Sfruttano lo scandalo per mungere ancora soldi pubblici
È bastato che scoppiasse il caso dei soldi alla fondazione Open, seguito da quello della sospetta operazione del prestito da 700.000 euro a Matteo Renzi per l’acquisto della villa di Firenze, che la politica ne ha subito approfittato. Non per montare sulla vicenda e chiedere chiarezza al fondatore di Italia viva, reclamando trasparenza sui fondi incassati dalle creature cui ha dato vita. No, ha colto l’occasione per sostenere la necessità di un ritorno al finanziamento pubblico dei partiti. Eh già: siccome gli uomini che ruotano intorno all’ex presidente del Consiglio sono indagati con l’accusa di aver aggirato la legge – fatta peraltro dal Partito democratico -, politici, ex politici e professori sfruttano il caso per dire che bisogna (…)

(…) cambiare la legge, ripristinando i bei tempi andati, quando lo Stato foraggiava i movimenti politici con fiumi di denaro.

Il più lesto ad aprire la porta a un ritorno al passato è stato il sindaco di Firenze, Dario Nardella, da sempre vicino a Matteo Renzi e per questo considerato un petalo del Giglio magico. L’esponente del Pd (non ha seguito l’ex segretario nella nuova avventura) lo ha detto chiaro e tondo in un’intervista al Corriere della Sera, dichiarandosi addirittura pentito di aver votato per l’abolizione della legge che finanziava i partiti. La sua opinione ha un certo peso, anche perché quando passò la legge Nardella era in Parlamento e anzi fu lui a proporre l’abolizione del meccanismo che distribuiva soldi alla politica. «Sono stato il primo firmatario», ha ricordato alla cronista che lo intervistava, «ed è l’unica cosa di cui mi pento». Il motivo di tanto rimorso? «Non aver valutato le conseguenze, perché la democrazia ha un costo». Per il sindaco di Firenze «l’abolizione del finanziamento pubblico va bene, ma solo se si evita il continuo cortocircuito sul finanziamento privato». Che per evitare il cortocircuito sia semplicemente necessario rispettare le norme, e cioè non escogitare artifizi per nascondere le finalità del versamento e non oltrepassare i limiti di finanziamento fissati per legge, Nardella, cioè per il primo firmatario delle norme sul finanziamento pubblico ai partiti, a quanto pare lo ritiene un dettaglio.

Bisogna riconoscere che l’esponente del Giglio magico è in buona compagnia, perché all’istante altri si sono accodati. Il più pesante di tutti è Luciano Violante, ex magistrato, ex parlamentare del Pci e, soprattutto, ex presidente della Camera dei deputati. In un’intervista alla Stampa, da giurista e politico, Violante ha sostenuto che l’abolizione del finanziamento pubblico sia stato un errore. «Credo sia stato sbagliato averne caldeggiato l’abolizione, inseguendo un sentimento popolare invece di spiegare la verità». E quale sarebbe la verità per l’ex presidente di Montecitorio? «Che nessuna organizzazione, neppure un condominio può vivere senza risorse». Vero, ma si dà il caso che i condomini si tassino per consentire al condominio di funzionare, cioè di avere la luce nelle scale e l’androne pulito. Nel caso dei partiti, che vale la pena di ricordarlo sono associazioni private, si vorrebbe invece che a pagare non fossero gli iscritti, i militanti o anche i privati che simpatizzano con una certa idea politica, ma i contribuenti, magari anche quelli che detestano il movimento che riceve soldi pubblici. I condomini non pretendono che a pagare la bolletta dello stabile sia lo Stato. E allora perché devono pretenderlo i partiti? La risposta dell’illustre giurista al momento non c’è, ma immaginiamo che sia più o meno simile a quella del sindaco Nardella: la democrazia ha un costo.

Ma, dicevamo, anche altri la pensano più o meno allo stesso modo. Il politologo Piero Ignazi, editorialista di Repubblica, ieri si è esibito sulla materia invitando a ripensare la norma. Anzi, il professore plaude all’intervento di Nardella, esordendo con un finalmente, quasi non avesse visto l’ora che qualcuno rompesse le righe e propugnasse una rivolta al grido di riprendiamoci i soldi ai partiti. Seguono altri professori, tipo Stefano Ceccanti, che oltre alla cattedra può vantare anche lo scranno, ovviamente del Pd. Anche lui pensa che la democrazia abbia un costo e che il contribuente lo debba pagare, come un servizio pubblico, cioè come l’autobus o il treno. Che però un cittadino non voglia salire su quel convoglio è argomento che non pare sfiorarlo.

Soprattutto, i Nardella, i Violante, gli Ignazi e i Ceccanti non sono minimamente intaccati nelle loro certezze dal risultato di un referendum svoltosi nel 1993, dove il 90 per cento dei votanti scelse di abolire il finanziamento pubblico. Che, nonostante un’espressione bulgara, il volere degli italiani abbia richiesto quasi vent’anni per ottenere applicazione evidentemente non è cosa che riguardi la democrazia. Per politici, ex politici e professori, ripristinare qualche cosa cancellato appena cinque anni fa dopo un’attesa durata un quinto di secolo è invece un atto profondamente democratico. Chapeau per la lezione.

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