Il premier vuole farsi un partito come Monti. Auguri

La notizia l’ha data il Tempo: Giuseppe Conte prepara un suo partito. Come Mario Monti, dopo essere stato nominato da Giorgio Napolitano prima senatore e poi presidente del Consiglio, l’«avvocato del popolo», come egli stesso si definì prendendo possesso dell’ufficio a Palazzo Chigi, ci ha preso gusto.

Così, ora che il governo traballa e in caso di elezioni il professore rischia di dover tornare al suo vecchio mestiere di docente universitario ed estensore di pareri legali, Conte sogna un Conte bis, dove però il suo ruolo non sarebbe più quello di portabandiera del grillino Di Maio e dei suoi emissari, ma di premier vero, con tanto di mandato popolare.In sintesi, il professore si è montato la testa e crede davvero, dopo un anno alla guida del governo, di essere diventato un leader, anzi di essere il leader che gli italiani aspettano per porre fine alle bizze dei 5 stelle e della Lega. Complici alcuni sondaggi che gli attribuiscono un gradimento superiore al truce Salvini, come i giornali amano chiamarlo considerandolo un barbaro peggiore di Umberto Bossi, il presidente del Consiglio si è convinto che qualora il primo governo cada per mano di Salvini, tocchi sempre a lui ritornare a guidare il Paese, ma questa volta con un ampio mandato popolare e non per delega grillina.

Niente di sorprendente. Come diceva Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha e chi ce l’ha – aggiungo io – se lo tiene ben stretto e una volta ottenutolo, per merito o per caso, non lo molla più. Capitò appunto con Mario Monti, che il caso e il cinismo di Napolitano e delle cancellerie europee vollero insediare con una manovra di palazzo al posto di Silvio Berlusconi, premier regolarmente eletto dagli italiani. A differenza di Conte, all’epoca Monti non era un illustre sconosciuto, ma un ex rettore della Bocconi e un ex commissario europeo alla concorrenza: un grigio docente, perfetto per eseguire gli ordini di Bruxelles. Arrivato a Palazzo Chigi, per contentare l’Europa assestò una stangata al Paese di cui ancora si vedono gli effetti e poi, non contento di essere considerato «solo» un premier tecnico, cioè a tempo, decise di farsi un partito e di presentarsi alle elezioni per ottenere un mandato popolare. Ricordo quando, in uno dei salottini della presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, ex presidente dell’Antitrust e all’epoca sottosegretario (il Gianni Letta di Monti), mi chiese cosa ne pensassi di un partito del capo del governo. «Sarebbe un suicidio», risposi lapidario, «perché se adesso tutti parlano di lui come di una risorsa della Repubblica, buona anche per essere issata sul Colle quando Napolitano sloggerà, dopo che si sarà misurato nell’agone politico, il risultato non potrà essere molto di più del 6 per cento».

Monti il partito alla fine lo fece e Catricalà se ne tenne giustamente alla larga. In quei mesi, però, anche vecchie pantegane della politica come Pier Ferdinando Casini erano pronti a scommettere che alle elezioni avrebbe fatto il botto. «Tu non capisci», mi diceva confondendo la popolarità dell’uomo politico con quella della carica istituzionale, «quando lo accompagno a un evento, la gente lo applaude e fa la fila per stringergli la mano». Finì come doveva finire. Nonostante il sostegno dell’establishment industriale – Montezemolo, Bombassei, Calenda – il risultato fu largamente sotto le attese e poco sopra quello da me pronosticato. Nel giro di qualche mese, il partito si sciolse come neve al sole e di quella stagione rimane solo il seggio di senatore a vita conquistato dall’ex rettore, che ogni tanto, come una Cassandra inacidita, sputa sentenze che condannano chi lo ha sostituito e osannano il suo operato.

Tornando a Conte, in preda al desiderio di succedere a sé stesso, non passa giorno che non verghi una lettera a un giornale (ieri al Corriere) o non dica la sua in qualche conferenza. Ormai si sente libero dalle catene grilline, pronto a spiccare il volo da solo. Secondo Il Tempo, incontra generali e imprenditori, monsignori e commis di Stato, preparando la discesa in campo da un ufficio di Propaganda fide, il braccio immobiliare del Vaticano. Vi chiedete dove andrà? Se farà la stessa fine di Monti? A occhio direi di sì. Anche perché, non più tardi di qualche giorno fa, in uno dei suoi sermoni su Repubblica, Eugenio Scalfari lo ha gratificato di un viatico, definendolo addirittura una specie di Aldo Moro. Come è noto, l’ex direttore ha tenuto a battesimo generazioni di leader, da Enrico Berlinguer a Ciriaco De Mita, e le sue parole sono sempre state considerate il bacio della morte. Chi piace a lui è certo di fare una brutta fine. Auguri dunque a Conte e al suo partito.

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