Il semaforo rotto di Speranza
Il ministro è capace di chiudere e basta. Ma se prima ci veniva detto che le serrate sarebbero durate fintantoché i contagi non fossero calati, ormai l’esecutivo non indica più alcuna scadenza. Anche se i fatti dimostrano che prendersela con locali o barbieri è inutile

Il semaforo di Roberto Speranza non prevede altri colori che il rosso. Infatti, l’unica cosa che il ministro della Salute sa fare per fronteggiare la pandemia, è chiudere tutto a prescindere. Lo si capisce dall’annuncio che prevede una serrata fino a maggio degli esercizi commerciali e delle attività a contatto con il pubblico che non siano strettamente necessarie. Insomma, niente bar e ristoranti aperti, nessuno spettacolo cinematografico o teatrale anche con spettatori contingentati, escluse le saracinesche alzate per i negozi di abbigliamento e di scarpe, manco fossero lazzaretti, vietato avvicinarsi ai saloni per signora e ai centri estetici. L’elenco può continuare, perché non c’è attività su cui non sia caduta la scure di Speranza. Gli italiani avevano sperato che i divieti si allentassero nella settimana di Pasqua, per consentire a commercianti e imprenditori di riprendere fiato e anche fatturato. Invece, nonostante i sostegni promessi dal governo (anzi: dai governi, perché gli annunci di contributi per le aziende in difficoltà risalgono al precedente esecutivo) non si siano visti, lo stop a ogni attività è destinato a proseguire per parecchie altre settimane.

In passato, ogni volta che si era deciso di obbligare gli esercizi ad abbassare la claire, ministero della Salute e Palazzo Chigi avevano messo le mani avanti, precisando che si trattava di una misura estrema, necessaria a piegare la curva del contagio. E di conseguenza, la decisione era accompagnata dalla promessa di riaprire appena il numero di persone ricoverate negli ospedali fosse calato. «Lo facciamo per non essere sopraffatti dall’emergenza», premettevano prima di comunicare i nuovi obblighi. La durata dei divieti di solito era limitata a qualche settimana e vincolata all’andamento dell’epidemia. «Se l’indice Rt si abbassa, riapriamo», era la conclusione di Speranza e compagni. Adesso no: dopo aver illuso per mesi gli italiani che la scelta del lockdown fosse la sola possibile e che comunque la decisione fosse temporanea e da verificare di settimana in settimana, ora neppure provano a definire un orizzonte temporale. Si chiude e basta: da marzo a maggio. E poi si vedrà. Più passano i giorni e più si capisce che non esiste alcuna correlazione tra serrate e andamento epidemico, anche perché non si hanno notizie di violenti focolai di Covid nei negozi di scarpe. Né vengono segnalati preoccupanti incrementi di contagi dal parrucchiere.

Come ha spiegato il professor Luca Ricolfi, lo studioso che ha raccontato in un libro i ritardi con cui il governo Conte ha fatto fronte alla pandemia (calcolando in almeno 40.000 morti gli effetti della lentezza nelle decisioni), le chiusure non solo sono state fatte tardi e male, ma non sono l’elemento determinante per ridurre la diffusione dei contagi. Secondo il sociologo infatti, ci sono Paesi che hanno applicato lockdown più contenuti, ma più efficaci, e oggi, anche senza una sostenuta campagna vaccinale, stanno meglio di noi. Come hanno fatto? Di certo si sono occupati, meglio di quanto abbiano fatto Speranza e compagni, della scuola e dei trasporti, evitando che aule e autobus divenissero incubatori di coronavirus.

Ma forse, a indurre il governo a riflettere sulle conseguenze del blocco duro senza ristoro dovrebbe essere l’esempio della Germania. Angela Merkel aveva annunciato un lockdown prima di Pasqua ma, pur avendo a disposizione molte più risorse di quante ne abbia l’Italia e sebbene abbia risarcito commercianti e imprenditori con monete sonanti, alla fine si è dovuta arrendere di fronte alle proteste dei Land, perché la situazione economica rischiava di farsi insostenibile. Eppure, anche Berlino è in ritardo con le immunizzazioni e pure in Westfalia e in Baviera tengono d’occhio con preoccupazione l’andamento dell’epidemia.

Certo, chiudere è la cosa più facile. A un ministro non costa niente. Ma a centinaia di migliaia di commercianti, imprenditori e lavoratori costa molto. Nessuno ha voglia di ammalarsi e nessuno ha intenzione di rischiare non solo la pelle, ma anche di contagiare la propria famiglia. Dunque, se fosse possibile, credo che tutti rispetterebbero volentieri l’invito a restarsene a casa onde proteggersi meglio. Tuttavia, dopo un anno di promesse non rispettate, dopo un anno di errori conclamati, diventa ogni giorno più difficile seguire le raccomandazioni di un ministro maldestro che si accompagna a una banda di pasticcioni. In qualsiasi azienda, chi ha sbagliato viene messo alla porta. Da noi invece, la porta la chiudono nella speranza che serva a evitare di doversene andare. Il premier, in conferenza stampa, ha detto che andrebbe volentieri in vacanza, ma non può. Beh, ci faccia almeno un piacere: in vacanza ci mandi il suo ministro della Salute. Farà meno danni.

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