul «fallimento» che rappresenta il pugno duro, Salvini ha tagliato corto: «Le parole del presidente si leggono ma non si commentano». E «chi mette le mani addosso a un poliziotto o a un carabiniere è un delinquente». Invece il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, pur dicendosi «amareggiato» dalle immagini di Pisa e promettendo che saranno valutati con attenzione gli eccessi, al Corriere ha sottolineato che «le nostre forze dell’ordine sono tra le migliori al mondo anche proprio dal punto di vista della gestione democratica delle manifestazioni di libero dissenso». L’esecutivo, ha quindi ricordato, «non ha cambiato le regole di gestione dell’ordine pubblico». Niente di nuovo sotto il sole e in piazza. Men che meno nel Pd.
Ps: colpito dalle nostre critiche a Mattarella, il vicesegretario di +Europa, Piercamillo Falasca, su X ci ha definiti «un giornale di merda». La libertà delle piazze non gli stava così a cuore quando il suo compagno di partito, Giuliano Cazzola, per le proteste no green pass, chiedeva di richiamare «in servizio Bava Beccaris».
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