I giudici lasciano i criminali liberi di spacciare
Ansa
Ogni giorno vengono arrestati 196 venditori di droga (la metà stranieri), ma due su tre non finiscono in carcere grazie alla discrezionalità consentita ai tribunali. Tra i poliziotti monta la rabbia: «Rischiamo la vita per nulla».

In media ogni giorno in Italia vengono arrestati 196 spacciatori, almeno la metà dei quali stranieri. Ma tra giudici «buonisti» e leggi discutibili (di renziana memoria) chi viene beccato a vendere droga difficilmente rimane in galera. Due arrestati su tre tornano in strada a seminare morte. E cresce la frustrazione degli agenti di polizia: «Rischiamo la pelle per niente».

Anuar Trabelsi, tunisino di 27 anni, era stato fermato lo scorso agosto per le vie di Vicenza, mentre spacciava cocaina. Ne aveva in tasca più di tre grammi, divisi in dosi pronte alla vendita e i finanzieri, perquisendo il suo appartamento, avevano trovato anche il resto: 1,3 chili di hashish in panetti, 332 grammi di marijuana, 25 grammi di cocaina e una pastiglia di ecstasy. Il giovanotto era quindi stato arrestato, ma una volta arrivato davanti al giudice si era giustificato, sostenendo di spacciare «per necessità», perché aveva «perso il lavoro» e non sapeva come fare a tirare avanti. Così, subito era stato rimesso in libertà, con obbligo di firma. In Italia ogni giorno, in media, sono 196 gli arresti per reati connessi alla droga, ma degli spacciatori che finiscono dietro le sbarre almeno due su tre non ci rimangono. Il mix letale creato dalle distinzioni tra droghe leggere e pesanti, dai quantitativi per uso personale e non, dal principio della lieve entità e dalle condanne ridotte dallo Svuotacarceri – insieme alla questione sempre urgente del sovraffollamento carcerario -, ha finito per lasciare ai giudici un enorme margine di discrezionalità nel giudizio, che il più delle volte si traduce in un rilascio.

Proprio come è successo nel caso di Marouane Farah, il trentaquattrenne di origini marocchine, spacciatore incallito, con precedenti penali e coinvolto nel sequestro di 225 chili di hashish, che invece di essere in carcere, la sera del 2 marzo si trovava sulla Statale 16, all’altezza di Porto Recanati, alla guida della sua Audi A6 strafatto e ubriaco. Lanciato contromano a folle velocità, ha centrato la Peugeot su cui viaggiava la famiglia di Gianluca Carotti, 47 anni, uccidendo lui, la compagna, Elisa Del Vicario, di 40 anni, e ferendo gravemente i loro due bambini di 10 e 8 anni.

«Gli agenti sono frustrati dal dover rischiare la propria vita per arrestare otto volte lo stesso spacciatore, nello stesso parco, con gli stessi bambini», ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Salvini, qualche giorno fa, nella conferenza stampa con cui ha annunciato un disegno di legge a firma Lega che dovrebbe inasprire le pene per i reati connessi alla droga. E i dati lo confermano. Nel 2018, secondo i numeri ufficiali del Viminale, gli arrestati e denunciati per reati di droga sono stati 71.701 di cui 29.463 stranieri. Per contro, nello stesso anno, i detenuti per droga, che risultavano in carcere al 31 dicembre erano appena 21.080. Cioè meno di un terzo degli arrestati. Stessa cosa l’anno precedente, nel 2017, quando gli arrestati per droga sono stati 70.166 (di cui 26.588 stranieri) mentre i detenuti al 31 dicembre risultavano 19.793. Il che significa che ogni giorno, compreso Natale e i festivi, su territorio italiano vengono fermati, in media, 196 spacciatori di cui quasi la metà sono stranieri e di cui più di due su tre, alla conta dei fatti, non si trovano poi in galera.

È vero, i dati vanno contestualizzati: la rilevazione sui detenuti effettuata annualmente dal ministero della Giustizia, per esempio, non illustra il flusso di chi è entrato e uscito dal carcere durante l’anno, né distingue tra chi si trova in carcere solo per spaccio o chi è detenuto per più reati connessi, né tantomeno chiarisce la durata della pena. Resta il fatto, però, che la forbice tra arrestati e detenuti, soprattutto se valutata in prospettiva, risulta talmente ampia da non lasciare dubbi: solo una piccola parte di chi finisce in carcere per spaccio, poi ci resta.

Dietro alla sostanziale impunità per i reati di droga si sono accumulate, negli anni, diverse rilevanze di legge che riflettono gli atteggiamenti non troppo rigidi, della politica italiana, nei confronti dell’utilizzo degli stupefacenti. Certamente, però, ad aver dato la spintarella finale al sistema già blando è stato il decreto Svuotacarceri. La trovata del governo Renzi, resa legge nel 2014 come rimedio alle procedure di infrazione europee nei confronti dell’Italia a causa del sovraffollamento degli istituti di detenzione, ha reso le pene previste per reati connessi alla droga (e non solo) così lievi da non permettere, in molti casi che la condanna si tramuti in un soggiorno al fresco.

