Giuseppi tira
 a campare ma se lui ce la fa l’italia crepa

Non ho l’abitudine di rivendicare previsioni azzeccate: non facendo il mago ma il semplice cronista, non ho infatti interesse a pubblicizzare alcuna capacità predittiva. Tuttavia, oggi vorrei fare un’eccezione e ricordare un articolo scritto sulla Verità qualche giorno fa, quando Giuseppe Conte annunciò gli Stati generali. L’editoriale cominciava così: il presidente del Consiglio vuole perdere tempo… e si concludeva spiegando l’inutilità dell’adunata di star a Villa Pamphili.

A dire il vero, non serviva essere un esperto di oroscopi per immaginare come sarebbe finito il simposio organizzato dal premier. Avendo lunga frequentazione di congressi, seminari e dibattiti, per me è stato facile immaginare che la passerella di Vip si sarebbe risolta in una lunga chiacchiera, con gran dispendio di telecamere e di tempo. E così è stato. Anzi è ancora, visto che la sfilata non si è conclusa e proseguirà stancamente fino a sabato, senza che nel frattempo sia uscita un’idea concreta dalla discussione.

Del resto, di cosa c’è da stupirsi? Qualcuno poteva forse pensare che invitando Ursula von der Leyen ci sarebbe stata consegnata la bacchetta magica che avrebbe fatto uscire il Paese dalla crisi? La presidentessa della Ue ci ha detto cose che gli italiani sentono dal secolo scorso, ovvero che l’Italia ha bisogno di riforme. Bisogna ridurre la burocrazia, aumentare l’efficienza, diminuire i tempi della giustizia, far crescere gli investimenti eccetera. Cioè suggerimenti che ognuno di noi avrebbe potuto fornire senza bisogno di scomodare i vertici dell’Unione europea. Non molto diversi sono stati i discorsi degli altri illustri ospiti. Ognuno a modo suo ha detto cose risapute e perfino il grido d’allarme dei commercianti, unito al j’accuse confindustriale, era roba già sentita, in quanto nelle ultime settimane non si è parlato d’altro che delle attività commerciali chiuse e delle aziende che rischiano di fare altrettanto. Peraltro, i rappresentanti delle categorie economiche, insieme con quelli dei lavoratori, oltre che sui giornali avevano già espresso le loro opinioni nelle dovute sedi, ovvero nelle commissioni parlamentari.

Se un Giuseppe Conte a corto di idee avesse dunque voluto trarre ispirazione dai suggerimenti di imprese e sindacati, non avrebbe dovuto fare altro che rileggersi ciò che era stato già messo agli atti, senza organizzare una kermesse fra stucchi dorati e giardini fioriti.

Ma il presidente del Consiglio, lanciando gli Stati generali, non aveva bisogno di raccogliere le idee chiedendo alle parti sociali quali fossero i problemi italiani. Il capo del governo doveva fare la famosa ammuina, cioè dare la sensazione di fare qualche cosa e di non rimanere nell’ora più buia del Paese con le mani in mano. Tuttavia, la sceneggiata napoletana si sta rivelando per quel che è, ovvero una sfilata di pareri e in qualche caso di critiche, ma nulla di più. Non ci sono un piano, una proposta concreta, un documento che possano essere tramutati in una legge. Ci sono i titoli dei dossier, ma dentro il dossier manca il testo. E soprattutto i soldi. Quella di Villa Pamphili è un’enunciazione di problemi da risolvere e di idee da attuare, ma non c’è nulla per tradurre in pratica ciò di cui si discute.

Non a caso a Giuseppe Conte è scappato di dire che se ne parlerà a settembre, come se il Paese fosse possibile rimandarlo alla stregua di un qualsiasi studente che alla fine dell’anno scolastico si sia fatto trovare impreparato in qualche materia. Qui non si può rimandare, perché se non si decide in fretta, a settembre si conteranno il numero delle aziende fallite e quello dei disoccupati. Questa non è l’ora di pensare alle ferie estive rinviando a settembre la soluzione dei problemi. Questa è l’ora delle decisioni e se il premier non è in grado di decidere ha una sola alternativa: dimettersi.

Capisco che Conte abbia fatto proprie le massime andreottiane e pensi che il potere logora solo chi non ce l’ha, così come pure ritenga che tirare a campare sia meglio che tirare le cuoia, ma la sua sopravvivenza politica significa la morte del Paese. Più lui tira a campare, più l’Italia farà fatica a campare. Il premier avrà anche imparato a nuotare tra gli scogli della politica, ma non ha imparato a governare. Governare significa essere capaci di decidere, eppure Conte ha imparato l’arte di non decidere. La sola che dal suo punto di vista è in grado di allungargli la vita a capo del governo.

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