L’Ue prende a schiaffi Gentiloni e Gualtieri
Ansa
Il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, umilia i presunti «amici» italiani: all’ex premier che chiedeva di modificare il patto di stabilità risponde picche, al governo che millanta di aver preso tempo sul Mes intima: «Avete al massimo due mesi».

Una sequenza di schiaffi dalla Lettonia all’Italia, per mano del cerbero Valdis Dombrovskis, commissario uscente a Bruxelles, ma soprattutto commissario appena rientrato in una posizione ancora più forte di prima: nel passaggio dal gabinetto guidato da Jean Claude Juncker a quello presieduto da Ursula von der Leyen, infatti, Dombrovskis è divenuto addirittura vicepresidente esecutivo della Commissione, nonché responsabile di tutti i portafogli economici. Una via di mezzo tra il navigator e il tutor del povero Paolo Gentiloni: che infatti è stato il primo a prendersi un ceffone (neanche troppo metaforico, come vedremo), seguito a ruota dal premier Giuseppe Conte e da tutti i maggiori responsabili dell’esecutivo giallorosso.

È passata appena una settimana da quando Gentiloni, comodamente sistemato nei suoi nuovi uffici di palazzo Berlaymont, aveva parlato a un quotidiano francese e a uno tedesco (Le Monde e Sueddeutsche Zeitung), osando prospettare una ipotetica revisione futura dei parametri economici europei: «Il patto di stabilità è stato pensato in un momento di crisi, e ora va rivisto. Queste regole sono nate in un momento di crisi. Ora però da questa crisi siamo fuori. E abbiamo altre sfide davanti a noi». E quindi, aveva proseguito Gentiloni, «in questo contesto le regole europee devono essere gradualmente adeguate». Gentiloni era partito cauto nella sua intervista, sostenendo di voler raccogliere opinioni («Ci saranno consultazioni su questa base»), ma poi si era in qualche modo lanciato, promettendo proposte per l’anno prossimo («Nella seconda metà del 2020 potremo presentare proposte»).

Ecco, neanche sette giorni dopo, l’occhiuto supervisore lettone, intervistato da un quotidiano italiano, La Stampa, ha fatto sapere a Gentiloni che può riposarsi e dedicarsi ad altro: «Non si può andare ad aprire il tema delle regole di bilancio se non c’è la ragionevole possibilità di concludere il lavoro con un risultato migliore rispetto al punto di partenza». E, per chi non avesse ancora capito bene: «Ci sono troppe divisioni tra i governi. Ci sono alcuni Stati che vogliono più flessibilità, altri che chiedono maggiore disciplina di bilancio». Morale? «Difficile cambiare il patto di stabilità».

Sistemato Gentiloni, Dombrovskis si è dedicato a Conte e alla sua richiesta (di cui l’intervistatore Marco Bresolin si è fatto in qualche modo latore) di più tempo per discutere la riforma del Mes («un rinvio fino a giugno»). Risposta? Un altro no: «Sono emerse alcune preoccupazioni “last minute” dell’Italia e bisogna vedere come affrontarle nel modo migliore. Ma in ogni caso credo che nel giro di un paio di mesi si troverà un accordo».

A seguire, un’altra doccia fredda per chi sperava che il cosiddetto green new deal si tramutasse in investimenti scorporabili dal deficit, e soprattutto un’altra esplicita minaccia verso l’Italia, una pistola nuovamente appoggiata sul tavolo per minacciare e far capire chi comanda. Stavolta è proprio Bresolin a alzare la palla con una domanda («Hanno ragione i governi che vi criticano per non aver messo l’Italia sotto procedura?»), e il lettone schiaccia implacabilmente: «Ci siamo andati molto vicino, due volte. Ma poi, grazie al dialogo, il precedente governo aveva adottato un significativo taglio del deficit. Già oggi però l’Italia è a rischio di non conformità con le regole Ue. Sia per quest’anno che per il prossimo. Per questo chiediamo di riportare il deficit in linea con quanto previsto dal patto di stabilità e crescita».

Insomma, siamo alle solite: esattamente come accadde a giugno 2019, quando aleggiava una minaccia di procedura per ottenere il sì del Conte uno all’impianto del Mes, ora viene prospettata una nuova minaccia dello stesso tenore alla vigilia della firma finale attesa da parte del Conte due. Che altro deve succedere perché qualcuno capisca che o l’Italia mette il veto oppure saremo davanti a una sequenza di umiliazioni, fino alla capitolazione finale di una ristrutturazione del debito in caso di crisi?

È francamente impressionante constatare che un governo come quello giallorosso, che si era presentato vantando buone relazioni con Bruxelles, stia accettando di farsi calpestare e mortificare in questo modo dai suoi padrini europei: sul deficit e sulla manovra di fine anno non ha nemmeno finto di avviare una trattativa con Bruxelles, e ora assiste alla sottomissione palese di Gentiloni, a una minaccia esplicita di procedura recapitata su un quotidiano italiano, e a una sollecitazione robusta e sprezzante a firmare la riforma del Mes, senza fare tante storie.

Tutto questo, senza che nemmeno sia stato necessario per i tedeschi scomodarsi direttamente. Si sono limitati a mandare avanti il lettone. E basterà ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall’Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l’Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura.

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