L’Italia snobba il referendum rosso
Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)

I dati sull’affluenza (alle 23 circa il 20%) sono più bassi del 2011 e lontani anni luce dalla possibilità di raggiungere il quorum. Landini proverà a spacciarli per un successo, mentre blocca i salari degli statali e da 15 anni non firma il contratto degli ex Fiat.

Gli italiani non si fanno prendere in giro dalla sinistra. Al momento in cui scriviamo, cioè a conclusione della prima giornata di referendum, il quorum – necessario per rendere valida la consultazione – appare lontanissimo.

A mezzogiorno aveva votato appena il 7 per cento degli aventi diritto al voto, alle 19 poco più del 16 per cento, alle 23 circa il 20. Tanto per fare un confronto, nel 2011, quando si tenne il plebiscito per decidere sulla privatizzazione degli acquedotti, a chiusura seggi della domenica aveva già deposto la scheda nell’urna il 41,1 per cento degli iscritti nelle liste elettorali. Siamo dunque alla metà e le proiezioni che vengono fatte circolare dagli istituti di sondaggio fanno capire che non si riuscirà mai a raggiungere il 50 più uno dei votanti. Ciò significa che la maggioranza degli italiani non si fa prendere in giro da una consultazione farlocca, che fin dall’inizio nascondeva non soltanto l’equivoco della proposta di abrogazione di una legge voluta dalla stessa parte politica fautrice del referendum, ma anche l’impossibilità di ottenere un risultato positivo. I quesiti sul lavoro erano stati definiti anacronistici perfino da esponenti della sinistra e una parte del Pd era chiaramente contraria alla cancellazione delle norme contenute nel Jobs act. Non parliamo poi della cittadinanza, argomento che trovava divisioni profonde all’interno della stessa opposizione, con i 5 stelle restii ad appoggiarla, fino al punto da lasciare libertà di voto. Le consultazioni elettorali sono una cosa seria. E non solo perché costano centinaia di milioni allo Stato che le deve organizzare. Ma pure perché impegnano il tempo degli elettori, ai quali di certo non va di dover perdere parte della giornata per un referendum già morto in partenza. E allora a che cosa serviva la mobilitazione della Cgil, del Pd e della sinistra? Solo a favorire giochi interni e a consolidare o affermare delle leadership. Non si è trattato di un voto sul lavoro o sul diritto di voto agli stranieri: quella di ieri e di oggi è una sfida fra compagni, per stabilire chi pesa di più. Se Elly Schlein, Maurizio Landini o Giuseppe Conte. È una conta interna per decidere chi dovrà guidare in futuro l’opposizione. Peccato che, visti i risultati, abbiano perso tutti e tre. Nessuno di loro infatti ha raggiunto il quorum. E neppure, nonostante gli appelli strappalacrime del leader della Cgil e dei suoi sodali, il cuore degli elettori.

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