L’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, al comma uno, prescrive infatti che «chiunque coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta o procura ad altri sostanze stupefacenti o psicotrope è punito con la reclusione da sei a 20 anni» e con la «multa da 26.000 a 260.000 euro». Ma subito dopo, al comma 5, si corregge specificando che «chiunque commette uno dei fatti previsti che, per i mezzi, la modalità o per la qualità e quantità delle sostanze» possa essere considerato «di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni» e «della multa da euro 1.032 a euro 10.329». Tradotto: chi viene trovato a spacciare piccole quantità di droga non finisce in carcere, ma fruisce della pena sospesa o di altre formule alternative. E siccome gli spacciatori questo lo sanno, diventa parecchio difficile trovare, in un qualsiasi giardino pubblico, un pusher che porti in tasca chili di stupefacenti e non semplicemente qualche dose pronta all’uso.

«È un sistema a porte girevoli: le forze dell’ordine possono arrestare i pusher dopo la visione diretta dello spaccio e l’arresto viene convalidato, ma il giudice deve decidere anche quale misura cautelare applicare. Ed è qui che le cose si complicano», spiegava in un’intervista, quando era procuratore aggiunto a Bologna, Valter Giovannini, oggi sostituto procuratore generale della Corte di appello di Bologna. Le possibilità vanno «dal carcere all’obbligo di firma», ma «per le ipotesi più lievi non è previsto il carcere». Allora «si potrebbe optare per i domiciliari, ma la quasi totalità dei soggetti arrestati è di origine straniera e senza fissa dimora». E dunque ai togati «non resta che applicare il divieto di dimora», che però, poi «non viene mai rispettato».

Ancor prima che intervenisse lo Svuotacarceri la Corte costituzionale aveva stigmatizzato un altro principio non da poco. Con la sentenza numero 251 del 2012 era stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’articolo 69, quarto comma del codice penale, nel passaggio in cui prevede il «divieto di prevalenza della circostanza attenuante sulla recidiva». Il caso era quello di un pusher, arrestato per l’ennesima volta e reo confesso. Lo spacciatore aveva subito «quattro condanne dall’ottobre del 2006 al febbraio del 2010, relative a vari episodi di cessione illecita di sostanze stupefacenti», ma il tribunale di Torino sosteneva che «il quantitativo della sostanza stupefacente, il prezzo di vendita irrisorio» e «le caratteristiche dell’acquirente, persona non vulnerabile», unite «a quelle dell’imputato, che si trovava in condizioni di vita sicuramente difficili» e che aveva «lealmente ammesso l’addebito» potessero far ricadere il caso tra quelli da punire con pene lievi. Sostanzialmente la Corte lo ha confermato sentenziando che non poter applicare il principio di lieve quantità, in presenza di fatti reiterati, potrebbe portare, a condanne esagerate (per numero di anni) in relazione al reato oggettivo (piccolo spaccio).

Il problema del garantismo applicato agli spaccini, sta però in una incontrovertibile realtà: nella stragrande maggioranza dei casi, come dimostra la cronaca, i pusher non sono poveri sprovveduti costretti dalla fame ad arrangiarsi, ma pluripregiudicati recidivi e delinquenti incalliti, parte attiva di un business ben più ampio che ha nel piccolo spaccio solo la punta dell’iceberg. E che trae beneficio dal lassismo delle leggi italiane. Lo scorso 13 febbraio, a Padova, il nigeriano Imanuel Nyoku è stato arrestato per la sesta volta in dieci giorni. In tasca aveva 21 grammi di marijuana e due banconote da 20 euro, una delle quali è risultata falsa. Alla vista dei poliziotti, evidentemente ormai avvezzo a farla franca, l’uomo ha tentato la fuga e, una volta bloccato ha pure cercato di mordere e prendere a pungi gli agenti, tanto che per accompagnarlo in carcere gli agenti hanno dovuto chiedere man forte ai colleghi della polizia locale.

Un caso simile era successo a Pisa lo scorso 4 gennaio. Moes Gabsi, 38enne tunisino, era stato arrestato per spaccio dopo la segnalazione di un cittadino che aveva notato un andirivieni sospetto sotto casa. Durante i controlli gli agenti si sono accorti che il pusher era stato liberato soltanto poche ore prima del nuovo arresto e che, appena uscito, aveva ripreso la sua attività come se nulla fosse, con tanto di risse in strada tra lui e i tossici acquirenti, insoddisfatti dei prezzi. Gabsi nascondeva la roba in un magazzino dove la polizia ha trovato un etto di eroina, suddivisa in 125 dosi appena confezionate e quantità di sostanza utile per prepararne almeno altre 400.

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