Monti, l’ex premier reso smemorato dall’invidia
Mario Monti (Imagoeconomica)

Dalla soffitta del Senato in cui gli elettori lo hanno spedito con le elezioni del 2013, è risbucato Mario Monti. Il rettore a vita, dopo la batosta ricevuta dal suo partito, si è trasformato in una specie di nonno della Repubblica, che nei momenti topici riappare con l’indice puntato, ricordando i bei tempi andati della sua presidenza del Consiglio.

Memorabile l’intervento in piena pandemia, quando in tv sollecitò il bavaglio alla stampa, che secondo lui avrebbe dovuto essere censurata come durante la guerra, per non far sapere agli italiani come davvero stessero andando le cose con il Covid. Chiusa la parentesi dell’emergenza virus, ora Monti pare essere tornato ai suoi vecchi amori, ovvero l’Europa e l’economia. Tutti ricorderanno quando si presentò come uno scolaretto al cospetto di Angela Merkel, annunciando di aver fatto i compiti a casa. Dieci anni dopo, il senatore a vita vorrebbe probabilmente che Giorgia Meloni facesse altrettanto. O meglio: vorrebbe essere al posto del premier. In attesa di coronare il suo sogno, ovvero ritornare a Palazzo Chigi visto che il Quirinale non è momentaneamente disponibile, l’ex rettore impartisce lezioni, la sola cosa che nella vita gli sia riuscita bene.

Dunque, con un’intervista a Repubblica Monti spiega che è sbagliato attaccare la Bce, perché se l’obiettivo è evitare un rialzo dei tassi – che per l’Italia equivale a molti miliardi di interessi in più – si ottiene l’esatto opposto, in quanto si spingono gli altri Paesi a irrigidirsi. Dall’alto della sua cattedra, Monti dà una bacchettata al ministro della Difesa, Guido Crosetto, reo di aver osato criticare la politica di Christine Lagarde, definendolo una «persona genuina», intendendo ingenua, che non ha ancora avuto modo di riflettere su temi complessi. Dopo di che, com’era facile prevedere, Monti si schiera dalla parte dell’istituto di Francoforte, difendendone non solo l’autonomia, ma la politica monetaria. «Non si può chiedere troppo alla Banca centrale. Con il Quantitative easing, cominciato nel 2015 e finito troppo tardi, la Bce ha distribuito ingenti dosi di analgesici». Una chiara stoccata a Mario Draghi, da cui lo separa un’antica inimicizia, ma anche un evidente segno che l’ex presidente del Consiglio alle cure, ancorché palliative, preferisce la sofferenza e il dolore. Infatti, Monti si duole che i governi chiedano alla Bce un «eccesso di atteggiamento materno», con cui si crea «non solo più inflazione, ma si tolgono gli stimoli per cambiare». Insomma, siamo ai soliti bastone e carota, ma si capisce che il rettore emerito, alla seconda preferisce il primo, perché toglie ogni illusione e costringe i reprobi a fare i compiti a casa.

Letta l’intervista in cui il senatore invita a non criticare la Banca centrale e a non allentare il cappio che stringe al collo la nostra economia, viene spontanea una domanda: ma il Mario Monti che parla, sarà lo stesso che meno fa di un mese sulle pagine del Corriere della Sera si lagnava degli eccessi di restrizione imposti dagli istituti centrali? Il 18 dicembre, in un editoriale dal titolo impegnativo («Bce, Mes, fine dei sogni: l’Italia e le sirene di Ulisse»), oltre a criticare Draghi senza mai citarlo, per «aver creduto di poter stabilmente inondare i mercati finanziari con liquidità illimitata e tassi d’interesse nulli o negativi», puntava il dito contro il rigore eccessivo che caratterizzò la politica monetaria europea negli anni 2010-2012, che – guarda caso – erano proprio gli anni in cui lui stava a Palazzo Chigi. Dunque, leggendo il senatore che ieri parlava con Repubblica e tre settimane fa scriveva sul Corriere, c’è da chiedersi perché si possano criticare le scelte fatte dieci anni fa dalla Bce, con il rigore e il Whatever it takes, ma Crosetto non possa dire oggi che Christine Lagarde sbaglia ad aumentare i tassi di interesse in un momento in cui l’economia è in grande difficoltà, a causa di due anni di Covid e di uno di guerra in Ucraina. Monti, nel suo intervento sulla prima pagina del quotidiano di via Solferino, si era dimostrato quasi sprezzante nei confronti di chi aveva creduto nella «sofisticata teoria monetaria della sostenibilità del debito pubblico con tassi d’interesse durevolmente bassi». Ma lo stesso disprezzo ieri lo ha mostrato nella sua intervista, indirizzando però i suoi moniti contro Crosetto, al quale ha consigliato silenzio. Un suggerimento che noi ci sentiamo di dare anche al rettore a vita: invecchiare rosi dal rancore e dall’invidia non è una bella cosa. Certe volte si fa una miglior figura tacendo.

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